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L’Inghilterra dai due volti

· Nella serie televisiva dedicata alla regina Vittoria ·

Minuta e gigante, esile e coraggiosa, riflessiva e libera. Ecco Vittoria, la regina protagonista della serie televisiva andata in onda, in Italia, su LaEffe — canale di Sky — dal 3 al 24 marzo scorso. Otto puntate che non ricuciono il segmento della maturità, della regnante robusta e statuaria, ma quello di un’impetuosa diciottenne con qualche inevitabile ingenuità e con una straripante personalità. Con un cuore in piena rincorsa per tuffarsi nell’amore e con una determinazione già limpida per la gestione del potere. Zero intenzioni di farsi dominare, mille energie in costante espansione. «So di essere giovane — chiarisce la sovrana alla prima pubblica occasione — ma so di essere pronta». Victoria — questo il titolo della serie prodotta dalla rete inglese itv — riassume con dovizia di particolari una sottile fetta della biografia del grande personaggio: tre anni soltanto dei sessantatré in cui la donna regnò; i primi, dall’alba che segue la morte di Re William iv, 20 giugno 1837, al vagito scalpitante della primogenita della monarca, 21 novembre 1840, con le nozze tra Vittoria e il principe Albert nel mezzo, datate 10 febbraio 1840. 

Un’immagine tratta dalla serie «Victoria»

È un ritratto breve ma articolato, intimo e pubblico, sentimentale e politico insieme, quello che la scrittrice Daisy Goodwin — ideatrice e sceneggiatrice della serie — costruisce partendo dai diari personali della regina. Ogni emozione, per chi porta la corona sopra il capo, impatta contro le regole e i doveri, e ciò vale anche per tutte quelle vite che decidono di entrare in relazione con chi regna. Lo sottolineava già la recente ed altrettanto valida The Crown; lo ribadisce ora Victoria, col suo scorrere dentro fondali incantevoli, in un continuo volteggiare di colori, in un infinito fluire di dipinti, che siano le ricostruzioni dei saloni di Buckingham Palace, infilzati dal sole o scaldati dalla luce galleggiante di mille grappoli di candele, oppure i giardini, i manieri, i contadi e le selve di un’Inghilterra raffinata e lineare, a tratti quasi fluorescente. Oppure ancora i fumosi e ombrosi vicoli urbani londinesi, intasati di lamenti e di povertà. Jenna Coleman offre corpo e voce alla protagonista, donandosi con sfumature lodevoli e versando meticolosa attenzione in ogni sequenza della prima stagione. Occhi e movimenti, i suoi, che diventano veicolo per ripercorrere la piccola porzione di un’epoca florida e al tempo stesso colma di contraddizioni. L’età del progresso, dell’espansionismo commerciale e coloniale, con l’arrivo della ferrovia, del francobollo e del gas (per citare alcuni cambiamenti affioranti dalle pagine di questo period drama inglese), ma anche una stagione di ingiustizie sociali, di miseria e sfruttamento del popolo. Gli anni del movimento cartista, per esempio (anche questo presente nel racconto), che reclamava il suffragio universale e più diritti sul lavoro. «Ha letto Oliver Twist di Charles Dickens?» chiede la Regina al primo Ministro Lord Melbourne. «Non desidero frequentare ladri di tombe, borseggiatori o gente simile», risponde questi aggiungendo di conoscere già la realtà di cui racconta il libro. Il principe Albert, allora, qui descritto come sensibile, colto, innamoratissimo della consorte e strenuo difensore della verità, risponde con decisione: «Credo che l’autore scriva conoscendo la condizione dei poveri». E sempre il principe, quando il cuore inizia a urlargli l’ardente passione per la giovane regnante, confida all’amata di aver visto, per le strade di Londra, una bimba di quattro o cinque anni vendere fiammiferi, uno alla volta, e di aver provato dolore. Ecco i due volti dell’Inghilterra vittoriana: la corte con i balli, i titoli e i grandi interessi; i bassifondi con l’indigenza e con le epidemie. Upstairs, Downstairs, per citare un altro popolare period drama britannico: dimensioni parallele che si toccano — in perfetto stile Downton Abbey — attraverso il personaggio della signorina Skerrett, cameriera bella, silenziosa, intelligente e giunta misteriosamente a corte. È una sorta di ascensore umano che lega i due universi affiancati: ha segreti legami affettivi tra la gente del popolo, e una capacità sottile di conquistarsi la fiducia della Regina. C’è Shakespeare, ovviamente, omaggiato e adoperato qua e là per incollare la trama e i personaggi. Quando la madre di Vittoria, per esempio, messa prontamente ai margini dalla nuova sovrana, regala alla figlia il Re Lear, ha premura di sottolineare una frase: «Quanto sia più acuto del dente della serpe avere un figlio ingrato». Allo stesso modo, quando il principe Albert prende posizione contro la schiavitù partecipando a un convegno organizzato per abbatterla (dove ancora esiste), egli prepara un discorso che cita il Giulio Cesare dell’immenso drammaturgo inglese: «Il valoroso assaggia la morte una volta sola». E così, mentre la macchina da presa di Victoria scivola morbidamente nei primi anni di età vittoriana, dando il giusto spazio ai tanti personaggi che interagirono con la monarca, nell’attesa di una seconda stagione già annunciata, la televisione inglese continua a raccontare magistralmente la storia della corona e del Paese stretto attorno a questa.

di Edoardo Zaccagnini

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21 agosto 2019

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