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Poi ho scelto la via stretta

Intervista a Christine McGrievy, vice coordinatrice internazionale dell’Arca, comunità di persone con e senza disabilità

Le due immagini si sovrappongono perfettamente. C’è Christine McGrievy che, nel suo studio, ci racconta dei suoi tredici anni per il mondo come vice coordinatrice internazionale dell’Arca. E c’è Christine con cui pranziamo nella casa di Cuise-la-Motte, dove vive con disabili gravissimi. Tratto raro nelle persone che hanno ruoli di responsabilità, tra i due volti di questa donna non v’è discrasia. Di famiglia anglicana, Christine sentì parlare dell’Arca per la prima volta all’università di Warwick: fidandosi di un amico che le raccontava di Trosly, appena laureata, decise di partire per un anno.

La mia vita era programmata: laurea, lavoro, nozze, figli. Ma in quel primo anno qui volarono via tutte le certezze! Fu grazie a molte persone e in particolare a Edith, appena giunta all’Arca dall’ospedale psichiatrico. Trascorsi molto tempo con lei: eravamo due ragazze coetanee provenienti da mondi completamente diversi, eppure sedevamo lì insieme. Edith mi portò in posti di me che non conoscevo. La sua violenza svegliò la violenza in me: la mia rabbia per non poter fermare la sua rabbia; la rabbia verso di lei perché volevo essere l’assistente perfetta ma lei non me lo permetteva; la rabbia per il suo non rispondere alla mia gentilezza; la rabbia verso me stessa perché mi sentivo in colpa per la rabbia che provavo verso di lei. Ma mentre mi portava in zone oscure di me, Edith mi amava lo stesso. E se poteva essere violentissima, poteva anche eccedere nella gioia: quando rideva, tutto il suo corpo rideva. Edith mi aprii così tante porte in me, nelle mie relazioni con gli altri e con Dio. Se nel profondo del suo dolore poteva entrare solo Dio, attraverso lei scoprii una nuova intimità anche con Lui: la relazione era trinitaria. Edith, Dio e io.

Poi quell’anno finì.

Tornai a casa e iniziai a insegnare storia a scuola. Mi piaceva, però c’era la distanza tra me e gli alunni: non ero Christine, ero l’insegnante. Mi sembrava una messinscena, non era quello a cui mi sentivo chiamata. In realtà, me ne accorsi poi, l’esperienza di quell’anno era stata così totalizzante e il dono così prezioso che lì per lì fu troppo: non sapevo cosa farci. Tra la via facile e la via stretta, scelsi la prima.

In seguito, però, virò per la seconda.

Due anni dopo, tornai. Nel 1983 mi fu chiesto di avviare un focolare nuovo. Andai all’ospedale psichiatrico di Clermont e nel padiglione dove stavano le persone più gravi, quelle con cui l’ospedale non sapeva cosa fare, incontrai Philippe: con indosso abiti fuori misura, legato con un lenzuolo alla sedia a rotelle (e questa, a sua volta, legata al termosifone), vegetava. Quando lo guardai, la decisione di prenderlo fu immediata: nei suoi occhi c’era tutta la vita che non gli era permesso di vivere con il corpo. Parlando con le infermiere, scoprimmo che nessuno sapeva cosa gli piacesse mangiare, quali fossero i suoi colori preferiti. Nessuno era interessato, nessuno riteneva fosse importante sapere qualcosa di lui. Vengo da una famiglia di minatori animata dalla giustizia sociale, all’università facevo parte di Amnesty, mi battevo per i diritti delle donne: vedere Philippe in quella condizione era così terribilmente ingiusto. All’Arca dissi che sarei rimasta per due anni, poi dissi per altri due, infine, semplicemente, eccomi: avevo trovato la felicità in un posto in cui potevo coltivare la mia relazione con Dio, con me stessa, con il prossimo e in cui realizzarmi anche intellettualmente. Mi ci sono voluti dieci anni per capire che il posto era questo.

Poi ha fatto carriera!

I primi vent’anni qui sono stati un viaggio profondo dentro me stessa. Negli ultimi tredici, invece, come vice coordinatrice internazionale ho scoperto quanto lo Spirito possa essere creativo. All’Arca parliamo di matrice umana comune. Vado in Giappone: tutto è diversissimo da qui. Vado ad Haiti o in Uganda ed è la stessa enorme differenza. Vado in una comunità, sono una straniera, eppure mi sento a casa. Perché come le persone si relazionano tra loro, il modo in cui si è comunità, sono esattamente gli stessi. L’Arca non è solo una teoria: è carne, ossa, esperienza.

Qual è il volto dell’Arca oggi?

