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Poliziotto anzi poeta

· ​Il commissario Carlo De Vincenzi nato dalla grande penna di Augusto De Angelis ·

Trentacinque anni, single, aspetto piacevole e, soprattutto, rassicurante, riflessivo, colto, amante dell’arte, del bello e del ben parlare, più poeta che poliziotto, o almeno così ritengono i suoi più fedeli collaboratori. Accudito fedelmente dall’anziana balia Antonietta, si muove nella Milano degli anni Trenta, tra liberty e fascismo.

Anna Miserocchi e Paolo Stoppa nei panni del commissario De Vincenzi (1974)

È questo l’identikit di Carlo De Vincenzi, commissario di polizia della squadra mobile di Milano, uno dei detective più affascinanti che sia stato creato in Italia. L’autore dei quindici romanzi gialli usciti tra il 1935 e il 1942 che lo vedono protagonista, è Augusto De Angelis, lo scrittore e giornalista nato a Roma nel 1888, incarcerato per antifascismo nel 1943, morto l’anno dopo a Bellagio a seguito delle percosse subite nel corso di un’aggressione fascista.
Colui che molti “buongustai” considerano il vero creatore del giallo all’italiana, aveva solo 56 anni ed era — come scriverà Oreste Del Buono, che lo riscoprirà nei primi anni Sessanta — «pieno di progetti e di sogni». La tragica fine del suo creatore non sarebbe certo risultata una sorpresa per il nostro commissario. Dai suoi gialli, infatti, emerge l’opposizione alla propaganda ideologica di regime e al clima sempre più diffuso di minaccia, diffidenza e scetticismo («C’era molta cordialità tra loro: ma forse non la confidenza. Dove trovarla la confidenza, del resto, in questi tempi, tra uomini lanciati ognuno verso il proprio destino, con le proprie passioni, i propri bisogni, i molti vizi del corpo umano?»). Una voce dissenziente che sale di tono nel giallo Il candeliere a sette fiamme (1936). Dietro il titolo con chiari riferimenti alla menorah, si cela un delitto commesso in un lurido albergo di Milano, dove viene ritrovato il cadavere di un uomo di incerta nazionalità: e così De Vincenzi si trova immerso in una vicenda di spionaggio che attraversa il Mediterraneo, legata alla questione palestinese emersa da poco, con sprazzi teatrali tenebrosi e quasi gotici. Nel valzer tra inglesi, ebrei, arabi e tedeschi, eroi gli ebrei e detestabili i tedeschi.
È del resto una Milano cosmopolita quella in cui si muove De Vincenzi, attraversata da drammi familiari, gelosie, vedove (o presunte tali), viaggiatori e truffatori, tanti stranieri che si portano appresso i loro drammi e le storie dei loro popoli. Grandi svaligiatori di banche di Oltreoceano, uomini accecati dalla ricchezza che nelle colonie sono stati capaci di perdere ogni senso morale, giovani ingenui e scugnizzi opportunisti. «Mi sono proposto — scrisse De Angelis — di fare romanzi polizieschi in cui le persone vivono secondo natura».
Nelle avventure del commissario De Vincenzi quasi un secolo dopo la loro uscita colpisce la complessa modernità del protagonista. E la sua giovane età: nella mente di De Angelis, De Vincenzi è l’uomo maturo ma certo non ancora anziano, adulto ma ancora un po’ scapestrato - un nostro bel quarantacinquenne, per intenderci.
Complesso, dunque, il personaggio soprattutto perché il commissario non è mai eccessivo: arguto ma umano, intellettuale e garbatamente sensibile al fascino femminile, coraggioso ma non gratuitamente sfrontato, De Vincenzi ragiona, cerca di immedesimarsi, agisce conoscendo bene i suoi difetti. Attento ma non meticoloso, logico ma non ossessivamente «deducente», attaccato al suo lavoro ma pronto a beneficiare di ogni momento inaspettatamente libero (tirando fuori dal cassetto Platone, Freud, Oscar Wilde…), il commissario non fa molto per piacere. Ma affascina.
E questo, indubbiamente, anche grazie alla lingua. È un italiano meraviglioso quello di De Angelis, per nulla ridondante o barocco, mai sciatto o scontato. Qua e là, come doni per il lettore che in un romanzo ben fatto ama non solo la storia ma anche l’uso della parola, sbucano termini come lutulenza, nari, peripatetiche… Un piacere, davvero.
Ci dicono che qualcuno, magari un po’ avanti con l’età, conosce il commissario De Vincenzi — oltre che per la meritoria opera di Del Buono, che pubblicò tre gialli presso Feltrinelli (operazione recentemente riproposta da altri editori italiani, come Sellerio e Castelvecchi) — grazie agli sceneggiati televisivi che la Rai mandò in onda tra il 1974 e il 1977, resi popolari anche per la riuscita interpretazione di Paolo Stoppa. Ma a noi il commissario De Vincenzi piace continuare a immaginarcelo a piacere nostro. Rassicurante, solido, riflessivo, colto e così misteriosamente amante del ben parlare.

di Giulia Galeotti

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24 maggio 2019

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