Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Potenza di una donna
maltrattata

Spesso si ignora che la maggioranza della popolazione albanese è d’appartenenza islamica (quasi il 70 per cento) che convive pacificamente insieme ai cattolici (20 per cento) e agli ortodossi (10 per cento). Nell’islam, diffuso in epoca ottomana, le visite presso le tombe (türbe) dei santi (in arabo walī) che possiedono dei poteri soprannaturali (baraka) in virtù della loro prossimità a Dio, rappresentano una delle principali espressioni di pietà popolare. In Albania, la figura religiosa del walī è quasi sempre assimilata nella categoria dei njeriu i mirë, letteralmente “persona buona” in albanese. Diffuse anche nell’Albania post-ottomana, queste visite subirono una graduale necrotizzazione con l’ascesa del regime comunista nel secondo dopoguerra, quando tutti i culti religiosi furono vietati dal 1967 al 1990. Tuttavia, anche in epoca comunista, principalmente le donne, responsabili della sfera familiare e domestica, visitavano clandestinamente le tombe sacre per ottenere la fortuna (fat) e scacciare la sfortuna (fatkeqësi), mentre gli uomini erano impegnati al lavoro o al confino.

Durante il periodo comunista, la società albanese ha subito profonde trasformazioni, successivamente la fine dell’isolazionismo autarchico, l’avvento del pluralismo politico e religioso hanno dato inizio all’effervescente corso post-socialista. L’urbanizzazione e la diffusione dei moderni mezzi di comunicazione ampliarono gli orizzonti percettivi e logistici delle popolazioni. Dal 2000 la situazione politica ha raggiunto una certa stabilità, mentre la situazione economica è migliorata percettibilmente grazie ai flussi d’investimento e di risparmio provenienti dall’estero. Dal punto di vista demografico, la maggioranza della popolazione è costituita da giovani, molti dei quali socializzati secondo i modelli culturali esteri e interconnessi con il resto del mondo.

La società è cambiata, ma le donne continuano a visitare le tombe (türbe) anche nei centri urbani, dove buona parte della popolazione rurale si è spostata in cerca di lavoro e fortuna.

A Tirana, le türbe di Dervishe Hatixhe, della Halvetiyya e del quartier generale Bektashi sono diventati tra i luoghi sacri più visitati del paese. Le autorità religiose furono attente nel gestire questa domanda di santità: oltre a riaprire le tombe, esse impiegarono il carisma dei santi per consolidare simbolicamente la propria autorità religiosa. Ad esempio, a metà del primo decennio del XXI secolo la comunità Qadiri di Tirana ha animato il culto e la storia di Dervishe Hatixhe, considerandola la “santa” protettrice della città.

Dervishe Hatixhe (1726-1798), originaria di Tirana, era legata all’ordine sufi della Qadiriyya che si diffuse a Tirana nel XVIII secolo. Hatixhe creò una tekke, una sorta di scuola, appartenente alla branca della Qadiriyya di cui faceva parte, che rimontava alla famiglia Horasanî-zâde la quale contribuì a diffondere l’ordine nell’Albania centrale. La santa esercitò a tutti gli effetti le funzioni di Sheikh nella tekke da lei fondata, da cui deriva l’appellativo di Dervishe. Hatixhe soffrì a causa della tirannia del marito ed è particolarmente ricordata per l’assistenza offerta alla popolazione di Tirana durante un’epidemia malarica. Diversi racconti attribuiscono poteri magici ad Hatixhe, ritenuta capace di guarire i malati e di compiere gesti di straordinaria benevolenza nei confronti dei bisognosi. La sua tomba, situata in «rrugae Barikadave» nel cuore di Tirana, è meta di numerose donne che la ritengono santa protettrice della città e delle famiglie.

L’interno del mausoleo dedicato a Dervishe Hatixhe, nel cuore di Tirana, dove sono tumulati i corpi della santa e dei suoi discendenti ________________________________________

La tomba di Hatixhe, come molte altre nel resto dell’Albania, è visitata principalmente da donne in gruppo, sole o accompagnate dai propri giovani figli. Raramente gli uomini si recano presso le tombe; al più alcuni accompagnano le propri mogli, ma rimangono all’esterno, senza effettuare alcun tipo di preghiera.

Le visite presso una türbe prevedono pratiche ben precise, che tuttavia alcuni non conoscono e, dunque, omettono: si entra scalzi nella stanza delle türbe in cui sono riposte le tombe, facendo ben attenzione a poggiare per primo il piede destro. Si inizia col baciare la prima türbe tre volte, alternando labbra e fronte con un movimento oscillatorio. Si continua baciando le teste di tutte le altre türbe, per poi dedicarsi ai piedi delle stesse. Durante questo movimento circolare il volto non va mai voltato alle türbe. Alla fine di questo giro il fedele può inginocchiarsi per una preghiera, per leggere a bassa voce una pagina del Corano oppure accendere una candela negli appositi spazi. In alcune occasioni abbiamo potuto osservare che i fedeli per tre volte giravano intorno alle türbe, oppure sfogliavano simbolicamente il Corano, senza leggerne alcun passo. Infine, non è raro trovare delle foto di persone, solitamente giovani, vicino alle tombe. I bambini che accompagnano le madri solitamente seguono il rituale laddove possibile, altrimenti aspettano in disparte.

