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Povertà globale e nuovi diritti

· Le questioni poste dal libero scambio ·

Intere regioni del mondo denunciano un sistema che preda le risorse, incrementa la povertà e genera migrazioni di massa e nuovi conflitti, mentre le leadership internazionali storiche sono entrate in una fase di declino. Quanto suggerirebbe di classificare come illusorie le scorciatoie autoritarie e non risolutive le soluzioni locali. Eppure gli stati nazionali e le federazioni di stati si occupano sempre più di stipulare trattati bilaterali per garantirsi condizioni ad hoc nello scambio delle merci. Si tratta di provvedimenti speciali, che hanno effetti normativi e agiscono in aggiunta o in deroga ad altre fonti del diritto nazionale e internazionale. Anche per questo innescano controversie e l’opposizione di importanti espressioni della società.

Il Ceta, trattato bilaterale in costruzione tra Unione europea e Canada, per esempio, è avversato in Italia da organizzazioni come Coldiretti, Cigl, Legambiente, Slow Food, Green Peace, Acli Terra. Trattati di questo tipo hanno lo scopo dichiarato di abbattere le barriere doganali e favorire il libero scambio delle merci. Chi però volesse valutare questo fenomeno sulla scorta della classica polarità protezionismo vs liberismo, non coglierebbe la novità del tema. Gli accordi non intervengono per creare generalizzate buone condizioni per lo scambio delle merci, ma sono stipulati per assicurare condizioni privilegiate tra alcuni stati e per alcune merci. I paesi più forti tendono così a creare tra loro aree di scambio esclusive, pilotando i mercati. A questo scopo escludono dalle pari condizioni di concorrenza, o sottomettono lungo le catene del valore, le produzioni più deboli sul mercato e i paesi produttori più poveri.

Ovviamente non favoriscono la circolazione degli esseri umani. Un mondo che volesse abolire la miseria, o affrontare le crisi globali, dovrebbe operare diversamente, nella fiducia che la solidarietà, le pari condizioni e il riconoscimento a tutti del giusto valore del prodotto permettono di concorrere al bene comune. L’Italia, per esempio, ha concordato nel Ceta la tutela di 41 suoi prodotti alimentari tipici su 288, solo i più forti nel mercato canadese. Restano escluse dai benefici le tante produzioni tipiche ancora in via di sviluppo. Non a caso delle 41 prescelte, solo cinque sono quelle meridionali. Un simile accordo può dunque vantare di tutelare oltre il 90 per cento del mercato dei prodotti tipici così com’è, ma dentro una fredda statistica ferma la crescita futura della maggioranza oggi più debole a svilupparsi. Scelte simili sono destinate ovunque ad allargare artificialmente il divario tra poche produzioni di successo e le tante a cui il libero scambio viene precluso.

È di tutta evidenza che trattati come il Ttip tra Usa e Ue, il Trd tra Cina e paesi del centro est europeo, il Ceta tra Ue e Canada portino vantaggi ai paesi contraenti. Diversi commentatori ne hanno compilato, in doviziosi articoli di stampa, un lungo elenco, che tuttavia non basta a chiudere il dibattito. Non almeno prima di comprendere e valutare dove si distribuiscano questi vantaggi, chi ne resterà escluso e i processi e interessi che hanno guidato la selezione. È una questione dirimente fra il diritto e la legittima domanda popolare, che impone trasparenza su questo dato. Assicurarla porterebbe nella direzione di una società aperta e di un’economia partecipativa e solidale.

I trattati bilaterali di libero scambio in discussione tra Europa, Stati Uniti, Canada, Cina mettono in evidenza un vuoto di diritto davanti a cambiamenti epocali e la mancanza di una governance globale. Mancano istituzioni per la definizione dei trattati. Le trattative si svolgono oltre le sedi istituzionali, vi concorrono sconosciuti lobbisti e sono secretate. Su di esse non c’è diritto alla conoscenza. La questione è ancora più importante quando le più delicate barriere che abbattono non sono doganali, ma di principi: diritti dei lavoratori, sicurezza alimentare, salute, ambiente. I trattati prevedono che il diritto di reciprocità per il libero ingresso di alcune merci sia obbligato anche se queste sono prodotte in violazione dei principi di produzione del paese importatore. Il presidente di Coldiretti, Roberto Moncalvo, ha denunciato che gli alimenti canadesi, che entrerebbero in Europa grazie al Ceta, potrebbero non avere gli stessi requisiti di salubrità obbligatori per i produttori europei, poiché il Canada ammette un uso di sostanze vietato nei paesi Ue. Ma c’è anche una questione più sottile e invasiva. C’è la possibilità che la violazione di alcuni principi, pur lasciando inalterata la consistenza materiale delle merci, contamini queste su di un piano etico, attraverso i processi ingiusti che intervengono durante la loro produzione. Avviene con i paesi più civili: il Canada non ha ratificato le convenzioni dell’Organizzazione internazionale del lavoro in materia di età minima e sicurezza dei lavoratori ed è sotto accusa, anche da parte della Chiesa canadese, per i gravi crimini contro l’uomo e l’ambiente delle sue aziende minerarie che operano in America latina.

