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Pontefici nel tempo

· I ritratti papali della basilica di San Paolo fuori le Mura dal V secolo alla nuova consacrazione del 1854 ·

La lunga sequenza dei «tondi leonini» è un simbolo della continuità della Chiesa

La maestosa basilica di San Paolo fuori le Mura che si erge sulla via Ostiense nasconde nella sua storia una fitta serie di fasi, consacrazioni e ristrutturazioni. L’attuale assetto architettonico rappresenta l’esito estremo di un’interminabile cantiere seguito da una Commissione speciale per la riedificazione della basilica di San Paolo sulla via Ostiense, istituita da Leone XII (1823-1829), già il 26 marzo del 1825, per recuperare il monumento che, com’è noto, aveva sofferto le gravi conseguenze dell’incendio che lo colpì nella notte tra il 15 e il 16 luglio 1823, distruggendo gran parte dell’edificio e, specialmente, la parete settentrionale della navata centrale. I laboriosi interventi della ricostruzione si conclusero soltanto il 10 dicembre del 1854, quando Papa Pio IX (1846-1878) consacrò la nuova basilica, che, pur rispettando i volumi, l’iconografia, il fasto della basilica martiriale, rappresenta un edificio completamente nuovo, seppure costellato di memorie autentiche o sapientemente ricostruite di un interminabile cantiere costruttivo e cultuale. La basilica sorge dove in età apostolica si estendeva, a ridosso dell’ansa del Tevere, una complessa necropoli pagana, dove fu sistemato il corpo di Paolo dopo il martirio che, secondo le fonti e la tradizione iconografica, avvenne proprio nei pressi del luogo della deposizione, che, ben presto, dovette essere stata monumentalizzata, secondo la stessa dinamica che vide la segnalazione della tomba di Pietro in Vaticano. Eusebio di Cesarea, seppure al tempo di Costantino, rievoca la testimonianza del presbitero romano Gaio, il quale, appunto, tra lo scorcio del ii e gli esordi del III secolo, poteva mostrare i trofei dei principi degli apostoli, rispettivamente presso il Vaticano e lungo la via Ostiense (Historia ecclesiastica, II, 25, 7). La teoria pontificia di San Paolo fuori le Mura è organizzata in coppie di clipei campiti dai volti dei Pontefici e definiti da didascalie, che ricordano il nome e la durata del pontificato. Quaranta ritratti si salvarono dall’incendio del 1823 e un paio di anni dopo furono staccati dal pittore Pellegrino Succi e sistemati nel monastero. L’originale progetto leonino, replicato nelle basiliche di San Pietro e di San Giovanni in Laterano, vuole chiudere un ragionamento storico che guarda ai Pontefici come ai destinatari ultimi di un piano salvifico che si muove dalle prefigurazioni veterotestamentarie, prosegue con le storie dell’Apostolo delle genti e viene solennemente consegnato ai rappresentanti ufficiali della Chiesa romana. Le effigi dei diversi Pontefici rispetto alla redazione della prima serie leonina mostrano ritocchi, ripensamenti, restauri, rifacimenti che rendono difficoltose le operazioni di restituzione delle immagini più antiche. Al di là dei diversi interventi non è, comunque, complicato comprendere l’intenzione dei pittori della serie primitiva, poi pedissequamente ripresa dai continuatori della teoria. I tondi leonini, infatti, mostrano figure raggelate, geometriche, poco caratterizzate e tutte provenienti dal tipo dell’“uomo santo”, del riflessivo pensatore, del saggio, del sapiente filosofo di classica memoria. Il pensiero dell’entourage leonino che ha concepito la teoria di Pontefici vuole disegnare l’evidente filo rosso che unisce, in maniera indissolubile, il Cristo con Pietro e con i Pontefici nel tempo. Questo nitido concetto definisce l’idea del primato della Chiesa di Roma, ovvero del legame tra Cristo e Pietro, per chiarire l’assunto dell’eredità apostolica che si proietta nell’episcopato romano considerato nel tempo e nella storia.
Ancora oggi entrando nel luminoso santuario paolino, pur consapevoli di accedere all’interno di un edificio sostanzialmente ricostruito dalle fondamenta, si percepisce l’idea di una Chiesa piantata e radicata sulla tomba dell’Apostolo delle genti.
Ma poi lo sguardo si alza su quella teoria pontificia che, pur realizzata dai restauratori del passato prossimo, consegna il sentimento di una Chiesa romana definita da un’incessante susseguirsi di uomini santi, che fungono da calamita, da glutine, da tenace connettivo di una Chiesa più larga che abbraccia il popolo di Dio, che costella l’intero ecumene cristiano.

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20 agosto 2019

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