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Povertà significa essere liberi

· A colloquio con la polacca Małgorzata Chmielewska, superiora della comunità Pane della Vita ·

Suor Małgorzata si occupa dei senzatetto e dei poveri. È venuta a Roma solo per qualche giorno. Quando la incontriamo, è già stata alla messa celebrata dal Papa a Santa Marta e ha incontrato monsignor Konrad Krajewski. È raggiante e si vede. Alle nostre domande risponde in modo concreto ed esauriente e ogni tanto, come per abitudine, ci chiede se veramente non abbiamo fame.

Come ha conosciuto la comunità Pane della Vita?

«La mia opera racconta di come una singola persona possa fare la differenza per sconfiggere la povertà. La mia opera raffigura una donna che conduce dei bambini piccoli fuori dall’oscurità, portandoli verso una vita di dedizione, scelte e lavoro» (Jennifer Cacaci, 2012).

Per caso. Insieme alla mia amica, ancora ai tempi del comunismo, facevamo varie cose, allora meno legali, per gli emarginati. Cercavamo un luogo o una comunità adatta ai nostri bisogni, cioè che vivesse insieme a queste persone: qualcuno mi ha dato l’indirizzo e siamo andate in Francia.

Oggi Pane della Vita ha in Polonia diverse case, laboratori e perfino un negozio on line.

In Polonia la comunità esiste dal 1989 quando venne aperta la prima casa per i senzatetto, organizzata da me, dalla mia migliore amica e dall’attore Maciej Rayzacher. In poco tempo l’abbiamo inserita nella comunità Pane della Vita. La sua missione consiste nel vivere con i poveri intorno a Cristo nell’eucaristia. Vogliamo vivere con i poveri — non lavoriamo per loro perché non sono nostri assistiti, bensì fratelli e sorelle, il che ha un’importanza essenziale nelle nostre reciproche relazioni — e cerchiamo di indicare Cristo nell’eucaristia come Signore e salvatore, come l’unico che può guarire le ferite, indicare la via e dare amore. Non avevamo un piano: le persone che comparivano sulla nostra strada con i loro problemi rappresentavano per noi delle domande. E così è tuttora. La prima casa è nata perché abbiamo incontrato delle senzatetto: a un certo momento in campagna da noi venne una ragazza per farsi prestare 50 złoty (circa 12 euro) per il collegio scolastico, se non pagava sarebbe stata espulsa ed era l’anno del diploma. Le abbiamo dato i soldi e abbiamo cominciato a occuparci di altre persone con gli stessi problemi: è nato così un fondo di borse di studio che attualmente sostiene 600 giovani. Quando venivano da noi, sempre lì in campagna, erano disoccupati e ci chiedevano da mangiare con imbarazzo: volevano lavorare e abbiamo cominciato a pensare come dargli lavoro. Pian piano sono nati i laboratori e le squadre di edili. Tra i senzatetto ci sono molti malati che hanno bisogno di essere curati da specialisti, abbiamo quindi aperto un ospizio per i malati. Le madri con bimbi piccoli non potevano stare insieme ad altre donne con problemi psichici o di alcol: era necessario creare una casa appositamente per loro. È così che funziona.

Lavorate anche con i disabili?

Esiste, specie in campagna, il grande problema dei disabili, che vivono in condizioni terribili: se un allevatore tenesse così i maiali verrebbe mandato in prigione. Così abbiamo cominciato a ristrutturare o costruire case per le famiglie in difficoltà in cui o i genitori o figli (o entrambi) presentano qualche forma di disabilità. Sono molti anche i giovani disabili mentali non gravi: troppo intelligenti per avere una pensione d’invalidità, ma troppo poco abili per vivere autonomamente. Tutti vorrebbero comunque lavorare: nei nostri laboratori trovano una possibilità. Tra loro spesso ci sono ragazzi cresciuti in orfanotrofio che non hanno mai avuto una vita propria da adulti: vivono in stanze con altre persone, dipendono sempre da qualcuno, mentre con la nostra discreta assistenza potrebbero funzionare benissimo e magari avere una famiglia.

Crede che al di là delle dichiarazioni di principio la Chiesa accetti davvero la disabilità, in particolare quella mentale?

No. Certo, ci sono luoghi, comunità e sacerdoti che lavorano con i disabili mentali, ma sono una piccola minoranza. Ultimamente in una parrocchia non si è voluto dare la comunione a un ragazzo disabile: un nostro sacerdote è andato là e gliel’ha data perché il ragazzo stava per morire. Per me queste persone sono i vip nel Regno di Dio, eppure noi li emarginiamo. Troviamo ai primi posti nella nostra Chiesa i deboli, le donne anziane, i disabili?

Come intende la povertà?

La povertà non è la miseria. Faccio di tutto perché nelle nostre case, che sono molto modeste, le persone possano vivere dignitosamente, perché ci sia la pulizia, perché l’ambiente sia gradevole, l’erba tagliata. La povertà non è un concetto relativo perché riguarda miliardi di persone in questo mondo ed è una cosa reale e dolorosa. Significa l’incertezza del domani, l’impotenza e l’angoscia per i propri cari, l’impossibilità di soddisfare i loro bisogni. La povertà ci insegna anche la fiducia nella Provvidenza di Dio, perché in modo concreto sperimentiamo che Dio c’è veramente. Nella nostra comunità molto spesso rimaniamo senza niente e allora cominciamo a pregare: dopo un po’ qualcuno ci dà qualcosa, arriva qualcuno e porta qualcosa. La povertà in pratica significa essere liberi.

