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Predicare
è la mia vocazione

· L’esperienza di una domenicana svedese ·

Come si può affrontare l’essere cattolica, femminista, svedese, e per giunta religiosa domenicana? Come si fa a diventare cattolica dopo essere stata educata come donna indipendente, politicamente impegnata e pari ai maschi? Perché rimango cattolica pur abbracciando pienamente le politiche svedesi sull’uguaglianza del genere? Spesso devo difendere la mia fede, devo giustificare il mio essere cattolica. Vengo sfidata da persone sia all’interno sia all’esterno della Chiesa, e da qualche tempo sempre più da donne in procinto di lasciare il cattolicesimo. Alcuni mi dicono di passare alla Chiesa luterana, dove posso diventare sacerdote. Le due chiavi interpretative decisive del fatto di trovarmi perfettamente a mio agio come cattolica sono l’inclusività e la relazionalità.

Nel mio contesto particolare, devo domandarmi con onestà perché non mi convertirei mai a un’altra confessione cristiana. Oggi ci sono molte donne (e uomini) che abbandonano la Chiesa cattolica. È diventata una sfida pastorale seria: la gente chiede, se non una risposta definitiva (che però non sempre ottiene), almeno qualche strumento per interpretare le proprie esperienze di vita. Ovviamente ci sono molte ragioni per cui le persone vogliono lasciare la Chiesa, e la stragrande maggioranza di queste non riguarda le questioni femministe e dell’uguaglianza, ma dobbiamo ammettere che si tratta di un aspetto che la Chiesa deve affrontare.

Mi viene la pelle d’oca ogni volta che mi domando: «Da chi andrò?». Con profonda riverenza mi affido a Cristo e al modo in cui è celebrato e vissuto nella Chiesa cattolica. La mia storia personale è profondamente collegata al modo in cui concilio l’essere cattolica, domenicana e femminista, e ritorno sempre all’“essere Chiesa” quale unità nella differenza costruita sulla relazionalità. Essere cattoliche ed essere femministe sono due condizioni contraddittorie? Facendo riferimento alla mia storia personale, desidero mostrare che non per forza devono essere in conflitto.

Negli anni Cinquanta e Sessanta sono stata cresciuta come femminista e, al tempo stesso, mi sono innamorata della Chiesa cattolica. I miei genitori mi dicevano che potevo diventare qualsiasi cosa avessi desiderato, dandomi il loro pieno sostegno negli studi e nelle scelte di vita. I diritti delle donne erano fondamentali, e se c’era qualche ostacolo doveva essere superato! Mi incoraggiavano a mettere in discussione l’autorità e a non dare nulla per scontato, specialmente a scuola.

A dieci anni, nel 1964, la mia migliore amica a Natale mi chiese di accompagnarla alla messa di mezzanotte, celebrata in italiano nella cattedrale cattolica. I miei genitori, piuttosto sorpresi, mi diedero il permesso, e quindi andammo in esplorazione! Nessuna di noi sapeva molto sul cristianesimo. L’educazione religiosa, all’epoca tendente piuttosto al luteranesimo, mi sembrava alquanto strana e provavo grande piacere nel mettere in discussione le verità affermate dal nostro insegnante. La messa di mezzanotte nella cattedrale cattolica fece crollare la mia logica: non capivo una sola parola, ma sapevo di trovarmi in un affascinante mondo parallelo e di farne parte. Pur essendo completamente estranea, mi sentivo profondamente inclusa. Mi presi una vera cotta per la Chiesa cattolica, ma a livello della logica continuavo a contestare tutto ciò che era cristiano.

Dopo la confermazione nella Chiesa luterana — che all’epoca era quasi un rituale sociale — il sacerdote mi suggerì di iniziare a studiare teologia e diventare io stessa sacerdote. Pensai che fosse matto: non intendevo aver nulla a che fare con quella Chiesa maschile sciovinista e clericale e continuai a partecipare alle messe di mezzanotte cattoliche a Natale. Già allora c’erano donne sacerdote nella Chiesa luterana svedese, ma non ne avevo mai incontrata una e non m’importava nemmeno farlo. La cosa fondamentale, però, fu che non ero mai stata invitata a unirmi a una comunità viva. C’erano i singoli individui, certamente convinti della loro fede, che però guardavano solo al sacerdote. C’era una forte relazione verticale, con Dio e con il sacerdote, ma nessuna comunione orizzontale.