I motivi che spingono le donne a recarsi presso le tombe sono vari: benedizione, sostegno spirituale o aiuto materiale. Il santo può con la sua baraka (potere soprannaturale) aiutare le famiglie con problemi di salute o economici. Visitare una tomba può essere, inoltre, di buon auspicio, cioè avere un influsso positivo sulla sorte di un evento importante, oppure in generale. Il sostegno chiesto al santo non è inteso dai fedeli come alternativo o succedaneo a soluzioni di tipo secolare, come ad esempio le cure mediche. Il mondo secolare e l’universo cosmologico a cui si riferisce la tomba del santo sono perfettamente integrati e legati.

Il Corano che i fedeli sfogliano simbolicamente durante la preghiera in quanto fonte di sacralità e benedizione (2015, fotografie gentilmente concesse dall’autore)

Gli albanesi emigrati si recano presso la tomba per una questione di familiarità e appartenenza: sono soprattutto musulmani di origine (non necessariamente praticanti) che trovano nel santo una figura protettrice che veglia su di loro anche nel momento in cui non si trovano in patria. Attraverso le visite, gli emigrati ristabiliscono un legame con la loro madre patria, anche se raramente assumono tratti nazionalistici. Alcune fedeli sostano nel giardino adiacente alle tombe per beneficiare dell’influsso benefico della baraka dei santi. Si tratta soprattutto di persone malate, anziane oppure di famiglie con bambini. In particolare, le madri portano i neonati che hanno problemi di sonno, pensando che l’influsso dei santi possa scacciare gli spiriti cattivi o le energie negative.

Il corpo del santo, nonostante sia morto, rappresenta un dispositivo di senso molto potente. L’influsso della baraka che deriva direttamente dalla sua vicinanza ad Allah, pervade tutta la türbe. Egli è, dunque, il tramite che santifica e benedice l’ambiente circostante. Attraverso le preghiere e il contatto con la tomba, il fedele si rifà, dunque, a un ordine cosmico ontologicamente superiore e all’eterna realtà divina.

Questo riferimento al divino implica che la benedizione dell’anima e lo stesso riferimento a un ordine ontologico superiore siano incorporati nell’espressione dell’infinito amore e della misericordia del santo e nella sua capacità di distribuire benedizioni, doni divini, di scacciare i demoni, di donare pace e miracoli, di agire sulla natura e sul mondo umano. In questo modo, il legame che si instaura tra i fedeli, il corpo del santo e il luogo di culto crea un universo di senso, ontologicamente superiore e alternativo rispetto al mondo del sensibile, che contribuisce a formare la coscienza delle persone.

Sono le donne a essere le protagoniste di questo rapporto dialogico col divino. Gli uomini esprimono la loro religiosità attraverso pratiche diverse e all’interno di differenti contesti comunitari e istituzionali: la moschea o la tekke. La presenza delle donne in questi luoghi non è vietata, anche se scarsa e limitata a uno spazio fisico e simbolico definito. Questo dato sottolinea la condizione patriarcale che caratterizza i rapporti di genere nella società albanese: le attività religiose sembrano essere suddivise in base ai ruoli di genere. In alcuni rituali la partecipazione delle donne sembra essere marginale o assente: poche donne partecipano ai dhikr (atti di devozione) o alla preghiera (salat) del venerdì.

Al contrario il culto dei santi coinvolge prevalentemente le donne. Questa suddivisione dei ruoli solo parzialmente trascende la separazione tra sfera pubblica e privata, poiché la venerazione dei santi è un affare pubblico, ma che può essere considerato un prolungamento dell’harem privato casalingo. Il culto dei santi rappresenterebbe, dunque, il principale mezzo di espressione della religiosità femminile. Pur godendo di libertà di movimento, le pratiche e i rituali durante le visite confinano i comportamenti femminili in uno spazio simbolico e fisico definito. I confini dell’harem, seppur invisibili, sono incorporati dalle donne sotto forma di norme invisibili, qā‘ida, che, ovviamente, assegnano loro ruoli sociali e spazi simbolici subordinati a quelli maschili. In questo senso, le donne contribuiscono alla costruzione e alla definizione dello spazio e del senso religioso e alla definizione dell’ordine morale e sociale condiviso. Tuttavia le azioni rituali delineano uno spazio propriamente femminile, oppressivo e misogino, ma al tempo stesso autonomo, dove le donne possono costruire un proprio mondo, diverso rispetto a quello maschile. La socievolezza e la condivisione emotiva e narrativa durante le visite religiose coglie pienamente questo senso di sub-alterità autonoma delle donne; all’interno delle mura del mausoleo sacro, il mondo femminile si riproduce e reinventa all’ombra dell’oppressione maschile.

di Gianfranco Bria

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

15 dicembre 2019

NOTIZIE CORRELATE