Beati i poveri: sono felici qualche volta gli abitanti delle vostre case?

A Varsavia recentemente è stato esaminato il livello di soddisfazione dei clienti dei vari servizi, inclusi i clienti degli ospizi per i poveri, perché in Polonia chi riceve l’assistenza sociale è un “cliente”. E così un giovane sondaggista è venuto da noi e ha domandato a un senzatetto trentacinquenne malato di cancro: «Lei è soddisfatto?». Questo è naturalmente un’assurdità. La povertà in sé non dà la felicità: direi che, al contrario, rende infelici. Gli abitanti delle nostre case sono o persone che erano benestanti e avevano una famiglia, o persone nate già svantaggiate, che non hanno mai avuto niente: la vita nella comunità e sentire che sono amati dà a entrambi la felicità. Quindi penso che nella maggior parte loro sono felici, naturalmente nel senso molto profondo della parola. Nelle nostre case nonostante la grande sofferenza c’è la gioia, si ride, si scherza. Certo, questa benedizione funziona quando l’uomo scopre che l’amore è veramente il valore più alto e che Dio ci ama senza limiti, in modo acritico, come una madre ama il figlio indipendentemente da come esso è. Anzi, una madre ama di più il figlio che soffre di più. Io ho cinque figli adottivi, uno, Artur, è autistico: anche se è un ragazzo difficile, è il pupillo della casa. Ama gli accendini, li raccoglie e li infila nelle bottiglie vuote: tutti a casa ne hanno in tasca uno per darglielo, così che anche lui possa essere felice per un momento. I poveri scoprono quella felicità che noi non vediamo perché occupati a cercarla altrove. Per loro, forse, è più facile scoprire la vera felicità: in questo consiste la grandezza del povero.

Per aiutare i poveri serve denaro. Tra coloro che vi sostengono ci sono persone ricche?

Margaret Thatcher ha detto che per essere un buon samaritano bisogna avere i soldi. Ciò è naturalmente vero. Cerchiamo di guadagnarci da soli il pane per quanto è possibile: nelle nostre case lavorano tutti coloro che sono in grado di farlo. La prima cosa che facciamo perché un nuovo arrivato conservi la propria dignità è chiedergli di apparecchiare la tavola. I soldi e le cose materiali che riceviamo sono naturalmente un dono della Provvidenza, ma chiaramente ce le danno delle persone, e spesso non sono persone benestanti! Un giorno chiamò una signora: mi chiese se volevo una macchina. Risposi di sì: era un fuoristrada perfetto per la campagna, ma in versione lussuosissima con sedili in pelle. Vi abbiamo subito messo sopra una targa con scritto “dono”. In generale, però, per le persone ricche è più difficile condividere perché dagli uffici eleganti delle multinazionali nel centro di Varsavia, Parigi, Londra o Roma è più difficile vedere chi sta in basso. Invece coloro che giorno per giorno affrontano le difficoltà della vita comprendono più facilmente. Quando raggiungiamo un certo livello di ricchezza, ci allontaniamo dalla fonte della solidarietà umana, dalla misericordia e dai legami con gli altri: è il pericolo che corrono le persone molto ricche. Ne conosco qualcuna: sono piene di buona volontà ma incapaci di capire “l’altro”. In questo sta la loro povertà. Viviamo in una società competitiva che insegna subito ai bambini che devono essere migliori degli altri. Sono i figli dei poveri che vengono scelti per dare il benvenuto al vescovo in parrocchia? Sono loro che declamano le poesie?

Cosa si può fare? Cambiare il sistema di assistenza sociale?

Sicuramente bisogna perfezionare il sistema di assistenza sociale, ma il problema è che le persone più deboli, coloro che sono nati in condizioni di svantaggio, non sono in grado di funzionare in un sistema dove bisogna sapere fare molte cose, usare il computer, riempire moduli in banca, parlare un linguaggio che non conoscono. Creando tali sistemi, li escludiamo. Non sono nemmeno emarginati, perché per emarginare qualcuno bisogna prima vederlo. Sono, semplicemente, persone che non esistono. Il ruolo di noi cristiani deve essere quello di “vedere” il problema, perché molte persone non lo vedono. Niente può sostituire l’incontro dell’uomo con un altro uomo: la relazione, la condivisione, il sostegno reciproco. Gli abitanti delle nostre case non prendono solamente: ci danno moltissimo. Si creano relazioni, scambi, senza i quali non c’è amore, né rispetto. Nessuno può essere assistito a vita, invece è proprio quello che fanno i moderni sistemi di assistenza. Agli esclusi si danno le condizioni minime di sopravvivenza, ma non si permette loro di reinserirsi nel sistema della normale vita economica, culturale, educativa e spirituale. È molto più difficile mettere una persona in condizione di poter funzionare da sola, vivere dignitosamente, guadagnarsi la vita e mantenere la famiglia.

Suor Małgorzata Chmielewska è la superiora della comunità Pane della Vita, fondata da una coppia francese, Pascal e Marie Pingault. Convertitisi in età adulta, nel 1971 con un gruppo di amici hanno deciso di vivere radicalmente il Vangelo. Dopo tredici anni è nata la comunità riconosciuta dalla Chiesa come associazione di fedeli laici. I suoi membri, laici consacrati, vivono insieme ai poveri. In Polonia la comunità gestisce case, dormitori per i senzatetto, i malati e le madri sole. La sua fondazione Case della comunità Pane della Vita organizza il lavoro dei malati e dei senzatetto nelle manifatture e assegna borse di studio ai bambini delle campagne.

 Dorota Swat

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06 dicembre 2019

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