Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Predicatori senza bavaglio

· I richiami alla penitenza e alla conversione nella Chiesa del Quattrocento ·

«Il nostro “ritornare al passato” storico, giuridico e teologico del sacramento della penitenza, oggetto di indagine dei simposi, è come un’opera di dissotterramento della memoria per portare alla luce nell’oggi della storia tutti quegli elementi e dinamismi che, nel corso del tempo, ne hanno determinato la sua formazione, costituzione, prassi ed evoluzione». Così il cardinale Mauro Piacenza, penitenziere maggiore, nel corso del suo intervento di apertura del quarto simposio della Penitenzieria Apostolica che — con il titolo «Penitenza e Penitenzieria tra umanesimo e rinascimento» — si svolge a Roma, a Palazzo della Cancelleria, il 14 e il 15 novembre.

"Un contributo rilevante alla predicazione e all’esercizio della penitenza nel corso del Quattrocento  -  scrive Krzystof Nykiel, reggente della Penitenzieria, nell'intervento introduttivo - venne dai grandi predicatori, tra i quali si distinsero soprattutto gli osservanti francescani, che ebbero in Bernardino da Siena il loro modello ineguagliato. Bernardino appariva infatti convinto che fosse la corruzione ecclesiastica la principale causa di un silenzio multiforme e dannoso per la vita cristiana: per questo era necessario che predicatori zelanti ponessero fine a tale stato di cose, restaurando una predicazione evangelica, libera da ogni rispetto umano. Il frate lo disse seccamente ai suoi concittadini senesi nel 1427, quando rivelò che aveva rifiutato l’episcopato — i senesi l’avrebbero infatti voluto come loro vescovo — poiché, a suo giudizio, gli sarebbe stato dannoso per l’anima in quanto, da vescovo, non avrebbe potuto più parlare con la franchezza assoluta che gli permetteva invece la sua condizione di  predicatore. Qualche anno più tardi, il Savonarola, priore del convento fiorentino domenicano di San Marco, tuonava con una veemenza non priva, a tratti, di sarcasmo, contro tutti coloro quegli ecclesiastici, quei religiose e quelle religiose che ponevano una cura eccessivamente ricercata nelle vesti liturgiche come negli arredi sacri. Eccolo allora, nel De simplicitate vitae — composto nell’autunno 1495, quando con breve papale gli era stato imposto il silenzio dal pulpito, e dato poi alle stampe nell’estate dell’anno seguente — tuonare contro coloro che onoravano Cristo con calici d’oro e vesti preziose, lo veneravano in statue di broccato infarcite di metalli e pietre preziose e poi calpestavano lo stesso Cristo realmente presente nei poveri.

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

16 dicembre 2019

NOTIZIE CORRELATE