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La missione
cambia continuamente

· Storia e futuro delle comboniane ·

Fondato a Verona nel 1872, grazie all’intuizione di Daniele Comboni che voleva integrare la donna consacrata nell’apostolato in Africa centrale, riconoscendole un ruolo peculiare, il nostro istituto ha come fine «l’evangelizzazione dei popoli, privilegiando i più poveri e abbandonati, particolarmente in Africa». La Casa madre di Verona ha formato i primi gruppi di Pie Madri della Nigrizia — primo nome delle Comboniane — da inviare in Africa, dopo un breve passaggio di acclimatazione al Cairo. È interessante qui sottolineare che in quel momento per il giovane istituto e anche nell’intuizione del fondatore, l’espressone “qui in Africa” coincideva con il Sudan. L’Egitto non veniva considerato la nostra terra di missione, ma solo un passaggio in preparazione per la vera Africa che era, appunto, il Sudan. Questo per dire che, fin dagli inizi, la forte tensione che viviamo ancora oggi, tra missione territoriale e missione antropologica, era già presente. Dove siamo chiamate ad andare? L’urgenza dell’attualizzazione dei carismi di cui attualmente sentiamo parlare molto, in realtà era già presente agli inizi dell’Istituto. Un’esigenza pare insita a ogni carisma. 

