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Ponti fatti di parole

· A colloquio con Ignazio De Francesco, l’autore di «Simeone e Samir» ·

Samir è un brigante, predatore e assassino. Simeone un uomo colto, in fuga da un amore sbagliato, da una famiglia sbagliata, da se stesso. Simeone è cristiano, con tante domande e dubbi. Samir musulmano e senza dubbi, neppure sulle proprie colpe, che saprà punite, alla fine dei tempi. Si accusano, provano a odiarsi, si scoprono fratelli, nei ricordi, nelle fiabe d’infanzia, in un tè condiviso. Il tempo è quello a cavallo tra il XII e il XIII secolo, la quinta crociata, e si racconta che proprio in quell’estate del 1219 un piccolo uomo venuto da lontano a portare e cercare la pace abbia incontrato il nipote del Saladino.

Ignazio De Francesco

Capiamo che è Francesco, il santo di Assisi. Ma il tempo è l’eterno, e potrebbe essere il nostro, perché ancora fervono le battaglie sul nome di Dio e si fomenta l’odio tra gli uomini. E un altro Francesco, venuto da lontano, sceglie la strada faticosa dell’incontro, della preghiera essenziale al Dio unico, ottocento anni dopo. Ignazio De Francesco, l’autore di questo racconto/dramma denso di storie, riflessioni, domande e rimandi, è in parte Simeone: nell’uso della ragione, nei suoi dubbi e nella fede che la compie. E in parte è Samir, cui dona le parole, conoscendo l’arabo e l’islam per studio e per amore. Fratello della Piccola Famiglia dell’Annunziata, missionario per anni in Terra santa e in Giordania, conosce a fondo e con passione rara una fede che ci appare incomprensibile e ostile.

«Non avevo mai pensato all’islam, mi sono trovato a vivere in piccoli villaggi palestinesi, durante la seconda intifada, e ho cominciato a studiare l’arabo per pregare, perché l’ufficio lo recitavamo in arabo. Poi a Damasco, all’università, mi sono trovato in grandi aule con centinaia di ragazzi e ragazze, ed è stato un tempo di grandi dialoghi e sfide, di tanti racconti personali. Poi i mei studi di patrologia siriaca: la tradizione siriaca ha un rapporto molto stretto con l’islam, che è successivo. Tutto questo mi ha orientato sempre più ad affermare che l’islam è una parte di noi, che ci piaccia o no, e questo non scioglie affatto il mistero. Cos’è l’islam, perché? Noi studiosi siamo gente da scrittoio, carte ponderose, dove però si trovano informazioni per il rapporto col pachistano del mercatino all’angolo della strada. La filosofia serve a capire le persone concrete».

A Monteveglio fra Ignazio studia, con la stessa curiosità dei vent’anni. Sempre stato così, quando faceva il giornalista nella sua Torino, nella radio dei salesiani, e inventava programmi, scovava notizie nei quartieri di periferia e al di là dell’oceano, quando improvvisava con maestria jazz al piano, con la sua band di amici, quando si esaltava per l’aneddoto, o il tipo strano incontrato al bar, per una storia sbagliata. Un giorno sparì, e disse agli amici che sceglieva il convento. L’abbiamo seguito in Oriente o sui colli bolognesi e ora sui suoi libri di studioso e di scrittore: patrologo, islamologo, traduttore raffinato di poeti e sapienti arabi e siriaci. Un drammaturgo che ha dato voce teatrale al dialogo con una ragazza scampata al mare, Leila della tempesta, e ora a questi fuggitivi nemici-amici, Simeone e Samir. Dialoghi notturni fra un cristiano e un musulmano. In fuga messi in scena ad Ascoli, ai Teatri del Sacro.

L’islam presenta potenzialità e criticità comuni alle religioni monoteiste. «Le sue intuizioni fondamentali, Dio creatore, Dio provvidente e Dio etico, che distingue il bene dal male, quindi anche giudice, sono i grandi temi dell’area monoteista, e danno senso alla vita. La cosa che più mi spaventa dell’islam è la sovrapposizione tra fede e ragione. La ragione viene prima, quindi la fede è esigita. E l’altra criticità insita nel suo, nel nostroDna è il perenne tentativo di trasformare la fede in religione di stato». Caparbiamente convinto che la fratellanza è un compito, non un’opzione, l’amore e il rispetto la sola speranza, fratel Ignazio è tramite e ponte tra culture e fedi. I briganti come Samir li conosce bene, da quando ha scelto di fare il “cappellano” per i musulmani reclusi nel penitenziario della Dozza, a Bologna. Monteveglio, l’eremo in cui pochi monaci e monache seguono il carisma di don Giuseppe Dossetti, padre costituente, è quiete, respiro per potersi immergere nel brulicare di vite, dolori, rabbia del carcere.

«Nelle nostre carceri abbiamo circa 10 mila musulmani. Hanno bisogno di essere seguiti per prevenire il radicalismo, ma anche per un atto d’amore: sono anch’essi figli di Dio, non sono nati per caso! Il carcere permette di incontrarli, di ragionare con loro e capirli: la perdita della libertà è una dimensione esistenziale fondamentale, porta alla disperazione ma anche alla riflessione. È un luogo dove l’umanità ferita si scopre, sul confine. Nel mio piccolo verso un po’ l’acqua della cultura, per innaffiare queste piantine e farle rifiorire come persone. Sto seguendo con l’Unione comunità islamiche e il dipartimento penitenziario un progetto perché siano presenti nelle carceri assistenti spirituali islamici, imam, di fede sicura, provata. Le esigenze spirituali sono come il cibo: se non trovi risposte le vai a cercare, e di solito da altri detenuti. Un grave pericolo». Non è il bisogno primario, si direbbe, quello della cultura. «Io invece sono convinto che ci sia un errore nell’accostare i poveri: ci avviciniamo per lenire le piaghe concrete, ma una persona, a differenza di un animale, non è mai riducibile alle sue esigenze materiali. Il pane e la libertà sono due povertà estreme, e non è detto che la prima sia più drammatica della seconda. La sfida è poter parlare col brigante, come Samir, di cose altissime, di fare un lavoro antropologico, ciò che serve a costruire una società condivisa».

Perché l’approccio di Ignazio, da monaco, non è sul Vangelo, ma sulla Costituzione italiana? «Perché le religioni non stanno in piedi da sole. Non sono autosufficienti, hanno bisogno di un quadro di cittadinanza laico, che per loro natura hanno difficoltà a esprimere. Penso al documento sottoscritto da Papa Francesco e il grande Imam di Al-Azhar ad Abu Dhabi: c’è un passaggio chiave nel testo, in cui dopo aver parlato da uomini di fede citano la cittadinanza, un concetto laico “che si basa sull’eguaglianza dei diritti e dei doveri sotto la cui ombra tutti godono della giustizia”. Questa frase è centrale, perché, secondo me, l’islam nelle sue costruzioni religiose tradizionali pensa alla società come stato islamico, in cui chi non è musulmano anche se gode di diritti è comunque un cittadino di seconda classe. Quest’estate a Monte Sole, nel nostro convento avremo una summer school di 40 ragazzi e ragazze, a settembre, proprio sulla Costituzione italiana, e quindi sulla fratellanza umana. La religione in arabo è din, una parola plurale nei significati: rimanda al giorno del giudizio, poi all’insieme delle pratiche cultuali, e infine alla comunità, estesa sul territorio, cioè lo stato. Anche per noi la religione ha avuto questa deriva: ma la necessaria visibilità dei grandi assensi del cuore dev’essere pur contenuta in una società plurale».

di Monica Mondo

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15 novembre 2019

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