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Prete romano

· Il 19 marzo di cinquant’anni fa moriva Giuseppe De Luca, scrittore, letterato ma soprattutto sacerdote ·

Ricordo con nitidezza il 19 marzo 1962. All’inizio dell’ultima ora, nella seconda liceo del Seminario Romano Minore, il professore di italiano, don Antonio Pongelli, iniziò dicendoci che era morto «un grande prete romano, un grande scrittore e letterato, ed era un ex-alunno del Seminario». Capii poco allora, ma già l’anno successivo, un amico di don De Luca, monsignor Domenico Dottarelli, venne a parlarci con passione di questo prete romano. A cinquanta anni dalla morte, dobbiamo cogliere ancora la ricchezza della sua opera. Per parte mia vorrei offrire solo qualche breve riflessione, dal sapore della testimonianza, su don Giuseppe “prete romano”, un appellativo a lui carissimo, che getta non poca luce sull’intera sua esistenza e di tanta parte del clero che a Roma si è formato e vissuto.

Intendiamoci, sarebbe sufficiente l’appellativo “prete”, come del resto lo stesso De Luca ha più volte sottolineato. Egli era un sostenitore, persino fanatico, del “prete prete”, ossia del prete senza aggettivi: «Il prete o è o non è, e quando è ha da esser prete» ( Annuario , p. 289). E prete per lui significava «dir messa, amministrare i sacramenti, istruire il popolo cristiano, consolare i malati, far la dottrina. E far la dottrina non è fare della cosiddetta cultura religiosa; far la dottrina è dare il pane, far della cultura religiosa è parlar del pane» ( Ivi ). Il resto per un prete è accidente.

E don Giuseppe non voleva vanificare l’essenza con gli accidenti. Del resto, le qualità menzionate, sono tutte del soggetto. Essere prete romano, no. La qualifica viene da fuori, da quella Roma che impregna la mente e il cuore di chi si lascia formare da quella Chiesa che presiede alla carità. De Luca ne era consapevole. Appare chiaramente nei capitoli ii e III della monografia che dedicò al cardinale Bonaventura Cerretti, intitolati al Seminarista e al Prete a Roma . Mentre racconta di Cerretti, De Luca parla anche di sé. Come Cerretti, aveva partecipato pure lui da ragazzo alle celebrazioni papali in San Pietro: «Quei ragazzi, giunti appena dal contado e con la pelle bruciata dai soli e dai geli delle scoperte campagne e della montagna alta, entrati che fossero al Seminario Vaticano, con la loro tonachina indosso “paonazza”, e suvvi una cotta bianca riccia e in capo una berretta nera, avevano il diritto di assistere alle funzioni papali, come clero della basilica vaticana, ed erano uno dei numeri del Solennissimo Corteo. Facevano parte del gran rito. E bisognava essere venuti da famiglia di piccola provincia, e aver preso parte a quegli sfilamenti — con gli occhi bassi, ma non tanto da non vedere gli occhi di invidia della gente pigiata intorno, o la fierezza dei parenti venuti a veder più noi che il Papa — bisogna avervi preso parte per comprendere quale grande lezione sia, pel cuore di un giovinetto, il solo assistervi. Bisogna aver visto sorridere su di voi seminaristi (...) il vecchio Pontefice, dall’alto della sedia gestatoria, traballante come sull’ondeggiare della folla, nel pallore della esaltazione trionfale, per non nutrire poi verso il resto del mondo che una benevola commiserazione, ma niente altro» (De Luca, Cerretti , pp. 34-35).

