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Porto il messaggio di Francesco
nelle “mie” prigioni

· A colloquio con suor Rita volontaria a Rebibbia e a Paliano ·

Due smartphone, una borsa di ordinanza, uno zainetto, un’agenda piena di appuntamenti e una lunga lista di cose da fare. Ha all’attivo cinque pubblicazioni e gira con un cd che racconta la sua esperienza. Nel 2015 il comune di Roma l’ha inserita tra le donne che più si sono distinte nei specifici ambiti di servizio, premiandola in Campidoglio. Non è l’identikit di uno “squalo” di Wall Strett anni ’80, ma di un angelo del carcere, una mamma di tanti ragazzi che in lei confidano, alla quale raccontano i loro drammi e le loro speranze per un domani migliore.

Suor Rita Del Grosso è una religiosa canossiana ultraottantenne («Non mi chieda l’età, non è elegante», irrompe subito) che dal 2004 si divide tra la Casa di Reclusione di Paliano, quella di Rebibbia e, quando è possibile, non disdegna un passaggio anche a Civitavecchia e Viterbo. «Se dovessi riassumere in una battuta il risultato più importante raggiunto, direi che è il Grazie che mi viene detto dai ragazzi che hanno trovato conforto nella mia parola e nel mio sostegno. Alcuni di loro mi hanno ricontattata anche dopo la loro detenzione e questo mi ha riempito il cuore di gioia».

Suor Rita parla con pacatezza, ma si accende immediatamente nel momento in cui descrive il suo mondo. E puntuale arriva la prima richiesta: «Scrivi, e sottolinea, che l’esperienza del carcere non è per tutti un periodo buio e di violenza. Dipende da come ci si rapporta e soprattutto da quanto le istituzioni riescono ad ascoltare le esigenze di chi vive dietro le sbarre. In alcuni casi si può davvero rinascere».

Il pensiero della religiosa è tutto nei titoli delle sue pubblicazioni: La misericordia libera e trasforma più di ogni pena, Pensieri in libertà, Echi dal silenzio, Romanzo e realtà, Vite nascoste, Sprazzi di luce fra intricati rovi. «Invito i ragazzi a raccontare il loro vissuto attraverso la scrittura. Raccolgo i lavori e chiedo un po’ in giro di sostenere le spese per la pubblicazione. I soldi arrivano sempre anche se quando si parla di carcere non si è mai ben accolti. Ma io sono testarda». E lo sanno bene quanti collaborano con lei. Tutti i volontari, le educatrici, gli agenti di Polizia penitenziaria, direttori e direttrici degli Istituti di pena che la frequentano lamentano, con simpatia, il suo essere “eccessivamente” determinata nel raggiungere gli obiettivi.

Da qualche anno la accompagna un soprannome, “Suor Stalker”, che a mala pena tollera ma giustifica così: «Se non mi fossi comportata in questo modo non avrei mai portato la Croce della Gmg in carcere con i ragazzi del Centro San Lorenzo, non avrei pregato con i detenuti ai piedi della Madonna Pellegrina, non avrei organizzato concerti e persino uscite speciali. Su tutte ricordo quella alla Cappella Sistina». Già perché Suor Rita è riuscita anche a formare una comitiva di detenuti, guardie e personale amministrativo e andare in Vaticano ad ammirare la volta di Michelangelo.

Ma come nasce questa vocazione: «Ho insegnato per venti anni religione e successivamente ho prestato servizio nel settore della formazione dell’Unione superiore maggiori d’Italia. Poi il carcere» Come? Le chiedo. Non risponde immediatamente perché uno dei due cellulari continua a squillare. «Mi perdoni, ma devo rispondere. Forse ho trovato lo sponsor per il prossimo libro». Riprendiamo il colloquio dopo qualche minuto, senza chiedermi di riformulare la domanda: «Quindici anni fa una mia consorella mi chiese di darle una mano. Da lì cominciò tutto. Le ricordo che Santa Maddalena (di Canossa ndr) volle che le sue figlie si chiamassero Figlie della carità, serve dei poveri. Chi è più povero di un carcerato?».

Le chiedo se utilizza una strategia comunicativa particolare per entrare in sintonia con i detenuti e farsi accogliere con grande benevolenza. Mi guarda e mi accorgo ha una risposta pronta: «Faccio esattamente quello che fa Papa Francesco quando si reca in carcere: ascolto. In fondo chi è il detenuto? È una persona ferita che necessita di cure. La migliore è proprio quella di prestare orecchio a ciò che vuole raccontarti. Nulla di più». Già, ma come si rapporta con i suoi “ragazzi”? «Molto dipende dalla disponibilità al dialogo e all’apertura. La maggior parte ha vissuto esperienze che hanno segnato la loro infanzia e la loro adolescenza. Alcuni hanno fatto parte di associazioni malavitose legate alla camorra, diventando autentici rifermenti delle organizzazioni».

Suor Rita si occupa soprattutto dei collaboratori di giustizia e si commuove quando parla delle donne: «Per le signore il percorso della detenzione è duro perché sono anche mamme. All’inizio non penseresti mai di poter parlare con una persona che ha commesso gravissimi reati, ma poi lo scenario cambia. Le vedi che chiedono aiuto e si pongono con gentilezza e disponibilità al lavoro. Sanno fare tante cose e si esprimono con la loro manualità. Parlano spesso dei figli e questo è già un segno di cambiamento molto importante».

Il suo cellulare riprende a squillare. Deve ultimare i preparativi per una visita in carcere molto particolare. «Ho invitato i ragazzi di alcune scuole superiori. Credo che possa essere un’esperienza formativa». Nel frattempo appunta orari e predispone i permessi per gli accessi. Ma prima di lasciarci mi rivela la fonte della sua energia e della sua determinazione: «Ho incontrato due anni fa Papa Francesco nel carcere di Paliano in occasione della Messa in Cena Domini. Stringendomi le mani con forza, mi ha detto: “Brava!”». La voce rotta dalla commozione riprende la sua consueta tonalità nel momento in cui l’ennesimo trillo interrompe la nostra conversazione. Questa volta è un messaggio: «Permessi accordati, l’evento si farà». Lo legge ad alta voce e si congeda dicendo: «Ovviamente verrà anche lei. Le invierò l’invito. Quando esce l’intervista? Sa, devo comunicarlo ai miei ragazzi. Sono contenti quando parlo di loro».

di Davide Dionisi

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15 ottobre 2019

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