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Portatore di pace

· ​Il cardinale segretario di Stato sui viaggi del Pontefice nella regione caucasica ·

A pochi giorni dalla diffusione del programma del viaggio che dal 30 settembre al 2 ottobre Papa Francesco compirà in Georgia e in Azerbaigian, il cardinale Pietro Parolin parla della complessa situazione della regione caucasica. E, mettendo in relazione la visita con quella da poco compiuta in Armenia, traccia il quadro degli sforzi portati avanti dal Pontefice per il dialogo e la pace. In questa intervista al nostro giornale il segretario di Stato affronta anche i temi dell’ecumenismo, delle persecuzioni in Medio oriente, del ruolo delle grandi religioni nella costruzione di società più giuste, del conflitto nel Nagorno Karabakh e — riferendosi alle parole di Francesco durante la conferenza stampa di ritorno da Yerevan — della particolare congiuntura europea dopo la Brexit.

La moschea Heydar Aliyev a Baku in Azerbaigian

Il viaggio in Armenia è stato la prima tappa di un più ampio itinerario caucasico. Quali sono le caratteristiche e le problematiche peculiari di questa regione considerata geopoliticamente strategica?

Direi che è abbastanza facile osservare nel Papa un vivissimo desiderio di essere portatore di pace, ovunque egli vada. In questo senso, anche le situazioni politiche o i piani strategici passano, per così dire, in secondo piano. Nel caso concreto, non penso si possa ipotizzare una facile soluzione di tutte le problematiche che riguardano la regione caucasica. Esse hanno bisogno di sforzo, di volontà politica e di disponibilità al compromesso. Ma Papa Francesco si reca nei Paesi caucasici con grande umiltà, cercando innanzitutto di ascoltare, di capire e, conseguentemente, di incoraggiare ogni iniziativa di dialogo e di apertura verso l’altro.

Durante l’incontro ecumenico e la preghiera della Pace a Yerevan, il 25 giugno, Papa Francesco ha fatto cenno al conflitto nel Nagorno Karabakh auspicando una soluzione pacifica. Il recente viaggio in Armenia e il prossimo in Azerbaigian possono facilitare l’individuazione di quelle che il Papa ha chiamato “soluzioni viabili”, cioè vie concretamente percorribili?

Questo è un auspicio generale che il Papa ha espresso in Armenia e che rimane valido, credo, anche per le successive tappe del viaggio nel Caucaso meridionale. Per quanto riguarda invece le “soluzioni viabili” sul tema concreto del Nagorno Karabakh, esiste già uno strumento internazionale creato dall’Osce e chiamato il Gruppo di Minsk. Rilevo che, dopo il doloroso riaccendersi del conflitto all’inizio del mese di aprile scorso, anche i rappresentanti di tale organismo hanno parlato di un rilancio di iniziative alla ricerca di una soluzione durevole, possibilmente attraverso qualche compromesso tra le Parti. Non resta che auspicare che detti sforzi portino frutto.

Rivolgendosi al catholicos armeno Karekin II, il Pontefice ha auspicato di poter «andare di corsa» verso la «piena comunione». Quello ecumenico è stato uno degli aspetti principali del recente viaggio. Quali passi in avanti sono stati fatti?

Ogniqualvolta parliamo delle relazioni ecumeniche, ci riferiamo a una realtà di “grazia”: è una grazia del Signore quella di incontrarsi, di parlarsi, di rivolgere insieme le parole della preghiera cristiana. Fanno parte di questo percorso di grazia, evidentemente, anche gli sforzi di riflessione teologica e le dichiarazioni congiunte, come quella firmata da Papa Francesco e dal catholicos Karekin ii, ad Etchmiadzin, quasi al termine del viaggio. In essa si conferma che, nonostante le persistenti divisioni tra cristiani, ciò che unisce è molto più di quello che divide e si ribadisce l’importanza di sviluppare una profonda e più incisiva collaborazione non solo in campo teologico, ma anche nella preghiera e in un’attiva cooperazione a livello locale. Ma è decisiva, a mio parere, la “coltivazione” dei rapporti personali, a cominciare da quelli dei capi delle Chiese. Pertanto, c’è davvero da rallegrarsi nell’osservare la frequenza delle visite reciproche tra i Papi e i catholicos della Chiesa apostolica armena in questi ultimi decenni! Anche perché questo dialogo non riguarda soltanto i vertici, ma è percepibile più in generale tra le rispettive comunità di fedeli.

