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Prestigio o propaganda

· ​Il potere politico e l’arte ·

L’architetto Albert Speer mentre  mostra un progetto ad Adolf Hitler

L’interesse del potere politico nei confronti dell’arte è sempre stato molto grande, proprio perché essa, in quanto forma espressiva, permette di comunicare e quindi, se opportunamente orientata, consolidare le forme e le azioni del governo. Ciò viene prodotto sia dalla divulgazione diretta delle tesi della politica, trasformate in figure e metafore, sia dall’affermarsi del valore dell’opera che proietta all’esterno le informazioni sulla condizione nazionale del luogo e sull’epoca di realizzazione. Il primo caso — la divulgazione diretta — esprime un prodotto più facilmente condizionabile, mentre il secondo è, almeno apparentemente, più libero dalle interferenze del potere. In esso rientra la cosiddetta autonomia dell’arte che si alimenta di quanto proviene dall’epoca storica in cui vive, ma risponde solo all’intuizione dell’artista che la pensa e la genera.

Tutte le forme espressive possono diventare arte e, come tali, strumento del potere: la letteratura, la musica, la pittura, la scultura, l’architettura. Le manifestazioni figurative sono tuttavia quelle maggiormente soggette all’interesse del potere, in quanto di più ampia diffusione e comunicazione, oltre che, come l’architettura, più capaci di costruire immagini permanenti e fortemente condizionanti il gusto e il modo di vivere la città.

Il palazzo reale identifica spesso il simbolo del potere: il Castello di Versailles voluto da Luigi XIV , la Reggia di Caserta voluta da Carlo di Borbone, il Palazzo di Sanssouci di Postdam di Federico il Grande di Prussia, il Palazzo d’estate di San Pietroburgo di Pietro il Grande.

Nel Novecento il palazzo reale è sostituito dalle grandi strutture pubbliche, soprattutto museali, teatrali e sportive. Lo Zeppelinfeld di Albert Speer a Norimberga (1933-38), l’area dei raduni del popolo nazista, è la tipica opera di un architetto che promuove la linea estetica attraverso le convinzioni politiche sue e del regime: la retorica non è imposta, ma volutamente indagata per far corrispondere all’architettura una precisa idea politica e formale. Un’esperienza figurativa non molto diversa è portata avanti nell’Unione Sovietica di Stalin, dove l’architettura monumentale che costruisce i grandi fondali delle parate militari sostituisce la ricerca che, negli stessi anni, aveva dato vita alla poetica del Costruttivismo. Come scrisse Jacob Burckhardt, la caratteristica che si riscontra comunemente nel despota è la passione per il “colossale”. Ed è proprio il “colossale” lo stile che accomuna i regimi dispotici, pur a diverse latitudini. Ritornando alla Germania di Hitler, il conflitto tra l’arte ufficiale di regime e l’arte che promuove una ricerca razionalista e internazionale è ancora più evidente: il contrasto con il Bauhaus porta alla eliminazione anche fisica delle persone e della Scuola.

Il potere, non raramente, si serve a scopi propagandistici anche di importanti tradizioni pittoriche nazionali: i dipinti murali iraniani godono di un’enorme considerazione; hanno una storia millenaria, pre-islamica e islamica, e un grande valore artistico, utilizzando diversi stili e materiali; riguardano le tematiche più varie, trasformando Teheran in una immensa galleria d’arte. In questi ultimi decenni sono stati molto utilizzati per esaltare i valori nazionali e religiosi, esprimendo l’odio per il nemico, la venerazione per i capi e la sacralizzazione della guerra.

