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Politica
a dimensione locale

· Finisce in Francia la prassi del cumulo dei mandati ·

È una piccola rivoluzione quella che si appresta a vivere il parlamento francese. Qualunque sia l’esito del secondo turno delle elezioni legislative di domenica prossima e indipendentemente dal risultato finale del nuovo partito La République en marche del presidente Emmanuel Macron, si può già affermare che la composizione dell’assemblea nazionale sarà profondamente rinnovata, dopo la rinuncia del 37 per cento dei deputati a ricandidarsi, un dato storico. Infatti, sono soltanto 361 i deputati che hanno scelto di presentarsi in vista della nuova legislatura, mentre erano 472 per le elezioni del 2012. Quasi 216 circoscrizioni avranno dunque un nuovo volto per rappresentarle.

L’assemblea nazionale  a Parigi

Un altro dato di grande importanza, quasi 340 deputati su 577 cumulano il loro mandato con una funzione esecutiva locale. Ma tra le due elezioni legislative una data importante ha segnato la storia del sistema politico francese: è quella del 14 febbraio 2014, giorno in cui veniva adottata, non senza contestazioni e con un acceso dibattito tra deputati, una legge che vieta ai parlamentari di esercitare una carica locale, sindaco, presidente di regione o di dipartimento. Era una promessa contenuta nel programma elettorale dell’allora presidente François Hollande. Con questa legge, entrata in vigore il 31 marzo scorso, è scomparsa la figura che aveva contrassegnato il paesaggio politico per tanti anni, quella del deputato-sindaco. Fino a oggi, erano 175, cioè quasi un terzo dell’Assemblea nazionale.

Non tutti hanno atteso la promulgazione della legge sulla proibizione del doppio mandato per non candidarsi, e questa tendenza si ritrova in tutta la scacchiera politica. Inoltre — e si tratta di una grande novità — questa scelta è stata fatta anche da deputati giovani, che riprendono la loro precedente attività. C’è chi, dopo numerosi mandati, rinuncia per dare spazio a nuovi volti o chi ritiene di avere poche chance di successo e un sostegno insufficiente da parte del proprio gruppo di appartenenza. Altri invece sono stati già costretti ad abbandonare il seggio a seguito di problemi di ordine giudiziario.

E tra i politici chiamati a scegliere tra due mandati — ed è il vero elemento sorprendente di questo scrutinio — in molti hanno espresso la loro preferenza per il mandato esecutivo locale, decidendo di lavorare esclusivamente come sindaco, presidente o vicepresidente di un consiglio generale o regionale.

Come mai tanti deputati-sindaci hanno preso questa decisione? Intervistato nell’aprile scorso dalla radio Rmc, Edouard Philippe, che non era ancora l’attuale primo ministro, aveva spiegato con chiarezza il perché della rinuncia al mandato di deputato della Seine-Maritime, in Normandia, per consacrarsi alla città di Le Havre di cui è il sindaco. «Essere deputato è un mandato degno di rispetto e partecipare all’elaborazione delle leggi, votarle o meno, controllare il governo, tutto questo è appassionante, ma il mandato di sindaco consente di prendere più decisioni, di essere più a contatto dei cittadini. E poi, anche se l’impatto delle decisioni è certamente meno “nazionale”, è molto più concreto».

L’importanza della città non è rilevante, i sindaci hanno un rapporto diverso con l’azione pubblica. Eletti per 6 anni, invece di 5 per i deputati, «sono loro a dirigere, con reali margini di manovra che consentono di assumere le scelte», commenta Edouard Philippe. Tanto più che le casse dello stato sono vuote, mentre le collettività locali dispongono di possibilità di finanziamento più importanti.

Altre ragioni incitano alcuni deputati a non ricandidarsi. La durezza del clima politico, particolarmente in questi ultimi anni, viene spesso citata; il deputato subisce molteplici pressioni, sia a livello nazionale che nell’ambito del partito, e questo lo spinge ad adottare un atteggiamento che non è veramente il suo. Sacrificare la vita familiare, particolarmente per i deputati la cui circoscrizione si trova lontano da Parigi, è un altro dei motivi. Numerosi deputati, soprattutto tra i giovani eletti, soffrono di questa lontananza al punto da abbandonare provvisoriamente la politica, come, per esempio, ha fatto Marion Maréchal - Le Pen. Madre di una piccola bimba, ha scelto di occuparsene di più, ritenendo che i sacrifici imposti dalla vita politica prendessero troppo spazio.

In ogni caso, una cosa è certa: la preferenza del mandato locale rispetto a una carica legislativa non dipende da motivi finanziari, poiché un deputato percepisce un’indennità parlamentare di 7209 euro lordi mensili, mentre un sindaco ne guadagna al massimo 5545. Secondo un rapporto dell’Ecole normale supérieure, questa preferenza rivela essenzialmente «un’evoluzione del rapporto verso l’azione politica locale». Se da un lato, come detto in precedenza, i mezzi sono ben più importanti nell’ambito dell’azione esecutiva locale, i deputati-sindaci soffrono dall’altro lato dell’impotenza del legislativo e della prevalenza del lavoro svolto dai gabinetti ministeriali su quello dell’assemblea nazionale. In sostanza, questa nuova tendenza illustra un cambio di paradigma di grande rilevanza che viene definito dall’Ecole normale supérieure come la vittoria del «fare» sul «rappresentare».

da Parigi Charles de Pechpeyrou

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