Durante quest’ultimo viaggio, l’attenzione mediatica si è focalizzata sulla questione terminologica del “genocidio” degli armeni. Il Papa, pur usando questa categoria, ha indicato un percorso che dalla memoria storica porta al perdono e alla riconciliazione. Questa chiave di lettura è stata compresa da tutti i soggetti coinvolti?

Come giustamente rilevato, se Papa Francesco usa determinate parole o espressioni lo fa generalmente per compatire il dolore di chi ha di fronte, per esprimere la propria vicinanza ai sofferenti e per affidarli al Signore attraverso la preghiera. Nel caso concreto, si tratta di qualcosa di ancora più ampio: penso che il Santo Padre sia stato abbastanza esplicito, nei gesti e nelle parole, mosso dall’unico e profondo desiderio che da tutte le Parti, e quindi anche dal lato di chi ha subito grandi ingiustizie nel passato, ci si incammini verso una sincera apertura e ci sia volontà di cercare, almeno gradualmente, perdono e riconciliazione. Mi limito a citare alcune righe del discorso da lui pronunciato nell’incontro con le Autorità civili e il Corpo diplomatico, dove ha auspicato che si moltiplichino, da parte di tutti, gli sforzi affinché nelle controversie internazionali prevalgano sempre il dialogo, la costante e genuina ricerca della pace, la collaborazione tra gli Stati e l’assiduo impegno degli organismi internazionali, al fine di costruire un clima di fiducia propizio al raggiungimento di accordi duraturi, che guardino al futuro.

L’incontro con i rappresentanti delle comunità armene, sia apostoliche che cattoliche, della diaspora, ha ancora una volta portato in evidenza il dramma delle persecuzioni contro i cristiani in Medio oriente. Quali azioni sono auspicabili sia da parte della politica internazionale sia dei leader religiosi?

Ciò di cui il Medio Oriente ha più urgentemente bisogno è la pace, una pace perseguita attraverso gli strumenti del negoziato e del dialogo politico, al fine di porre basi sufficientemente solide per l’avvenire. Tutti devono collaborare a questo scopo. Ai leader religiosi spetta, tra l’altro, trasmettere ai propri fedeli la convinzione che l’unico percorso possibile è quello del rispetto reciproco, della riconciliazione, della capacità di vivere e crescere insieme, senza percepire la diversità come una minaccia, ma piuttosto come una fonte di arricchimento. Solo così si potranno costruire o ricostruire società giuste e solidali, dove tutti, compresi i cristiani e le altre minoranze, non siano oggetto di ostilità e perfino di persecuzione, ma membri a pieno diritto dei loro Paesi, in grado di apportare un determinante contributo in favore dello sviluppo materiale e spirituale. Laddove i cristiani e gli appartenenti ad altre minoranze hanno difficoltà a rientrare nelle proprie case, per mancanza di sicurezza e di condizioni di stabilità, anche economica, occorreranno grandi gesti di generosità da parte della comunità internazionale, in ordine a ristabilire il prima possibile la vita ordinaria in quelle terre martoriate.

Nella conferenza stampa durante il volo di ritorno da Yerevan, il Pontefice ha toccato il tema dell’Europa, con lo scossone dato dalla Brexit. Di cosa ha bisogno oggi il vecchio continente?

L’incontro ecumenico e la preghiera per la pace a Yerevan (25 giugno)

Ci troviamo di fronte a un momento storico particolare, in cui da più parti si invoca un ripensamento dell’Europa. Ci sono coloro che chiedono più Europa, auspicando una maggiore integrazione, e coloro che ne vorrebbero di meno, sottolineando la necessità che le strutture sovranazionali siano più vicine alle esigenze della popolazione e che sia lasciato più spazio ai singoli Stati. Il voto britannico è stato davvero uno scossone, che ha posto in evidenza come nel continente ci sia una pluralità di istanze che necessitano di confrontarsi. Occorre ora far sì che questo momento di crisi si trasformi in un’opportunità per una riflessione più profonda. E penso che in questo contesto anche le Chiese e le Comunità cristiane possano avere un ruolo importante, anzitutto contribuendo a comprendere le sfide che l’Europa è chiamata ad affrontare oggi, ma anche promuovendo il dialogo fra le diverse istanze al fine di superare le diffidenze e costruire quei ponti di cui non solo l’Europa, ma tutto il mondo ha immenso bisogno.

di Maurizio Fontana

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20 agosto 2019

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