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A PordenoneLegge:
«Il cardinale
Celso Costantini
tra memoria e profezia»

Sabato 21 settembre a Pordenone, nella cornice delle iniziative letterarie della manifestazione cittadina PordenoneLegge, viene presentato il volume Il cardinale Celso Costantini tra memoria e profezia (Venezia, Marcianum Press, 2019, pagine 224, euro 23) che, a cura di monsignor Bruno Fabio Pighin, del clero della Diocesi di Concordia-Pordenone, raccoglie preziosi documenti e riflessioni del porporato pordenonese, tracciandone un profilo inedito così come emerge dalla felice scoperta dei suoi ultimi scritti.
Dopo avere compiuto una “rivoluzione” in Cina fondandovi la comunità cristiana con vescovi, presbiteri e religiosi indigeni, a Roma si fece precursore di tempi nuovi. Per sottolineare la cattolicità della Chiesa invocò l’internazionalizzazione del Sacro Collegio, insieme a una riforma della Curia romana. Auspicò l’elezione di un Successore di Pietro non italiano e non europeo; insistette per dare un volto perennemente missionario alla Chiesa; avanzò le istanze di un concilio ecumenico ancora nel 1939. Paladino di un’arte sacra espressa nel linguaggio delle diverse culture, tracciò ponti tra Oriente e Occidente e tra Nord e Sud del mondo. Pubblichiamo la prefazione al libro del cardinale segretario di Stato di Sua Santità, e il testo della presentazione del cardinale prefetto della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli.

Il sogno di un Papa non europeo

Il Servo di Dio Celso Costantini ci ha dato una splendida testimonianza di cristiano e di pastore, sia con la sua vita sia con i suoi scritti. Lo rilevava san Giovanni XXIII a due mesi dalla sua morte, ricevendo in omaggio da suoi familiari e amici tre volumi autobiografici del cardinale pordenonese. In una lettera di risposta agli offerenti, scritta dall’allora segretario di Stato cardinale Domenico Tardini il 22 dicembre 1958, il Papa dichiarava «che dell’indimenticabile defunto ha personalmente conosciuto il valore e stimato la virtù».

Il messaggio così proseguiva: «Sua Santità molto Si compiace per la pubblicazione di queste pagine, del cui Autore si può ben dire defunctus adhuc loquitur». L’affermazione risulta quanto mai vera: «Il defunto parla ancora».

E lo fa in modo specialissimo ora, dopo oltre sessant’anni dalla sua morte, mediante questo testo scoperto provvidenzialmente nel suo cospicuo fondo di inediti lasciati alla Diocesi di Concordia-Pordenone e recentemente rivisitati da monsignor Bruno Fabio Pighin, autore della presente pubblicazione.

Si tratta di pagine che, in un certo senso, hanno un significato “sacro” perché — riportando le ultime espressioni del servo di Dio — sono irrevocabili e inviolabili. Quanto scrisse il cardinale Tardini nella lettera suddetta per i libri già editi di Costantini vale a maggior ragione per queste sue memorie venute alla luce postume: «Non solo — affermò — aiutano a meglio conoscere una vita ricca di vicende e di esperienze, ma servono altresì a mantener viva la memoria di uno spirito nobilissimo, che ha reso così segnalati servizi alla Chiesa.

«Sono libri, perciò, che interesseranno molto e faranno del gran bene, perché continueranno quell’opera di apostolato in mezzo alle anime, che fu per l’amatissimo Cardinale la ragione suprema del suo vivere terreno».