Se si considerano le merci come entità meramente materiali, il rifiuto della loro importazione potrebbe apparire un immotivato impedimento alla libera circolazione. Occorre però porsi nuove domande. Una merce è solo la sua estensione materiale? Una comunità ha diritto a rifiutarla sulla base della sua consistenza spirituale, per esempio quando sia stata prodotta in un paese dove non fossero rispettati i lavoratori, la salute, l’ambiente? È giusto riconoscere e rispettare quella decisione? Per queste domande i trattati bilaterali hanno già una risposta ed è negativa. Ove esistesse un provvedimento locale di “protezionismo dei diritti”, prevedono tribunali arbitrali (investment court system) davanti ai quali le ditte produttrici possono portare gli stati e ottenere il risarcimento per i mancati introiti conseguenti all’adozione di provvedimenti di esclusione dal mercato. Ciò anche se le merci violino principi etici o siano giudicate non commerciabili per i parametri di qualità interni a un paese. I risarcimenti sarebbero tali da sconsigliare le comunità dal rivendicare i propri principi.

La crisi degli strumenti giuridici, cui oggi si sopperisce con accordi e tribunali speciali in un disperato “si salvi chi può”, potrebbe essere invece l’occasione per concepire un quadro generale di nuovi istituti democratici e di diritto, regolativi dei nuovi fenomeni di un mondo globalizzato. Questo va fatto prima che nuovi sistemi egemonici di governance globale sostituiscano i vecchi, come prefigura il trattato cinese Bri, caratterizzato dall’istituzione di un’area di scambio protetta sinocentrica a guida paternalistica. Occorre invece valorizzare la timida comparsa dei nuovi esempi di istituti giuridici egualitari. Tra questi il tribunale penale internazionale, ente che nasce dalla constatazione che oggi le diverse culture giuridiche e gli stati nazionali normano i reati fino al furto di una mela, ma non presidiano l’eccidio di un popolo, la predazione delle risorse, la persecuzione delle opposizioni, i colpi di stato. Si avverte inoltre il bisogno di istituire e salvaguardare nuovi diritti umani fondamentali, quali il diritto al cibo e il diritto alla conoscenza sui processi decisionali pubblici. Occorre sostenere le organizzazioni sorte per affermare questo importante lavoro d’avanguardia.

Questi due diritti, a spartire il pane quotidiano e il pane della conoscenza, sono oggi di massima attualità e i cardini interpretativi da cui leggere le controversie e le opposizioni sui trattati internazionali di libero scambio commerciale. Tali opposizioni non possono perciò essere derubricate a molestie conservatrici ed è interesse anche economico fare luce su chi e cosa interviene nelle trattative e nelle scelte e mettere in salvo chi rimarrebbe danneggiato dagli accordi, o sarebbe escluso dalla distribuzione delle merci. I popoli liberi, in uno stato di diritto, hanno sempre ridotto la miseria interna e le forme più odiose di povertà. È un processo che può essere applicato globalmente. Ciò diventa prioritario se si tratta di cibo.

Occorre riflettere sulle libertà quando dei provvedimenti generino un conflitto tra diritti commerciali e diritti umani e civili. I latini avevano posto una differenza tra lex e jus, subordinando la prima al secondo. Una legge, un provvedimento, un accordo, potrebbero essere in conflitto con principi superiori di diritto e perciò indegni di essere osservati. Davanti a ciò lo scorso secolo ha conquistato il diritto alla disobbedienza civile della nonviolenza, una forma superiore di lotta pubblica attraverso il dialogo, cui richiamare sé stessi e gli altri ovunque. Si chiama Satyagraha, letteralmente la forza della verità, e la sua applicazione in questo frangente porterebbe a comprendere che le barriere doganali da abbattere prioritariamente sono oggi quelle dell’ingiustizia.

di Carlo Triarico

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15 ottobre 2019

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