Il rapporto tra la produzione artistica e il potere non si può ridurre però a un naturale e scontato asservimento del primo verso il secondo: la loro relazione può essere disinteressata e cercare, in modo sano, sia per la lungimiranza del potere che per l’indipendenza etica e culturale dell’artista, di favorire le opere di maggior valore. È quella forma di partecipazione alla crescita artistica che, attraverso il mecenatismo, rende possibile e sviluppa la creatività, sostenendo, anche materialmente, la produzione delle opere dell’ingegno. Nella storia questi rapporti virtuosi non sono stati pochi e in molte corti europee e signorie italiane — i Medici a Firenze (Cosimo il Vecchio e Lorenzo il Magnifico), Isabella Gonzaga a Mantova, Federico di Montefeltro a Urbino, ecc —, oltre che nello Stato Pontificio, hanno favorito la nascita di grandi capolavori. I Papi mecenati del Rinascimento vollero rendere molto più bella una città che era ormai in uno stato desolante, riportandola agli splendori del passato: in particolare Sisto IV, Giulio II e, per ultimo, Leone X. I loro interventi, anche urbanistici, hanno trasformato Roma in uno dei massimi centri dell’intera Europa. Erano spinti da motivi non solo artistici e culturali ma anche religiosi: Nicolò V, il primo dei papi mecenati, affermava nel 1455 che se si dava visibilità e bellezza con grandi edifici, la fede sarebbe stata rafforzata.

In questi casi il sostegno tra arte e potere politico è reciproco: gli investimenti sull’arte non sono infatti rivolti soltanto all’ottenimento di vantaggi di divulgazione e valorizzazione di una specifica struttura di governo. Può perfino accadere che a imporsi con assoluto vigore sia il risultato artistico e che, nella successiva narrazione storica, l’egemonia politica diventi secondaria, molto meno significativa del carattere artistico dell’epoca.

In epoca moderna e contemporanea molte opere d’arte nascono dalla volontà del potere politico democratico statale e locale, ma anche dal nuovo mecenatismo legato a un potere economico e non politico. I protagonisti diventano le singole aziende e gli organismi imprenditoriali, e il territorio geografico di riferimento si fa sempre più ampio coinvolgendo paesi (come quelli che affacciano sul Golfo) i cui capi di stato affidano alla diffusione dell’arte molto del loro prestigio.

L’arte, come forma di manifestazione del pensiero, può tuttavia essere anche uno strumento di opposizione: da Honoré Daumier con le sue famose caricature al re Luigi Filippo e con Il vagone di terza classe (1862-1864), a Guernica di Picasso (1937), alle varie opere pittoriche che mostrano gli orrori delle guerre e le ingiustizie sociali, alle opere di correnti condannate dal regime, ugualmente dipinte e messe in circolazione, per giungere fino alle vignette politiche dei nostri quotidiani.

Un importante dovere attuale del potere politico è quello di promuovere l’arte e di diffonderne la conoscenza e il piacere in tutte le fasce di età e sociali, senza escludere, per esempio nel nostro Paese, i neo italiani e gli immigrati. Ciò può avvenire in vari modi: sovvenzioni ai musei, alle gallerie d’arte, a varie iniziative regionali e comunali; visite gratuite nei musei; premi ai giovani pittori e scultori; misure a favore dell’editoria; sovvenzioni alle chiese attualmente chiuse al culto o aperte solo la domenica (per motivi economici e di sicurezza), che spesso contengono capolavori che purtroppo non si possono agevolmente ammirare; e, anche nell’interesse del turismo, sovvenzioni ai proprietari di castelli e dimore di valore artistico, per l’apertura al pubblico. È inoltre importante favorire l’insegnamento del disegno e della storia dell’arte (è un titolo di merito del sistema scolastico italiano quello di aver inserito, al contrario di altri paesi, la storia dell’arte nei programmi), gli interventi delle università a favore del quartiere e della città attraverso corsi, conferenze, mostre, e così via.

Il confronto tra il potere, non solo politico, e l’arte rimane costante e spesso si esprime in modo conflittuale. Resta la convinzione che se prevale l’autonomia dell’artista, anche trasgressiva, la ricerca culturale progredisce e determina quell’avanzamento ideale che solo l’intuizione creativa sa generare.

di Mario Panizza

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16 settembre 2019

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