Alle scuole superiori scrissi un tema sulla filosofia dello Stato, con riferimenti a sant’Agostino, san Tommaso e Jacques Maritain. All’epoca la politica era il mio stile di vita. Ad attirare davvero il mio interesse fu Tommaso, non tanto per i suoi scritti quanto perché era un domenicano, per la sua vita. Per la prima volta la logica e la ragione da un lato e la preghiera mistica dall’altro, ciò che all’epoca avrei definito mondi paralleli, non si escludevano a vicenda. Fu però anche il modo in cui l’umanità veniva descritta come comunione in cui ognuno aveva una vocazione a costruire una società unita. Corrispondeva alla mia visione socialista della politica.

Sempre alle superiori, durante le vacanze scolastiche, mi recai in Francia per migliorare la lingua. Nell’andare in giro per la città con la signora che mi ospitava ad Avignone, entravamo sempre in una delle chiese vecchie e buie per accendere una candela, e presumo che lei dicesse una breve preghiera. Mi sentii stordita dinanzi a questo culto quotidiano. Riservata dinanzi a tutto ciò che riguardava la religione, non le domandai mai perché lo faceva; semplicemente lasciavo che accadesse. Un giorno entrai da sola in una di quelle chiese, cercando di ricordare che cosa il sacerdote luterano della confermazione aveva detto sulla preghiera. «Crea uno spazio nel tuo cuore e lì parlerai con Dio». Ancora una volta emerse in me quel mondo parallelo, pacifico ma non molto utile, poco logico e certamente non politico.

Prima di iniziare l’università mi presi un anno per studiare e lavorare all’estero. Questa volta abitai presso una famiglia cattolica praticante nella Svizzera francofona. Avevano sei figli, pressappoco della mia età, e avevano vissuto in Sudamerica per qualche anno, portando indietro con loro alcuni animali piuttosto spaventosi. Eravamo quattro studenti, provenienti da diverse parti del mondo, a condividere la loro vita quotidiana. Era il 1973, e il colpo di Stato in Cile era l’argomento e il centro di quasi tutte le cene. Poi passò in primo piano la crisi petrolifera e si discusse di una serie di questioni etiche. Dunque, la Chiesa cattolica divenne politica e per giunta di sinistra, e ben presto fu introdotta la teologia della liberazione, e subito dopo la questione femminile. Non avevo mai incontrato tante donne cristiane forti in vita mia! Politica, ragione, fede, preghiera e culto diventarono una cosa sola. Non c’erano più mondi paralleli; fu incluso anche il mio femminismo, e questa scoperta significò la mia seconda cotta per la Chiesa cattolica.

Tornata in Svezia e all’università a studiare lettere classiche con una specializzazione nel medioevo, ero fortemente impegnata in politica e specialmente nei movimenti femministi. Tuttavia sentivo un vuoto che non poteva essere colmato dal mio impegno politico. Mi recai alla locale chiesa parrocchiale luterana, ma non mi sentivo parte di essa. Raccogliendo tutto il mio coraggio, chiamai un religioso domenicano francese a Stoccolma, che era anche il cappellano degli studenti. In quattro mesi mi fece conoscere il nuovo catechismo olandese, il concilio Vaticano II, Pierre Teilhard de Chardin, Edward Schillebeeckx, Yves Congar, Caterina da Siena e Madeleine Delbrêl, ma soprattutto una comunità di cristiani dalla mentalità molto aperta nella parrocchia domenicana. Questa volta non fu solo una cotta, bensì un amore profondo per la Chiesa cattolica. Il puzzle era completo e ben presto anch’io fui parte dell’immagine.

