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Birra
carità e preghiera

· I monaci e la bevanda più amata in Belgio ·

«Contemplativi, quindi totalmente impegnati nel “fare”, dal lavoro manuale al sostegno delle attività caritative delle comunità più vicine al monastero»: parlando dei trappisti, fratel Lode Van Hecke, abate dell’abbazia Notre-Dame d’Orval, ci tiene a épater le bourgeois, a stupire i suoi interlocutori smentendo uno dei luoghi comuni più diffusi e meno vicini al vero che circolano sulla vita quotidiana dei monaci. Simbolo di questa concreta partecipazione alla vita e all’economia delle società in mezzo a cui vivono è la produzione della birra, una tradizione antica quasi quanto l’origine dei loro monasteri (almeno di quelli del nord Europa).

Il 18 settembre scorso nell’ambasciata belga presso la Santa Sede si è tenuto un incontro dedicato al fiore all’occhiello della tradizione del paese, legato a doppio filo alla storia dell’ordine cistercense e del monachesimo benedettino. Dopo un’introduzione dell’ambasciatore, Jean Cornet d’Elzius, sono intervenuti l’abate di Maredsous, dom Bernard Lorent, Jos Wouters, abate generale dei canonici regolari premonstratensi, e Philippe Henroz, direttore della brasserie d’Orval, che ha letto il messaggio di fratel Lode Van Hecke.

«L’aggettivo “contemplativo” — ha continuato nel suo intervento l’abate di Notre-Dame d’Orval — non induce forse a pensare subito a ciò che è “fuori dal mondo”, non produttivo, libero dall’esigenza del lavoro? Mi ricordo di un professore di matematica il quale (forse non amava molto gli studenti della sezione greco-latina dell’epoca) reagendo nei confronti dello studente che sorprendeva distratto in classe e incapace di rispondere alla domanda, diceva “Il signore è un contemplativo? O è forse un poeta?».

Contemplativo non è sinonimo di inattivo; basti pensare all’impeto missionario che ha mosso tutti i grandi mistici. Anche l’abate di Maredsous, tra i relatori del convegno, ha invitato i presenti a pensare in modo non superficiale al posto che ha occupato (e continua a occupare) la bevanda nelle comunità cistercensi lungo i secoli, confermando che «più o meno tutte le abbazie maschili in Belgio hanno una birra che porta il loro nome».

Non solo: anche il marketing fa capire molte cose della storia del paese e delle conseguenze concrete del benedettino ora et labora. «Nell’immaginario belga — ha detto dom Lorent — tutto ciò che fa riferimento a un’abbazia fa riferimento a un prodotto di qualità. L’immagine dell’abbazia è positiva. Porta con sé la tradizione, l’esempio positivo di un lavoro fatto bene».

Oltre che rispondere a un bisogno primario dell’essere umano, quello di bere, produrre birra per secoli ha significato offrire un prodotto più sicuro rispetto all’acqua. «Non bisogna dimenticare — ha aggiunto fratel Lode Van Hecke — che la birra, nel nostro paese, è legata a un fatto: in certe epoche, dove l’acqua era spesso contaminata, garantiva un’alimentazione più sana. Per questo veniva prodotta in tutti i villaggi, anche in alcune famiglie. Nelle comunità monastiche il birrificio faceva parte degli edifici interni alla clausura, come il forno per il pane o la fucina per la lavorazione del ferro».

Una delle caratteristiche dell’ordine di Cîteaux è il ritorno al lavoro manuale, come san Benedetto prevede nella sua regola. Non si tratta del lavoro nel suo senso più largo (opus), ma di labor. Oggi facciamo fatica a immaginare quello che poteva significare questo ritorno al lavoro in una cultura medioevale che rifiutava l’idea di un’attività manuale per i cavalieri, il clero, le persone colte dell’epoca; è significativo il fatto che Bernardo di Chiaravalle mettesse il lavoro manuale sullo stesso piano della solitudine e della povertà volontaria a fondamento della «nobiltà della vita monastica » (lettera 42, 37). Non si tratta solo di una questione di ascesi, ma di realismo; «Come può l’uomo — ripete Bernardo ai suoi monaci — prendere coscienza di se stesso se fugge la fatica (labor) e la sofferenza (dolor)? » (De diversis 2, 1).

Tra gli ingredienti indispensabili della birra monastica, c’è anche la carità: «Per possedere il marchio Authentic Trappist Product — spiega l’abate di Notre-Dame d’Orval — i ricavi non devono essere unicamente destinati alle necessità della comunità monastica (materiali o culturali, come ad esempio il finanziamento della «Revue Bénédictine») ma anche a progetti di sviluppo e opere caritative. Mi è capitato di pensare: se si chiudessero i birrifici trappisti nel nostro paese, quante associazioni a carattere sociale farebbero fatica a continuare ad esistere!».

L’esperienza nella produzione viene spesso condivisa con confratelli di altri paesi; dieci anni fa, dato che il reddito agricolo era diventato insufficiente al mantenimento della comunità, due frati del monastero della Cascinazza di Milano sono andati a visitare le abbazie di Westvleteren, Achel e Chimay per apprendere i segreti di queste realtà produttive. Nel 2008 è nato il primo micro-birrificio italiano gestito interamente da monaci, che ha prodotto la prima birra artigianale monastica del paese, continuando anche nel Bel Paese la tradizione secolare delle birre trappiste belghe “di abbazia”.

di Silvia Guidi

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05 dicembre 2019

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