Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Povero Cristo

· Vinicio Capossela tra Pasolini e Bergoglio ·

«Ho una comprensione più profonda del Signore attraverso Pier Paolo Pasolini. Quando vidi il film Il Vangelo secondo Matteo Gesù apparve come un rivoluzionario nel senso più ampio della parola e spesso l’ho scritto e cantato nei miei lavori», così Patti Smith nella lunga intervista-confessione che ha rilasciato su questa pagina a Massimo Granieri, sacerdote e radiodj che invece proprio alle canzoni della Smith deve molto del suo cammino vocazionale.

A distanza di 55 anni il rivoluzionario Gesù di Pasolini continua a generare vocazioni, consolazioni ma anche inquietudine come risulta dalla bella canzone Povero Cristo, ultima fatica di Vinicio Capossela pubblicata di recente nell’album Ballata per uomini e bestie.

Bello anche il video, esplicitamente pasoliniano, girato nel bianco e nero in omaggio alla fotografia di Tonino Delli Colli e al suo “carrello contro natura” (secondo l’esortazione del regista friulano nelle poesie mondane dell’aprile del ’62) e con un omaggio ancora più diretto nell’interpretazione di Enrique Irazoqui, l’attore che nel ’64 era Gesù e oggi di nuovo è un vecchio “povero Cristo”. Per lande desolate, lungo sponde deserte (Ostia e/o la Galilea) o in mezzo al popolo degli ultimi, degli scartati, Cristo cammina seguito dalla madre, l’attrice Rossella Brescia e dal tentatore, un “povero diavolo” che ha il volto, anch’esso molto pasoliniano, di Marcello Fonte, il premiato attore di Dogman di Matteo Garrone.

C’è molto altro cinema nei cinque minuti di video, con un richiamo a Il settimo sigillo di Bergman e alla danza macabra finale di misteriosi personaggi incappucciati e con un rinvio a Kubrick e al suo monolite di 2001 Odissea nello spazio temuto e idolatrato dalle scimmie primordiali, al loro posto qui vediamo gli uomini impazziti di fronte a un identico totem che vomita soldi.

Questo mondo ad un tempo popolare ed estremo, magico ed elementare, è attraversato dal povero Cristo che «ha visto come è l’uomo che, povero cristo mangia verza e patate / e intanto chi gli è sopra si gode oro e alloro / e ammucchia per sé solo ricchezze smisurate / ma appena gliele ha tolte non divide in uguaglianza / ma del padrone prende il pensiero e l’arroganza».

Dicevamo l’inquietudine; la canzone ha toni cupi e dolenti ma ascoltarla oggi nel 2019 non può non far pensare alla predicazione di Papa Francesco, uomo di speranza che attraversa il mondo nelle sue periferie per il riscatto di tutto ciò che umano. Il ritornello del brano «E intanto nel mondo una guerra è signora della terra» ricorda la “terza guerra mondiale a pezzetti” di cui parla il Papa e così anche Capossela parla di un mondo frantumato: «Il povero Cristo è sceso dalla croce e ha visto che per l’uomo non può esserci unità / non una cosa sola cattiva oppure buona / ma a pezzi frantumato com’è stato creato / dovrà sempre mentire a chi gli sta vicino / perché ci ha dentro il cuore più stanze di un casino». È una «condizione atroce» secondo Capossela quella dell’uomo che Gesù ha «appreso», e fin qui è la pedagogia dell’incarnazione e dell’obbedienza fino alla croce di cui parla san Paolo, e l’atrocità sta nell’ambiguità di «amare la vita e vivere ed essere felice / amar la vita e vivere sapendo di morire / ma invece di un fratello vedere nel suo simile il primo da affogare / se appena è un po’ più debole». Anche il finale suona cupo, sinistro: il povero Cristo torna sulla croce, il suo dono, «la buona novella dove per scritto è messo ama il prossimo tuo come fosse te stesso» era troppo difficile e «anche oltre l’umano / così si è ritirato all’uomo ha rinunciato». Ma resta l’ambiguità che qui riapre un barlume di speranza: da una parte Cristo sceglie la via del silenzio di Dio, «Una veste di silenzio si è cucito addosso / il povero Cristo tace» dall’altra continua la sua missione e «grida all’uomo a più non posso».

Pasolini, Patti Smith, Capossela, Bergoglio… forse per comprendere meglio la complessità del nostro tempo e di questo pontificato la parola degli artisti può essere la più efficace, lo ha colto con precisione padre Antonio Spadaro quando, presentando le omelie di Santa Marta raccolte nel volume La felicità si impara ogni giorno, ha sottolineato «un legame molto intrigante tra il linguaggio di Bergoglio e la poesia di Pier Paolo Pasolini, intellettuale profetico e popolare. […] Più che della grammatica, la prosa di Bergoglio ha bisogno di un’analisi poetica e linguistica».

di Andrea Monda

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

14 novembre 2019

NOTIZIE CORRELATE