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Messaggio di riconciliazione

· Il cardinale segretario di Stato alla vigilia del viaggio papale in Myanmar e in Bangladesh ·

«In questi due paesi la comunità cattolica costituisce una minoranza all’interno di maggioranze rispettivamente musulmana in Bangladesh e buddista in Myanmar. È logico che il Papa incoraggerà queste comunità — oltre a confermarle nella fede — a essere una presenza di pace, di riconciliazione e di solidarietà all’interno della loro società, quindi a lavorare soprattutto per il bene comune»: è questo per il cardinale Pietro Parolin il messaggio prioritario che il Pontefice recherà nell’Asia sudorientale in occasione del suo terzo viaggio nel continente, in programma dal 26 novembre al 2 dicembre. Il segretario di Stato, che come di consueto accompagnerà Francesco, ne ha parlato in un’intervista alla Segreteria per la comunicazione rilasciata ad Alessandro Di Bussolo.

Riguardo ai venti di guerra tornati a soffiare in Asia con le tensioni tra Corea del Nord e Stati Uniti d’America, il segretario di Stato ha ricordato che il Pontefice varie volte ha già chiesto di «cercare di risolvere le controversie esistenti». E «il fatto di trovarsi in Asia, molto più vicino a quest’area di crisi che attualmente inquieta e preoccupa tutto il mondo, sarà un’occasione per rinnovare questo appello». Anche perché «il Santo Padre è sempre disposto a offrire tutto il suo aiuto e quello della Santa Sede per tentare di affrontare e risolvere questi problemi attraverso il negoziato e l’incontro». Perciò c’è da aspettarsi che «ancora una volta, in questa circostanza, rinnoverà questo appello, sapendo che al di fuori di questi mezzi non c’è possibilità di risolvere in maniera pacifica queste situazioni così preoccupanti, sapendo appunto — come già i Papi hanno ripetuto tante volte — che niente è perduto con la pace e tutto può esserlo con la guerra, soprattutto se si tratta, come nella prospettiva, di una guerra atomica».

Interpellato sulla questione dei profughi che vivono in condizioni inumane in entrambi i paesi, il porporato ha evidenziato come il Papa abbia «manifestato più volte la sua attenzione nei confronti della situazione di questi profughi», per esempio con l’appello lanciato al termine del Regina caeli del 24 maggio 2015. Appelli, ha spiegato, che vanno «sempre nella direzione, prima di tutto, di insistere sull’accoglienza e quindi di esprimere anche apprezzamento e ringraziamento per i paesi che si fanno carico di queste persone che fuggono, che hanno bisogno di aiuto, di assistenza per la situazione di grande vulnerabilità e sofferenza in cui si trovano. Poi, il suo appello va nel senso di invitare la comunità internazionale a offrire tutta l’assistenza umanitaria possibile di fronte a questo dramma». E infine l’appello richiede «una soluzione duratura di questi problemi, soprattutto per quello che riguarda lo stato di Rakhine in Myanmar e i profughi che vivono questa situazione. Una soluzione duratura — ha chiarito il cardinale Parolin — che venga ricercata da tutti gli attori, tutti i protagonisti, in spirito umanitario, tenendo conto anche dell’importanza per la gente, per la popolazione, di avere una nazionalità e sapendo che solamente questa soluzione duratura può offrire stabilità, pace e sviluppo a quella zona e a tutte le zone di conflitto».

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28 maggio 2018

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