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Per portare la solidarietà del Papa

· A colloquio con il cardinale Fernando Filoni, inviato personale di Francesco in Iraq ·

Portare la solidarietà del Pontefice e di tutta la Chiesa ai cristiani dell’Iraq per rivendicarne la dignità e i diritti. Il cardinale Fernando Filoni interpreta così la missione di inviato personale di Papa Francesco nel Paese mediorientale, dove si recherà — aggiunge — anche per testimoniare la propria vicinanza a donne e uomini con cui ha «condiviso momenti difficili» e a tutto il popolo iracheno, «che soffre quotidianamente» a causa di una situazione nella quale «si sono inserite ora forze esterne». All’indomani della nomina pontificia il prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli ne ha parlato in quest’intervista al nostro giornale.

Quali compiti le ha affidato il Papa al momento della nomina?

Dai cristiani iracheni un’invocazione di aiuto (Ansa)

Come inviato personale del Santo Padre porto tutta la solidarietà del Papa per questi fratelli e sorelle, oggi i più poveri, nonché di tutta la Chiesa. Ma porto anche una mia personale affezione e la mia profonda stima per fratelli e sorelle che ho conosciuto quando ero rappresentante pontificio, oltre dieci anni fa, e con i quali ho condiviso momenti difficili, unitamente a tutto il popolo iracheno, che soffre quasi quotidianamente i sanguinosi attentati che lo debilitano.

Lei è stato nunzio apostolico a Baghdad in un periodo particolarmente difficile per la storia del Paese. Una pagina drammatica di sofferenza per le popolazioni irachene, e per i cristiani in particolare, che oggi si trovano a vivere una nuova dolorosa esperienza di conflitto. Qual è la strada da percorrere per ritrovare la pace perduta?

Devo dire che in questi otto anni trascorsi da quando ho lasciato l’Iraq, in verità non c’è stata mai pace. Non possiamo parlare di ritrovare la pace perduta, perché dall’invasione dell’Iraq, nel 2003, sono stati undici anni di sangue, di migrazioni forzate, di grande sofferenza a motivo degli attentati quotidiani, della violenza settaria, sia contro i cristiani, sia anche tra sunniti e sciiti. E come si fa a parlare di pace con una situazione politica che non è riuscita finora a trovare la via della concordia? In questa situazione di debolezza, sono cresciute tendenze così fortemente contrapposte da dare vita a una conflittualità quotidiana, in cui si sono ora inserite forze esterne e sono emerse forze latenti da lungo tempo, che si erano sottovalutate o ignorate. La drammatica situazione creatasi nell’area di Mosul è solo la più triste esperienza di come violenze e fanatismo riescano ad avere il sopravvento, anche militarmente, in questo Paese, bello e stupendo, ricchissimo di cultura, ma tragicamente fragile fin dalla sua creazione, risalente al 1920. La pace rimane sempre un bene, anzitutto da volere, e poi da ottenere con l’impegno delle varie componenti del Paese. La strada è tutta in ascesa e irta di molti ostacoli per via delle divisioni tra sunniti, sciiti e curdi, e per la ricchezza delle fonti energetiche, oggetto di mire anche internazionali.

La drammatica situazione dei cristiani ha radici antiche.

In effetti è così. Con la caduta dell’impero Ottomano e la costituzione della Turchia come Stato, migliaia di cristiani — siri, caldei, assiri, armeni, greco-ortodossi o greco-cattolici — furono uccisi o espulsi. I sopravvissuti subirono deportazioni, affrontarono fughe, e molti morirono di fame e di stenti. Tra il 1915 e il 1918 cinque vescovi subirono il martirio, tre morirono in esilio; di sedici diocesi cattoliche, ne rimasero in vita tre; dei 250 sacerdoti, una metà fu uccisa insieme a numerose religiose. Il delegato apostolico Giacomo Emilio Sontag fu ucciso a Urmia. Negli anni sessanta, poi, migliaia di cristiani furono espulsi durante le rivolte in Kurdistan, trovando rifugio a Mosul, nella piana di Ninive o a Baghdad. Ora siamo alla terza grande persecuzione. Potranno i cristiani di queste terre avere diritto alla propria casa, essere cittadini stimati e rispettati, avere pieno riconoscimento della propria dignità nelle terre dei loro avi?

Gianluca Biccini

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18 settembre 2019

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