In un inedito e incompiuto scritto del 1945, intitolato Prete , De Luca rievoca quel mondo vaticano nel cui grembo era cresciuto, scrutandolo ben oltre quel che appariva e che non mancava anche di criticare: «Bisogna essere volgari assai, ottusi e faziosi, per non sentire la meraviglia umana del Vaticano e dei suoi abitatori. Nessun fatto eguale, nella storia dell’uomo. Nessun luogo simile, su tutta la faccia della terra. Di qualsivoglia idea, di qualsiasi religione, di ogni più crudele sentimento si sia impregnati, entrando in vaticano si entra in un incantamento. (...) Un posto, anche quello, di uomini e uomini anormalissimi, cioè preti; intricato di pettegolezzi e amarezze e, chi se ne scandalizzerà? Schifezze abominevoli. Pur tuttavia, che posto! (...) Sorge, a un tratto, un’occasione, e tu vedi quel mondo, quegli uomini trasfigurarsi come per un incantesimo, e temi e tremi: veramente par che allora scenda tra essi e lì l’Eterno, aleggi fermo l’Invisibile. Quando il Papa discende, vivo o morto, in San Pietro, e tutto il suo mondo lo precede e lo segue, tu te ne stai in un canto a guardare e a sentire: questi uomini, pensi, sono della misura di quelle architetture, e camminano, non come noi negli anni, ma come la sola dinastia degna che li scandisca, nei secoli» (Guarnieri, Don Giuseppe , p. 63).

Torna in mente l’altra pagina straordinaria sulla sua messa a Trastevere: «Da qualche giorno dico messa la mattina a Santa Maria in Trastevere. E se per caso il sole nascente riesce, anche lui ma lui dalle finestre, a entrare in quella chiesa e per quell’ora, io non vi dico, amici, che incendio, diventa il mosaico dell’abside: una cosa tutta di fuoco e di luce, come avrebbe potuta vederla in visione soltanto un san Giovanni a Patmos». Parla poi di don Wilmart, vissuto per anni accanto alla basilica e dei suoi studi su di essa che riprendeva in mano. E aggiunge che vuole leggerli per «intonarsi alla chiesa della sua messa». È una frase che mi ha sempre impressionato. Credo si possa dire che il prete romano è, appunto, un prete che s’intona a Roma, alle sue chiese, alla sua pietà, alla sua secolare storia civile e soprattutto religiosa: è come una linea infuocata che traversa il cristianesimo dell’antichità e quello del medioevo, quello della riforma e del Cinquecento romano con lo straordinario coetus sanctorum , e poi la Roma a cavallo tra Ottocento e Novecento e quella del dopoguerra.

La storia del clero romano deve trovare ancora una sua sintesi, sebbene non manchino studi di non poco interesse per i diversi periodi. Come pure manca una storia della Curia Romana che De Luca aveva più volte auspicato. Dai diversi studi emerge tuttavia una dimensione complessa che lega strettamente il prete romano alla storia di questa Chiesa, una storia lunga e complessa, straordinariamente ricca e mescolata anche a peccati e tradimenti. In estrema sintesi — prendendo in prestito le parole stesse di don Giuseppe — si potrebbe dire che essere preti romani vuol dire essere «intonati» alla «pietà romana» come si è manifestata nei secoli e che comunque trova alimento nel legare Gesù, la Chiesa, Maria e il Papa. Al termine della sua vita don Giuseppe sembra sintetizzarla nel biglietto scritto a monsignor Capovilla: «Sono stato un peccatore e un outsider, ma ho amato Gesù, la Chiesa, il mio sacerdozio e, me lo lasci dire, il Papa» ( Mater Dei , p. XXI).

Don De Luca è stato senza dubbio un prete romano, appunto un outsider o, come disse altra volta, «prete randagio». E fin dal Seminario. La sua predilezione per la letteratura insinuò dubbi nei superiori sulla genuinità della sua vocazione. È Dottarelli a raccontarlo: «De Luca — scrive l’allora vicerettore — nella sera del febbraio del 1921, nella quale, studente del quarto anno di teologia aveva dovuto assistere all’ordinazione sacerdotale dei suoi compagni di studi, era venuto a piangere nella stanza del Vicerettore. Singhiozzando, con parole commoventi e rare in un seminarista, si stava tormentando perché era stato escluso dall’ordinazione sacerdotale». Terminò dicendo: «Se non mi si vorrà prete, rimarrò laico; ma sarò un infelice» ( Mater Dei , p. VIII).

