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Politiche di misericordia
tra teoria e prassi

Quando, in un futuro prossimo, gli studiosi di storia della Chiesa si interrogheranno sui tempi che stiamo vivendo, si troveranno probabilmente concordi nel riconoscere la centralità della nozione di misericordia nell’azione pastorale e nella riflessione teologica di papa Francesco. E tra i tanti effetti, diretti e indiretti, che una tale attenzione ha determinato vi è anche quello di aver ridestato l’interesse su un tema cruciale da parte della comunità scientifica, come testimonia il recente volume curato da Pietro Delcorno, Politiche di misericordia tra teoria e prassi. Confraternite, ospedali e Monti di pietà, XIII-XVI secolo (Bologna, Il Mulino, 2018, pagine 376, euro 30).

Domenico di Bartolo, «Cura degli infermi» (1440-47, Pellegrinaio di Santa Maria della Scala Siena, particolare)

Al centro dei saggi, redatti in italiano, francese e inglese, non vi è il motivo teologico della misericordia di Dio, ma i differenti modi in cui la carità è stata pensata e messa concretamente in atto nelle società europee tra tardo medioevo e prima età moderna.

Il volume si apre con l’indagine proposta da Emmanuel Bain sulla scolastica, dalla quale emergono due rilevanti conclusioni. Da un lato, all’elenco delle sette opere di misericordia corporali, elaborato alla luce di Matteo 25, 31-46, si accompagna ben presto la lista di sette opere spirituali (di cui si trova una pionieristica sistematizzazione in Alessandro di Hales), e il conseguente riconoscimento della superiorità di queste ultime sulle prime. Dall’altra parte, si assiste all’individuazione di un ordine di priorità nella “distribuzione” della misericordia: la sua pratica non deve fondarsi tanto sulla compassione, quanto su una valutazione razionale di ciò che può rivelarsi vantaggioso e utile per il bene comune della società. Il criterio adottato per la scelta non è perciò il grado di indigenza di chi deve ricevere il sostegno, ma la sua prossimità e la santità della sua vita.

I teologi della scolastica, scrive dunque Bain, non intendevano formulare una dottrina sociale della Chiesa ante litteram in nome della lotta alla povertà e in favore dell’eguaglianza, ma piuttosto costruire una politica della misericordia che sottolineasse il fondamentale ruolo di mediazione svolto dalla comunità ecclesiale.

Il rapporto tra misericordia e povertà costituisce anche il perno attorno a cui ruota il commento di Pietro di Giovanni Olivi al già citato passo di Matteo, risalente al periodo compreso tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta del Duecento. Come nota Paolo VIan, qui i «fratres mei minimi» non sono considerati attori, ma semmai destinatari della misericordia, dal momento che essi stessi si identificano — in senso evangelico e spirituale, non certo sociale — con i poveri. In tal modo, Olivi giunge a riconoscere il primato della povertà sulla carità: i poveri prenderanno parte al giudizio finale accanto a Cristo, mentre i misericordiosi saranno giudicati, al pari di tutti gli altri uomini. Non è sufficiente, infatti, rifuggire il male per essere salvati, imitando il comportamento del servo timoroso che seppellisce il talento ricevuto (insieme al brano evangelico di Matteo, la parabola dei talenti è un altro luogo comune della trattatistica e della predicazione che si occupa di misericordia), ma bisogna compiere attivamente il bene.

La parte centrale della raccolta curata da Delcorno è poi dedicata all’analisi del vasto processo di rinnovamento nell’assistenza ospedaliera che ebbe luogo nel corso del Quattrocento, avendo come epicentro l’Italia settentrionale. Come nota Francesco Bianchi, tale riforma si espresse a più livelli, con una più decisa partecipazione del patriziato cittadino e delle autorità secolari alla gestione dei servizi caritativi, con l’avvio di pratiche di scambio e condivisione tra i diversi enti di ricovero, con il ricorso a personale qualificato e salariato, spesso proveniente dai ceti mercantili, con l’adozione di regolamenti volti a disciplinarne compiti e funzioni e con una più accorta amministrazione delle risorse finanziarie. Ancora una volta, una cura speciale fu riservata all’identificazione dei criteri che dovevano presiedere alla selezione dei possibili beneficiari. Nello statuto dell’Ospedale di San Matteo di Pavia, redatto nel 1453 e studiato da Thomas Frank, si afferma che questo è aperto a «tutti gli infermi di qualunque grado e condizione, ricchi e poveri, e da qualsiasi luogo essi siano voluti venire» e si sottolinea la professionalità e l’efficienza delle cure: «Anche se i ricchi possono con il loro denaro procurarsi altrove le cure necessarie alla loro malattia, non possono comunque trovare con tanta facilità chi con così grande prontezza ed alacrità può assisterli nelle loro malattie». Tuttavia, poco oltre si precisano le restrittive condizioni dell’accoglienza: non si accetteranno anziani troppo malandati, malati incurabili o cronici e pellegrini poveri; le porte saranno aperte solo a quanti, secondo il parere dei medici, «possono essere curati e guariti con l’aiuto degli opportuni rimedi della medicina», anche se è bene specificare che molte di queste affermazioni di principio erano spesso smentite dalla realtà dei fatti.

