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Preghiera semplice

Insieme nel nome di san Francesco: sono state infatti le parole del poverello di Assisi a guidare l’incontro per la pace presieduto dal Papa alla presenza degli esponenti delle varie confessioni religiose della Bulgaria; ma anche nel ricordo di san Giovanni XXIII, autore dell’enciclica Pacem in terris, che, ancora giovane, in questo Paese svolse gran parte della sua missione come rappresentante pontificio, tanto che la sua opera pastorale è ancora ricordata con riconoscenza.

È stato questo, nel tardo pomeriggio di lunedì, in piazza Nezavisimost a Sofia, uno degli avvenimenti più significativi della seconda giornata di Francesco in terra bulgara e tra i più intensi del viaggio apostolico nei Balcani. Un appuntamento reso difficile dal clima, a causa del colpo di coda dell’inverno che ha portato vento freddo e una fitta pioggia. Condizioni che hanno ridotto l’affluenza di fedeli, comunque alcune centinaia, ma che non hanno tolto intensità all’incontro. Una cerimonia semplice, svoltasi sulle rovine dell’antica Serdica, sede di un concilio (343-344) e luogo in qualche modo simbolo di pacifica convivenza, non distante dalle cattedrali ortodossa e cattolica, dalla grande moschea e dalla sinagoga.

Introdotto da un canto intonato da un coro di bambini, accompagnato dagli esponenti delle altre religioni, il Papa — che all’arrivo era stato accolto dal primo ministro bulgaro, Bojko Borisov — è salito sul palco. Qui erano stati posti un cero con il logo della visita e delle rose, simbolo del paese. Accanto al Pontefice hanno preso posto la presidente della comunità ebraica Sofiya Alfred Koenova, il vescovo armeno Datev Hogopian, il pastore Rumen Bordiev, il gran muftì Mustafà Hadzihi e il direttore per gli affari religiosi del Governo bulgaro Emil Velinov.

La lettura del Cantico delle creature di san Francesco in italiano e in bulgaro ha introdotto il suggestivo momento: un giovane tedoforo ha preso la luce dal cero e ha acceso sei lanterne che ha consegnato ad altrettanti bambini, uno per ciascuna confessione religiosa rappresentata. Dopo la recita del salmo 122, sono iniziate le invocazioni per la pace, proposte sotto forma di canti o recitate, secondo modalità e messaggi tipici di ciascuna tradizione: le voci di tre bambini della Chiesa ortodossa hanno intonato un canto, cui hanno fatto eco altri tre bambini ebrei che hanno interpretato un loro brano e una solista a nome dell’Alleanza protestante ha cantato una Preghiera per la Bulgaria; nel mezzo il vescovo armeno ha recitato una preghiera e un imam ha lanciato un appello di pace. Il Papa ha concluso con la Preghiera semplice di san Francesco e ha poi tenuto un breve discorso.

La pace ha anche bisogno di segni concreti, che a volte, per quanto simbolici, hanno grande valore. E allora il gesto conclusivo, sulle note dell’Alleluja — lo scambio della pace tra i presenti in un luogo così particolare e in una terra con alle spalle una secolare tradizione di pacifica convivenza tra le varie religioni — assume un senso particolare, testimonianza di una concordia possibile, qui come altrove.

Al termine, prima di rientrare in nunziatura dove ha pernottato, il Pontefice è passato in automobile accanto alla moschea, alla sinagoga, alla chiesa ortodossa di Santa Nedelia, alla chiesa cattolica di San Giuseppe e alla chiesa armena di Sofia. Successivamente nella sede della residenza diplomatica ha salutato il personale e alcuni benefattori, lasciato in dono un mosaico dello stemma papale e una formella della medaglia coniata in occasione di questo viaggio.

In precedenza, a Rakosvky, dove aveva trascorso — in una giornata di sole primaverile — anche la mattinata, prima di tornare nella capitale, il Papa aveva incontrato la comunità cattolica della Bulgaria, organizzata in tre circoscrizioni ecclesiastiche: le diocesi di Sofia e Plovdiv, e di Nicopoli, entrambe di rito latino, e l’esarcato apostolico di Sofia, di rito bizantino slavo.

Una comunità piccola, di circa 70.000 fedeli su sette milioni di abitanti che in maggioranza sono ortodossi (60 per cento) e musulmani (8 per cento). L’incontro è avvenuto nella chiesa di San Michele Arcangelo, ricostruita e riconsacrata nel 1931 dopo il terremoto del 1928 grazie all’impegno di monsignor Roncalli, e agli aiuti di Pio XI. E il primo gesto di Francesco, accolto sulle note di Emmanuel, inno di una delle Gmg, è stato il bacio di una reliquia di san Giovanni XXIII posta vicino a un bassorilievo che lo ritrae.

Per primo ha preso la parola il vescovo di Sofia e Plovdiv, monsignor Gheorghi Ivanov Jovčev, che è nato proprio nel territorio di questa parrocchia. Il Papa lo ha ringraziato e abbracciato, invitando i presenti a fare gli auguri al pastore per il suo compleanno e per il suo onomastico, visto che in Bulgaria si celebrava la festa di san Giorgio. Poi è stata la volta delle testimonianze: la religiosa Maria Evrozia Gudzerova, 33 anni, ha raccontato il percorso della sua vocazione tra le suore Eucaristine, una congregazione locale di rito bizantino-slavo che affonda le sue radici nella spiritualità di san Vincenzo de’ Paoli. Anche don Boris Stoykov ha spiegato come è diventato sacerdote, ordinato quindici anni fa, dopo essere entrato giovanissimo, quattordicenne, in seminario. Una vocazione scoperta frequentando la parrocchia. E la parrocchia è stata ed è «la seconda casa» di Mikto e Miroslava Mihaylovi, due giovani sposi, genitori del piccolo Bilyana, intervenuti dopo un momento coreografico animato da ragazzi e ragazze dei movimenti laicali.

Il Papa, che era seduto in mezzo a una quindicina di loro, nel suo discorso ha risposto alle sollecitazioni delle testimonianze, abbandonando spesso il testo preparato. E il suo intervento è stato più volte sottolineato da applausi. Un altro momento intenso, dunque, per Francesco, che ha avuto modo di conoscere una comunità piccola ma vivace. Terminato l’incontro il Pontefice ha raggiunto in auto la base aerea Graf Ignatievo di Plodviv da dove, con un volo di Stato, ha fatto ritorno a Sofia.

dal nostro inviato
Gaetano Vallini

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23 ottobre 2019

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