In verità, nell’ottobre dello stesso anno venne ordinato prete. E fu fedele a questa scelta sino alla fine. Più avanti, all’amico Minelli, scriverà: «prete a Roma, rinunciai alla carriera; cristiano e prete, tuttavia rinunciai alle agevoli propagande e spacconate del corrente ministero sacerdotale; uomo d’un certo ingegno, e forse con lustro di talento, non mi posi per nessuna via battuta d’insegnamento superiore o di ufficiale e ufficiosa autorevolezza giornalistica. Lasciai marcire tante ambite cose, innanzi a me (...) e cinsi di una dolorosa bohème il travaglio mio, in vista d’essere e fare qualcosa» (De Luca - Minelli, Carteggio , p. 499). Don Giuseppe poggiava il suo sacerdozio in una visione spirituale, soprannaturale. Ed è ciò che lo teneva saldo nella molteplicità e diversità dei rapporti che ha intessuto negli anni.

Il letterato sapeva di dover anzitutto ascoltare e meditare la parola. In uno dei commenti ai vangeli della domenica scrive: «Gesù amò la parola, amò il silenzio. Il miglior padre e custode della parola è il silenzio. A noi, molto spesso, accade il contrario. (...) La parola, assai spesso, è bisogno di vanità, e degenera in cicaleccio o in cultura, cioè, in ambedue i casi, in perditempo. Chi fa cultura, una cultura a se stante, crea uno schermo all’efficacia vera della parola divina: la irretisce in una ragnatela discorsiva e discettante, e non la fa scendere sull’anima» (De Luca, Commenti al vangelo festivo , 1969, pp. 231-232). Dopo aver stigmatizzato l’errore di aver trasformato «il pane di vita in oggetto di studio e non più che oggetto di studio», afferma: «La Sacra Scrittura stessa, che era nella mani della Chiesa come pane che essa spezzava ai figliuoli, la si è voluta dare nelle mani degli specialisti (cosiddetti), i quali Dio solo sa quello che ne hanno fatto».

Accorato era il suo appello ai parroci italiani perché tenessero in gran cura la predica, che per lui era l’essenza della vita cristiana: «Cristo non è venuto e non è vissuto e non è morto per altro; e tuttavia per i cristiani conta così poco» (De Luca, Prefazione a N. Monterisi. Trent’anni di episcopato , 1950, p. ix). Si comprende l’accorato appello ai parroci italiani: «Preparate intanto la predica. Quei preti sbrodoloni, che aprono bocca e le danno fiato, e si parlano addosso come un bambino che mangia la minestra in brodo, si comportano malissimo. Sono inescusabili. (...) Nessuno ha il diritto, mai, di porgere la parola di Dio in vestaglia: peggio ancora, non lavati, non sbarbati, non vestiti» ( Annuario del Parroco , 1961, p. 584). Chi parlava così della parola divina e sentiva di doverla presentare integra, non amava salire sui pulpiti, odiava la facile oratoria tinta di retorica, ma sapeva che era urgente nutrire in maniera più profonda la cultura del clero per sfuggire alla trappola di un devozionismo vuoto e pericoloso. Pochi erano i preti persuasi di dover uscire nel campo aperto della cultura e del confronto con la società. L’esser prete, e prete romano, da parte di don De Luca è la testimonianza di come servire la Chiesa e il mondo.

Di don Giuseppe si possono e si debbono dire molte cose, anche perché moltissimi sono i suoi meriti, conosciuti e non, e altrettanto importanti le sue relazioni e realizzazioni. Non è caso che ricorre costante nei ricordi di chi lo ebbe vicino il suo essere prete: Riccardo Del Giudice riporta il suo continuo ripetere «lasciatemi fare il prete»; Aldo Ferrabino, esaminando la sua Storia della Pietà , ne parla come «Il prete spietato»; Rodolfo Paoli ne sintetizza la molteplice attività: «Un erudito, un prete, un amico»; monsignor Giovanni Fallani lo ricorda «Sacerdote e amico degli artisti»; Togliatti riconosce la sua distanza nella differenza: «Lui sacerdote, io non credente»; e Mario Praz le raccoglie tutte: «Il vero sacerdote».

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