Suore comboniane in Sudafrica

Attualmente noi Comboniane siamo presenti in quattro continenti: questa è la prova evidente che, nonostante timori e rallentamenti, non abbiamo mai smesso di cercare la nostra missione oggi, di credere che la missione non muore ma cambia continuamente nei suoi riferimenti geografici, di comprensione etc…; se non cambia, allora può morire. Fin dalle nostre origini, ci confrontiamo con la passione ma anche il timore di una missione che chiama continuamente altrove. Dov’è l’ad gentes per noi comboniane, oggi? In un mondo che cambia? Questa domanda non è nata in questi ultimi anni, ma è stata presente continuamente, fin dagli inizi.
C’erano infatti, fin dal principio, sorelle italiane, siriane, sudanesi, polacche. Possiamo affermare, senza paura di sbagliare, che siamo nate con l’interculturalità nel nostro dna.
L’ubicazione attuale delle case di formazione confermano questo cambiamento di vita dell’Istituto e del suo progetto missionario: tre noviziati di cui, uno in Uganda, uno in Eritrea e uno in Ecuador. La localizzazione geografica delle case di formazione al di fuori del contesto europeo dimostra chiaramente le chiese che donano attualmente le vocazioni missionarie comboniane: 70per cento dall’Africa, 20 per cento dall’America, 10 per cento dall’Europa. Questo decentramento della formazione presenta immediati aspetti positivi: la formazione, fin dai suoi inizi, si realizza in comunità formative fortemente interculturali; le giovani fanno esperienza, fin dagli inizi della loro formazione, dell’uscita dal proprio mondo culturale, linguistico, esperienza fortemente formativa per giovani che desiderano incarnare il carisma comboniano. Un piccolo fenomeno ma che, se letto bene, ci può ancora una volta fare da bussola per orientarci in questa non facile ricerca di orizzonti per il futuro. La missione ad gentes chiama e invia ovunque.
L’interculturalità iniziale, e sempre più crescente, può essere un’interessante chiave di lettura per una rinnovata comprensione della missione ad gentes, non solo per il nostro momento storico specifico, ma per quello che essa davvero è, nella sua essenzialità. Andare verso, andare oltre…uscire da… Il Vangelo annunciato fa di tutti i popoli dei discepoli missionari, inviati ad annunciare. E questo dinamismo è insito nel Vangelo stesso quando viene accolto veramente nella propria vita personale e di chiesa, e non occorre attendere dei secoli prima di capire che tutti sono inviati. Quindi, lo sviluppo che i nostri Istituti stanno avendo in questi ultimi anni, (per esempio il decentramento dall’Europa) non è altro che, finalmente, lo sviluppo di un carisma che era già stato donato per questo. I fondatori vivevano già tutti gli elementi e le potenzialità che il carisma porta con sé; poi noi, come Istituti, impieghiamo anni per capirlo e liberarlo in tutta la sua potenzialità. Ci sono risvolti storici che apparentemente sembrano marcare la fine di una realtà mentre, in verità, la sta portando al suo pieno compimento (diminuzione di vocazioni dal nord del mondo, interculturalità dei membri, chiese locali sempre più ricche che assumono la propria responsabilità di annunciare il Vangelo anche fuori dai propri confini).
Come stiamo interpretando e vivendo questa svolta epocale nella storia degli Istituti missionari, nati esclusivamente per la missione ad gentes: (riduzione di numeri di vocazioni, crescita dell’interculturalità dei membri, aumento di una pluralità di presenze sia in termini di contesti geografici che ministeriali, confronto e inserzioni in chiese locali sempre più ricche).
Nel cambiamento epocale in cui siamo, il progetto missionario che ha caratterizzato gli inizi e la storia dell’Istituto vive la sua crisi. Oltre alla crisi che vive tutta la vita religiosa e che tocca profondamente anche noi, nella nostra identità di donne consacrate ad vitam per la missione, viviamo una crisi del progetto missionario dell’istituto che è, essenzialmente, una crisi di orizzonti, di orientamenti chiari, un senso di inadeguatezza nel definire chiaramente i contorni della nostra missione oggi: chi siamo? per chi siamo? dove siamo chiamate a essere?
Chi sono gli evangelizzatori e chi i destinatari della nostra missione, oggi? Per Comboni era chiaro, erano i popoli del Sudan, i più abbandonati della terra, vittime della schiavitù di quel tempo, non ancora battezzati e quindi assenti dalla chiesa. Dopo 145 anni, siamo tutte convinte che siamo noi, i missionari per primi a essere evangelizzati dall’incontro e accoglienza che i popoli ci riservano. Ci ritroviamo di più in quell’essere ponti tra popoli e culture più che fare proselitismo; a vivere la missione come “incontro” con l’altro, più che un fare o offrire un servizio all’altro. Resta forte l’invito a metterci in cammino verso altre terre, lasciandoci accogliere e accogliendo, in un rapporto di reciprocità, alla pari, dove nell’altro non vediamo più, prima di tutto, il povero che ha bisogno di noi, ma al centro c’è l’incontro che rende presente Cristo nelle realtà umane. La stessa interculturalità vissuta all’interno dell’Istituto è una prova del superamento di certi riferimenti e orizzonti geografici, culturali che, senza esserne consapevoli, ci davano sicurezza, ci facevano sentire al posto giusto, definivano la nostra missione ad gentes. Oggi noi Comboniane ci vediamo come donne che rispondono alla stessa chiamata e incarnano lo stesso carisma, indipendentemente dalle nostre provenienze. Chi sono dunque gli evangelizzatori e chi i destinatari della nostra missione oggi? Dobbiamo ripensare la missione per riorganizzarla, soprattutto in una nuova comprensione di essa.
Crisi nel senso d’identità: la non chiarezza di un progetto missionario minaccia il senso di identità dei missionari: chi siamo?
Dalla categoria dell’incertezza, che ha caratterizzato le nostre origini e, direi, un po’ tutta la nostra storia, vogliamo trarre un modus vivendi che ci abitui a non sentirci padrone di nulla, ma servitrici della missione che non è nostra, in continua ricerca per discernere e vivere sempre meglio l’ispirato progetto del Fondatore.

Il nostro Istituto è partito da un’intuizione che lo Spirito ha donato a san Daniele Comboni, uomo del suo tempo, nato in un contesto italiano. Ma l’Istituto non può essere definito italiano: non è mai nato per essere italiano. Comboni parlava della cattolicità della missione, perché doveva essere un’opera di tutta la Chiesa. Per cui la sua intuizione ci aveva già poste nel centro della Chiesa e chi dice Chiesa dice popoli, culture, cattolicità, universalità. Non mi preoccuperei neppure molto del fatto che in Italia stiamo diminuendo, perché non mi confronto con la realtà geografica dove il progetto missionario ha mosso i suoi primi passi, ma piuttosto con il suo sviluppo. Il nostro modo di guardare il presente, il futuro e di rileggere il passato deve essere più animato da uno sguardo di speranza e decentrato da noi stesse: stiamo divenendo quello per cui siamo nate, donne per la missione ad gentes, fino ai confini della terra, guidate non da criteri geografici ma dalla forza del Vangelo che vuole raggiungere in modo particolare gli esclusi, che agisce dove vuole e con chi vuole, e chiama dai confini della terra.

di Luigina Coccia

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14 novembre 2018

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