Ancora all’università, iniziai a far parte della cappellania ecumenica e di un dialogo piuttosto concreto tra la Chiesa cattolica e quella luterana. Fu un grande salto per me e mi diede molta speranza. Celebravamo alternandole le funzioni cattolica e luterana, e la donna sacerdote, che era il cappellano luterano, divenne una mia ottima amica. Tuttavia, non mi bastava essere una laica impegnata; volevo di più. Sentivo la chiamata alla vita religiosa unita all’impegno politico, ma anche a essere sacerdote, specialmente per predicare il Vangelo. Fu un tempo di ecumenismo “selvaggio”. Sì, partecipavamo alla mensa della comunione gli uni degli altri senza pensarci su, e sì, spesso erano laici a pronunciare l’omelia durante la messa, quando non si svolgeva addirittura un dialogo dopo la proclamazione del Vangelo. Era il tempo dopo il concilio e prima di Inter insigniores: erano in molti a incoraggiarmi a studiare teologia per diventare sacerdote nella Chiesa cattolica. Tutto era possibile, e noi donne cattoliche eravamo in tante ad andare avanti con grandi aspettative.

Tuttavia, la mia vita prese un’altra piega quando, durante una vacanza estiva, conobbi una comunità di religiose domenicane in un sobborgo vicino a Grenoble. Questa volta non si trattò di una cotta, bensì di una chiara convinzione. Volevo vivere come loro, in un comune appartamento tra gente comune, svolgendo un lavoro comune e predicando il Vangelo attraverso quel tipo di vita. Una delle suore era insegnante di teatro tra ragazzi emarginati, un’altra lavorava come infermiera tra immigrati musulmani e la terza stava completando gli studi per diventare bibliotecaria e qualche volta la sera lavava i piatti in un ristorante frequentato da marxisti. C’erano ovunque confusione e dialogo, e questo per me era Vangelo. Potevo davvero toccare con mano che cosa significava l’inclusività. Essere cristiani e cattolici significava essere sempre in una relazione profonda con persone che avevano una visione del mondo diversa dalla propria.

Sono domenicana da ormai trentacinque anni e non ho mai avuto ripensamenti sulla mia vocazione. C’è ancora molto da fare per dare eguale voce alle donne nella Chiesa cattolica. Durante la mia formazione iniziale, nei primi anni Ottanta, nella mia comunità studiammo la teologia femminista e pubblicammo anche un paio di opuscoli sull’argomento. La suora responsabile della mia formazione era una donna straordinaria, che ripeteva sempre che una vita di fede è un’avventura nella quale si deve camminare verso un orizzonte che ti porta sempre oltre. È come saltare dal trampolino più alto senza sapere se sotto c’è dell’acqua ad aspettarti. Nulla è statico, tutto cambia continuamente, evolve, niente è impossibile se hai fede.

La trasformazione della Chiesa da parte di Papa Francesco è per me come una festa di compleanno. Forse abbiamo una visione completamente diversa delle questioni femminili, ma lui sta applicando alla vita ecclesiale parole che avevo conosciuto agli inizi degli anni Settanta. Misericordia, tenerezza, confusione, coraggio, unità nella diversità. Pur non potendo diventare sacerdote, in tutti questi anni non sono mai stata tentata di andare altrove. Mi sento perfettamente inclusa in questa comunità, chiamata a essere un ospedale da campo.

C’è una sola cosa che mi dispiace, però, ed è non poter pronunciare l’omelia durante la messa. Predicare è la mia vocazione come domenicana, e sebbene possa farlo quasi ovunque, talvolta perfino nella chiesa luterana, sono convinta che ascoltare la voce delle donne al momento dell’omelia arricchirebbe il nostro culto cattolico.

La Chiesa cattolica è stata il mio primo amore, e con la grazia di Dio continuo a provare tale amore ogni giorno. E lo faccio come femminista, come esploratrice di una teologia creativa e viva e come domenicana politicamente impegnata.

di Madeleine Fredell

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01 giugno 2016

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