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Precursore del dialogo
tra ebrei e cristiani

· ​Le intuizioni e gli insegnamenti di Elia Benamozegh ·

Elia Benamozegh (1823-1900) fu un rabbino livornese che si illustrò negli studi talmudici e cabbalistici. Nel mondo ebraico italiano del xix secolo, la sua importanza può essere paragonata solo a quella di Samuel David Luzzatto (Shadal), di una generazione più giovane di lui, che con lui entrò spesso in polemica proprio sulla questione del misticismo. Ma, come ci mostrano Marco Cassuto Morselli e Gabriella Maestri nel pregevole studio Elia Benamozegh nostro contemporaneo (Milano, Marietti 1820, 2017, pagine 130, euro 14) il suo ruolo non fu solo quello di studioso della mistica: egli infatti fu anche, attraverso i suoi studi sul noachismo e sui rapporti tra ebraismo e cristianesimo, un precursore del dialogo ebraico-cristiano in un momento in cui ancora non erano state abbattute le mura di tutti i ghetti e il dialogo fra le due religioni sembrava inimmaginabile. 

Elia Benamozegh (1823-1900)

Era nato a Livorno, discendente di un’illustre famiglia di rabbini marocchini. E a Livorno visse tutta la sua vita nella concentrazione degli studi talmudici e cabbalistici, allontanandosene solo due volte per recarsi a Pisa. Ciò nonostante il suo fu un approccio universalista, i suoi studi spaziarono in campi molto estesi, e stretti furono i suoi rapporti con la cultura francese, lingua in cui scrisse alcune delle sue opere più importanti.
Il suo maggiore intento, nello studio del pensiero cabbalistico da lui tanto amato, era quello di dimostrare che non di una deviazione dalla via maestra dell’esegesi talmudica si trattava, ma di una delle sue radici profonde, presente in maniera esoterica già in qualche passo del Talmud e nei commentatori medioevali, in particolare nel pensiero di Rashi.
Una tradizione quindi dotata di una sua continuità, parte integrante della tradizione, ma nascosta in attesa dell’avvento del Messia, quando avrebbe potuto venire liberamente alla luce. Un nesso indissolubile lega infatti, nella concezione di Benamozegh, misticismo e messianesimo.
Attento a tutti i fenomeni che si allontanavano, o parevano allontanarsi, dal solco maestro della tradizione, Benamozegh si occupa anche di Spinoza, in uno scritto in francese in cui lo interpreta alla luce dei concetti cabbalistici. Ma è su Gesù che concentra la sua attenzione, in un’epoca in cui ancora la natura ebraica di Gesù non era sottolineata da nessuno, né in campo cristiano né in campo ebraico.
I suoi studi su Gesù sono però preceduti da un’attenta riconsiderazione del movimento degli esseni, di cui egli sottolinea lo stretto rapporto con il pensiero cabbalistico successivo e che riconduce, contrariamente alle opinioni del suo tempo, non alla cultura alessandrina bensì a quella, nata in terra d’Israele, dei qeniti, dei recabiti, dei nazirei, non senza sottolinearne gli aspetti comuni con il fariseato.
Uno studio, questo sugli esseni, pubblicato a Firenze nel 1865 e proprio per il suo carattere innovativo avvolto nell’oblio fino ad anni recenti. Gli studi del rabbino livornese si avvicinavano così, cercando di comprendere il contesto religioso culturale che gli faceva da sfondo, alla figura di Yeshua, Gesù, di cui sottolineava l’ebraicità, attribuendo invece soprattutto a san Paolo la rottura vera e propria con la tradizione ebraica.
Assume importanza, in questi studi, anche il noachismo, le sette norme della legge di Noè, la religione universale rivolta a tutta l’umanità, da cui secondo lui tanto avrebbe tratto ispirazione l’universalismo cristiano.
E proprio nell’ambito di un’immagine dell’ebraismo in cui particolarismo e universalismo si fondono e si armonizzano, trova rilievo la sua considerazione positiva delle altre due religioni monoteiste, il cristianesimo e l’islam. Perché il principale assillo di Benamozegh è quello di sottolineare il valore dell’ebraismo per tutta l’umanità, non solo per gli ebrei, e al tempo stesso di coglierne il rapporto inestricabile con il cristianesimo che da lui deriva: «Perché l’ebraismo e il cristianesimo non dovrebbero collaborare all’avvenire religioso dell’umanità?» si domanda.
Sono, per i tempi in cui sono state scritte, parole profetiche quelle che Benamozegh scrive nei suoi libri, come precursori della svolta della Nostra aetate sono i suoi insegnamenti, rivolti non ai soli ebrei ma a tutta l’umanità. Viene da chiedersi, leggendo i suoi scritti, se questa svolta, che tanto deve agli orrori della Shoah, non avrebbe potuto realizzarsi anche in un mondo che non avesse conosciuto l’antisemitismo nazista. Se non ci fossero cioè già le forze, un secolo prima di quanto è stato, per avviare un processo di rilettura delle radici ebraiche del cristianesimo e per ravvicinare le due religioni tanto in conflitto fra loro. «Gli ebrei — concludono Morselli e Maestri — attendono la venuta del Messia, i cristiani attendono il ritorno di Cristo. Elia Benamozegh affermava che il Messia non è venuto né verrà ma che sta venendo. Forse... al suo arrivo ebrei e cristiani potrebbero scoprire in lui gli stessi tratti del volto».

di Anna Foa

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