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Precarietà al femminile

· I dati dell’Oil sulla condizione delle donne nel mondo del lavoro al tempo della crisi ·

L’Ocse denuncia le disparità presenti ai vertici dell’economia

Tocca soprattutto le donne l’aumento della precarietà lavorativa innescato dalla crisi economica. Questo secondo i dati dell’Organizzazione internazionale del lavoro. In Italia, ad esempio, il tasso di disoccupazione giovanile sfiora ormai il 30 per cento per i giovani sotto i 30 anni, ma sale al 50 per cento per le ragazze. Eppure, secondo Banca Etica, se l’occupazione femminile in Italia raggiungesse il 60% per cento, il pil del Paese crescerebbe di 7 punti, ma sono ancora molti gli ostacoli culturali, organizzativi ed economici che rallentano il percorso verso il raggiungimento di una piena parità tra uomini e donne sul mercato del lavoro e nella ripartizione delle responsabilità famigliari.

La Commissione delle Nazioni Unite sulla condizione delle donne (Csw), riunita fino al 9 marzo al Palazzo di Vetro, esprime grave preoccupazione per il peggioramento della condizione femminile, provocato oltre che dalla perdita del reddito da lavoro, dai forti tagli alla spesa sociale praticati dagli Stati per contenere il disavanzo pubblico. La povertà di massa è soprattutto povertà femminile, visto che il 70 per cento dei poveri assoluti nel mondo sono donne.

Le donne sono le principali generatrici di reddito famigliare, ma rimangono escluse dall’accesso a risorse fondamentali per lo sviluppo economico, come il credito, la proprietà della terra e di altri strumenti di produzione, la formazione e la tecnologia. Nelle società industriali subiscono una forte disparità nelle retribuzioni e nella carriera professionale: nell’Unione Europea il divario medio dei guadagni tra uomini e donne è del 17,4 per cento.

E la disparità tra donna e uomo è ben presente anche ai vertici dell’economia, nonostante i passi avanti nella legislazione sulle pari opportunità. Nei Paesi dell’Ocse, infatti, le donne occupano solo il 10 per cento dei posti nei consigli d’amministrazione delle società quotate in Borsa. Lo riferisce il Gender browser, nuovo strumento per la misurazione delle disparità elaborato dalla divisione sulle politiche di genere dell’organizzazione parigina. Questa media, spiega l’Ocse in una nota, nasconde però grosse differenze tra i singoli Paesi: si va infatti dal 40 per cento di donne nei grandi consigli di amministrazione in Norvegia, dove le cosiddette quote rosa sono in vigore dal 2006, al 3 per cento appena della Germania. L’Italia si colloca nella parte bassa della graduatoria, con il 7 per cento di presenza femminile nei consigli. «Non c’è prova inconfutabile che la presenza accresciuta di donne nei consigli d’amministrazione migliori le performance delle imprese — commenta l’organizzazione — ma è certo che una parità rafforzata aumenterebbe il bacino di talenti sfruttabile per i posti di alto livello».

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20 ottobre 2019

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