Bene ha fatto il professor Pighin a intitolare questo volume “tra memoria e profezia”, perché esso, pur radicato in eventi storici, assume un grande valore per il futuro. Costantini è una figura di “precursore” che annuncia tempi nuovi, i quali sembrano convergere con quelli del pontificato di Papa Francesco. Per sottolineare la cattolicità della Chiesa, fu lui a invocare l’internazionalizzazione del Collegio dei cardinali e della Curia romana. Fu lui a postulare un successore di Pietro non italiano e non europeo, cosa verificatasi con l’elezione dell’attuale Pontefice nel 2013. Fu lui a insistere continuamente e a prodigarsi per dare un volto missionario al popolo di Dio, per una Chiesa “in uscita”. Fu lui, come “voce di uno che grida nel deserto”, a proporre la convocazione di un concilio ecumenico, ancora nel 1939, quando l’idea pareva destinata a cadere nel vuoto. Fu lui il paladino di un’arte sacra che, radicata saldamente nell’unica fede, si esprimesse nel linguaggio proprio delle varie culture, compresa quella cinese. Fu lui a tracciare un ponte per unire l’Oriente all’Occidente nell’ambito della stessa famiglia delle nazioni. E si potrebbe continuare.

Ma lasciamo volentieri al lettore il gusto di assaporare le pagine di questo “scrigno” senza procedere nelle anticipazioni.

Da parte nostra, mentre ringraziamo il professor Pighin per averci offerto questo dono prezioso, reso accessibile a tutti grazie anche alle note che ci fanno rivivere personaggi ed eventi scomparsi dalla memoria collettiva, ci auguriamo che sia accolto con favore e che sia letto da un numero più ampio possibile di lettori perché certamente ne ricaveranno diletto e giovamento.

di Pietro Parolin

Rispetto e concretezza

Il presente volume completa la conoscenza che finora avevamo della personalità e del pensiero ecclesiologico del cardinale Celso Costantini. Ed è bello che appaia a cento anni dalla Lettera Apostolica Maximum illud (1919), di Papa Benedetto XV (1914-1922), alla quale il Costantini dedicò attenta riflessione e ne assorbì lo spirito. Partendo per la Cina egli portava con sé quella nuova visione ecclesiologica che apriva una nuova era nelle missioni con il rinnovamento dell’impegno della Chiesa ad gentes, la sua riqualificazione in senso evangelico e la liberazione dai legacci dell’epoca coloniale. Questa pubblicazione, inoltre, si inquadra assai bene nella linea di Evangelii gaudium e della visione inclusiva con cui Papa Francesco, coraggiosamente, apre alla Cina, per recuperarne la Chiesa alla Comunione universale e alla fecondità evangelica.

Ciò sarebbe assai piaciuto anche al cardinale Costantini, il quale, in queste pagine, diviene nuovamente oggetto di un interesse vibrante e, al tempo stesso, completa la nostra conoscenza di lui. Ciò è quanto annotavo nella prefazione a Foglie secche, opera composta dal cardinale Celso Costantini sulla prima parte della sua vita — dalla sua nascita nel 1876 alla sua partenza per la Cina nel 1922 — pubblicazione venuta alla luce nel 1948, ripresentata in forma critica nel 2013 da Bruno Fabio Pighin.

Dette espressioni, rilette oggi, mi paiono ancora più pertinenti a questo nuovo scritto che lo stesso Costantini ci ha consegnato perché fosse pubblicato postumo, consapevole del carattere “rivoluzionario” che potevano avere le sue idee prima della celebrazione di un concilio ecumenico, da lui proposto ancora nel 1939 per un profondo rinnovamento della Chiesa realizzatosi poi con il Vaticano II (1962-1965), che tali idee recepì portandole a maturazione. Il cardinale Celso Costantini tra memoria e profezia da un lato, si pone in continuità con Foglie secche, perché la felice scoperta della composizione inedita e sconosciuta qui pubblicata si configura, nell’intento stesso dell’autore, come prosecuzione delle sue precedenti “confessioni autobiografiche” abbracciando l’arco di tempo sicuramente più importante della sua esistenza terrena, che va dal 1922 al 1958. Esso però, da un altro lato, costituisce una novità, perché allarga gli orizzonti a livello universale, proprio della missione della Chiesa.

