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Preti candidati politici solo se è minacciata la Chiesa

· Le decisioni del Consiglio dei vescovi del Patriarcato di Mosca ·

I membri del clero non possono candidarsi alle elezioni per posti di potere in istituzioni nazionali, sovranazionali, regionali o locali, a meno che emerga una minaccia nei confronti della Chiesa, ovvero sia ritenuto necessario opporsi alle forze (comprese quelle di stampo scismatico o non ortodosso) che cercano di usare il potere dell’elezione per lottare contro il Patriarcato di Mosca. Lo ha ribadito, in una risoluzione, il Consiglio dei vescovi della Chiesa ortodossa russa riunito da ieri a Mosca in una delle sale della cattedrale di Cristo Salvatore.

È la prima volta — sottolinea l’agenzia Itar-Tass — che il Patriarcato di Mosca prevede un’eccezione alla regola che vieta ai preti di partecipare alle elezioni. Nel documento (riguardante l’attività dei gerarchi ortodossi, dei membri del clero, dei monaci, delle monache e dei laici durante le campagne elettorali) si afferma che, in tutte le situazioni che impongono di rispondere a una minaccia nei confronti dell’ortodossia russa, sarà il santo sinodo o il sinodo di un ramo autonomo della Chiesa a scegliere le personalità che prenderanno parte alle elezioni. Viene precisato che, «se un membro del clero si presenta per un partito, egli tuttavia non può essere membro del partito», e colui il quale ha una propria visione e convinzione politica farebbe bene a esprimerla attraverso la forma di un voto il più possibile segreto.

In generale, dunque, i gerarchi e i membri del clero devono evitare di occupare posti nelle istituzioni del potere esecutivo e giudiziario.

Per quanto concerne i laici, la risoluzione stabilisce che essi possono scegliere pienamente ruoli in qualsiasi attività politica, sebbene i vescovi raccomandino a quelli che sono a capo di organizzazioni legate al sinodo di astenersi dal candidarsi alle elezioni.

Il Consiglio dei vescovi, che concluderà i suoi lavori domani, è presieduto dal Patriarca di Mosca Cirillo, che appena due giorni fa, martedì 1° febbraio, ha festeggiato il secondo anniversario della sua intronizzazione. Nel suo intervento di apertura, Cirillo si è soffermato su alcune questioni che coinvolgono la Chiesa ortodossa russa nei Paesi baltici e in Asia centrale. Problemi persistono, ad esempio, nelle relazioni fra la Chiesa ortodossa estone del Patriarcato di Mosca e la Repubblica estone. Nonostante si sia stabilito un serio dialogo — spiega — «molti edifici ecclesiastici sono stati trasferiti alla Chiesa con contratti a lungo termine e possono essere dati in proprietà solo con l’approvazione della giurisdizione del Patriarcato di Costantinopoli». Cirillo è convinto che ci sia un «evidente squilibrio» nelle relazioni dello Stato estone con le associazioni religiose, osservando che viene dato molto più aiuto alle parrocchie luterane e alle parrocchie sotto la giurisdizione del Patriarcato di Costantinopoli, sebbene «il gregge della Chiesa russa sia quasi uguale a quello della Chiesa luterana e superi di otto-dieci volte la parrocchia di Costantinopoli».

Ma ci sono problemi anche in Lituania, in Uzbekistan e in Tadjikistan. Cirillo — riferisce l’agenzia Interfax-Religion — si lamenta che nel Paese baltico la Chiesa ortodossa sia soggetta alla tassa del 15 per cento sul reddito, come per qualsiasi organizzazione commerciale, mentre per quanto concerne l’Uzbekistan viene espressa preoccupazione per i divieti imposti all’attività missionaria, per l’impossibilità di organizzare un sistema scolastico ortodosso di ampia portata e per le difficoltà nella registrazione di nuove parrocchie. Ma la situazione più difficile è forse in Tadjikistan (come l’Uzbekistan, Paese a stragrande maggioranza musulmana), dove — ha detto Cirillo — la legislazione è molto restrittiva in campo religioso, risultato della sanguinosa guerra civile scoppiata negli anni Novanta e del desiderio di difendere la società dal radicalismo nascosto sotto le mentite spoglie della religione.

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