Intimamente legato alla riforma ospedaliera, e insieme alla rivitalizzazione dello spirito civico, pare essere anche il ciclo pittorico realizzato tra il 1476 e il 1477 nella chiesa di San Francesco a Lodi, affidata allora alla cura dei minori conventuali. Negli affreschi, presi in esame da Delcorno, si ricorda l’attività di assistenza ai malati svolta da Bernardino da Siena presso l’Ospedale di Santa Maria della Scala in occasione dell’epidemia di peste che colpì la città toscana nel 1400. Si tratta di un episodio che rivestì un significato centrale nella costruzione agiografica della biografia di Bernardino, canonizzato nel 1450, così che potesse essere proposta come modello non solo agli occhi dei religiosi ma anche a quelli dei laici. In particolare, trova spazio nei dipinti il sermone pronunciato davanti a dodici compagni della confraternita di flagellanti, tramandato dalla Vita del predicatore stilata da Leonardo Benvoglienti nel 1446 e dedicata espressamente a illustrarne il periodo secolare.

Secondo il racconto di Benvoglienti, nella sua breve predica Bernardino avrebbe ricordato il passo di Matteo, invitando i confratelli ad assistere di buon grado i malati, in vista di un riconoscimento celeste: «se per caso qualcuno morirà in questo esercizio e servizio, morirà per Cristo, e non vi può essere nulla di più desiderabile per un cristiano che morire per Cristo, il quale è morto per noi». Interpretando la misericordia come virtù politica e guardando all’ospedale come a un luogo di formazione della coscienza cittadina, Bernardino, almeno stando alla lettura fornita da Benvoglienti e dal pittore Gian Giacomo da Lodi, non era interessato soltanto a convincere i suoi compagni ad adoperarsi in una missione potenzialmente rischiosa, ma anche a rafforzare la coesione sociale. In tal senso, il riferimento degli affreschi al suo servizio presso l’Ospedale di Santa Maria della Scala doveva fungere da modello di ispirazione per la riforma ospedaliera che si stava realizzando in quegli stessi anni a Lodi e in gran parte dell’area lombarda.

Punto di incontro tra slanci umanitari ed esigenze economiche, gli ospedali costituiscono, grazie ai loro archivi, anche una fonte di inestimabile valore per la conoscenza dell’associazionismo laico e religioso del tempo. In mancanza di statuti giunti fino a noi, i registri di conto lì conservati possono, ad esempio, aiutarci a comprendere il ruolo svolto dalle confrarie piemontesi dette dello Spirito Santo, analizzate da Lorena Lucia Barale. Da queste fonti emerge come la loro attività, a differenza di quella delle più note confraternite, non fosse scandita da un programma devozionale preciso. Le confrarie, infatti, non celebravano messe in suffragio dei confratelli defunti, non praticavano la flagellazione, non erano dotate di un cappellano, non si adeguavano a un calendario liturgico e non organizzavano sacre rappresentazioni. Si limitavano a riunirsi annualmente, durante la Pentecoste, per un banchetto, forse legato ai lavori nei campi. Inoltre, includendo al loro interno per la maggior parte cittadini di estrazione modesta, ma che con le loro professioni garantivano il buon andamento dell’economia cittadina (soprattutto artigiani), erano lo strumento di quella che si potrebbe definire una “solidarietà orizzontale”. La loro azione, cioè, non era proiettata all’aiuto esterno, ma volta ad assicurare ai propri membri (sia uomini che donne) il mantenimento dello status sociale ed economico raggiunto, fungendo da garanzia contro il pericolo, sempre in agguato, della marginalità.

È naturalmente impossibile dar conto degli argomenti affrontati dalla raccolta, che racchiude anche importanti contributi sulla riflessione di Duns Scoto (Luca Parisoli), sugli affreschi fiorentini dell’Allegoria della Divina Misericordia e della Storia di Tobia commissionati dalla Compagnia Maggiore di Santa Maria della Misericordia (Federico Botana), sulle gilde inglesi (Gervase Rosser), sull’esperienza dei Monti di Pietà (Maria Giuseppina Muzzarelli, Roberto Ferrari e Antonio Ciceri), sull’impegno assistenziale dei cappuccini (Michele Camaioni), sui dibattiti cinquecenteschi a proposito del governo della povertà (Lorenzo Coccoli), nonché sul decisivo apporto del pensiero francescano allo sviluppo dell’economia moderna (Stefano Zamagni). Quel che è certo è che la misericordia si dice, e si è detta anche in passato, in molti modi. Sta allo storico individuare e decifrare questi modelli, provando a dipanare l’intricato groviglio di temi teologici, economici ed etici che li attraversa.

di Giovanni Cerro

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