Il libro si apre con la prospettiva di costruire un “ponte” tra Oriente e Occidente mediante l’incarico conferito a Costantini di primo Delegato apostolico in Cina; prosegue con il suo servizio alla Santa Sede quale segretario della Congregazione di Propaganda Fide durante i pontificati di Pio XI e di Pio XII; infine tocca il vertice della cattolicità della Chiesa nel suo ufficio di cardinale e cancelliere. C’è un filo rosso che percorre tutta l’opera, che le dà unitarietà e che rispecchia il vissuto più profondo di Costantini: la missionarietà apostolica. Egli si dichiara più volte, anche da porporato, “un missionario” nella dedizione totale a Cristo e secondo il compito affidatogli dalla Chiesa. In partenza per l’Estremo Oriente, il 10 agosto 1922 scrive: «Signore, io offro a te la mia vita: se dovessi morire in Cina, tu accettalo come atto di devozione e di espiazione di tutte le mie colpe». Elogia i missionari per il loro zelo, ma si prodiga per un radicale cambiamento di rotta dell’attività evangelizzatrice in Cina come poi nel resto del globo terrestre. Ne parla spesso con Pio XII che, accettando le sue aperture, lo invita a trasmetterle ai competenti organismi della Curia romana. Lo fa senza reticenze soprattutto nell’ultimo anno della sua vita con due corpose relazioni alla Congregazione di Propaganda Fide nel mese di dicembre 1957 e alla Suprema Congregazione del Sant’Ufficio il 1° marzo 1958.

I punti salienti del suo pensiero sono basati sull’errata strategia missionaria degli ultimi secoli in confronto con la feconda strategia evangelizzatrice degli apostoli e della Chiesa primitiva. A suo dire, gli istituti religiosi hanno creduto di evangelizzare con un metodo “colonialista” creando delle signorie di “tipo feudale” con il sostegno degli stati imperialisti occidentali, imponendo una “dominazione spirituale straniera” su dei convertiti, ma senza promuovere il clero indigeno e cercare l’incontro tra la fede cristiana e la cultura dei vari popoli. Il metodo apostolico era ben diverso, come egli afferma: «san Pietro e san Paolo, venendo a Roma, non vi hanno trasportato Vescovi della Palestina, ma, hanno fondato la Chiesa con l’Episcopato nativo, usando pure per la liturgia non il dialetto aramaico, ma la lingua greca e latina». Su questa nuova strategia missionaria di tipo apostolico si innestano altri temi trattati da Costantini, in particolare tre: la valorizzazione della lingua nazionale dei vari popoli nella liturgia; l’internalizzazione del Collegio dei cardinali e della Curia romana e lo sviluppo dell’arte sacra come espressione della fede cristiana nelle diverse culture. Sono argomenti che spesso emergono nei suoi colloqui con Pio XII, come risulta dalle note d’udienza qui pubblicate.

In sintesi, il quadro delineato dal presente volume è originale, impressionante e affascinante. Originale, perché e composto da fonti inedite e molto autorevoli della Sede Apostolica, a cominciare da due Successori di Pietro, ben evidenziate dall’abbondante corredo di note apposte dal curatore dell’opera, il professor Bruno Fabio Pighin. Impressionante risulta la mole di attività che Costantini ha esplicato in più versanti e la rete di relazioni che egli ha sviluppato. Affascinante è la nuova strategia missionaria che egli propose, ora comunemente condivisa, ma allora oggetto di resistenze e persino avversata.

Il fascino di questo testo è frutto anche dello stile narrativo di Celso Costantini, come già rilevavo nel 2013 nella prefazione a Foglie secche. La sua maniera elegante di un raccontare a tratti elegiaco, in consonanza con i profondi sentimenti e la prominente religiosità del suo animo, coinvolge il lettore in queste pagine belle e trepide.

A me resta la gratitudine per un uomo che ha servito la Chiesa universale con grande amore e con prospettive nuove, proiettandola sugli orizzonti del concilio Vaticano II.

Perciò bene ha fatto monsignor Pighin a intitolare questo scritto postumo di Celso Costantini “tra memoria e profezia”. La mia ammirazione va verso quest’uomo del secolo scorso che fu un testimone di Cristo, rimanendo sempre attento a cogliere i segni dei tempi nella missione della Chiesa per la salvezza delle anime.

di Fernando Filoni

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25 febbraio 2020

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