Siamo 137 comunità presenti in 37 Paesi di ogni continente. Tre sono le tipologie: Paesi come Francia, Stati Uniti e Gran Bretagna con molte comunità e una struttura nazionale centralizzata; otto Paesi intermedi con 4-5 comunità, che stanno sviluppando una rete nazionale; infine una ventina di Paesi dove c’è una, massimo due comunità, come Italia, Ucraina, Paesi latinoamericani e africani. Avere almeno tre comunità è cruciale per aiutarsi, ma a volte non è realizzabile: allora proviamo almeno a creare una rete tra Paesi vicini, come tra Uganda, Kenya e Zimbabwe. Ma non inseguiamo la quantità: la cosa importante è rivelare il dono delle persone vulnerabili, dar voce ai disabili, agli anziani, ai senza casa. Oggi siamo più attenti a cogliere dove possiamo essere un segno di speranza. Ci sono Paesi dove la società è stata distrutta, in cui davvero possiamo essere elemento di ricostruzione. Ma possiamo esserlo anche qui: negli ultimi tre anni in Francia sono nate sei nuove comunità!

L’internazionalità degli assistenti all’Arca è a rischio?

È terribile. Le leggi oggi rendono molto più difficile alle persone muoversi e a noi accoglierle. È complicato accogliere gente dal Nord America ed è complicatissimo se si proviene da Africa o Asia. Stiamo diventando tutti protezionisti: è un impoverimento enorme. Impoverisce noi che accogliamo, giacché vivere con persone diverse ci fa capire che il mondo non è solo qualcosa di virtuale, ma un corpo concreto che va conosciuto. Ma impoverisce anche le comunità che nascono: è importante che vengano persone dal Paese che fa richiesta di aprire una casa, è il solo modo per conoscersi, per renderci tutti culturalmente consapevoli e integrati.

Gli Stati vi impongono limiti?

Sì. E non vogliono finanziare il modello che proponiamo: dicono che non è buono far vivere 4-5 persone disabili insieme, sono troppe. Ma le persone che stanno sole non sono integrate nella società, hanno solo gente pagata che va qualche ora da loro. Non hanno amici.

Il versante economico?

Dipende. In Francia siamo ben sostenuti da Governo e donazioni, il che è ovvio: Jean Vanier è qui! In Gran Bretagna lo eravamo, ma ora le cose si stanno facendo più difficili. Negli Stati Uniti dipende dal singolo Stato, ma quasi ogni comunità deve trovare fondi per integrare quanto riceve dal Governo (ammontare che oscilla tra il 20 e il 50 per cento) In Africa non riceviamo nulla: dipendiamo completamente dalle donazioni. Ovviamente c’è anche solidarietà dentro l’Arca, con gemellaggi tra Paesi e tra singole comunità. Ma trovare fondi sta diventando sempre più difficile.

Gli assistenti hanno un salario?

Sì, anche se ci sono delle differenze tra Paesi. Vogliamo che ognuno abbia un salario dignitoso, che le persone lavorino per la comunità ricevendo una formazione e l’opportunità di scegliere se essere altrove. E nei Paesi che non hanno una politica pensionistica, vogliamo che le persone possano assicurarsi un futuro (ma la vita non è solo soldi: vivendo qui, ci si assicura un futuro anche grazie alle relazioni costruite negli anni!). È cruciale avere sempre la libertà di andarsene.

Qual è il criterio per accogliere i disabili?

Le cose sono cambiate. Oggi sono strutture esterne all’Arca che decidono chi mandare dove, coinvolgendo non solo noi, ma tutto il sistema che accoglie i disabili. I singoli sono accolti per un periodo di prova: dopo possono scegliere se restare, e l’Arca può dire se la cosa funziona. E se le persone più anziane provengono dall’ospedale psichiatrico, i “nuovi” sono ragazzi cresciuti in famiglia che però, come tutti i giovani, una volta cresciuti vogliono farsi una loro vita altrove. Nei Paesi più poveri, invece, per lo più si tratta ancora di persone abbandonate.

Prima non c’era l’interfaccia delle famiglie?

Le famiglie c’erano, ma era diverso: ieri per lo più erano solo sollevate che i loro figli avessero un buon posto dove stare, oggi invece chiedono molto di più.

La vita dell’Arca sembra la vita di una donna: un cambiamento continuo!

Assolutamente sì! Non cambia la nostra identità, cambia il modo in cui la viviamo! E questa evoluzione è una cosa buonissima: se non cambiamo, è la fine. Essendo più maturi come organizzazione, stiamo diventando più capaci di pensare nel lungo periodo, e anche più aperti allo Spirito Santo che passa. Noi dobbiamo fare tutto ciò che possiamo, ma lo stesso sappiamo che non possiamo fare tutto: siamo pronti per le sorprese!

Nata e cresciuta nel Lake District, Christine McGrievy è stata vice coordinatrice internazionale dell’Arca per tredici anni, fino al giugno 2012 (il mandato è di sei anni, rinnovabili; ma le fu chiesto di restare). Fondata da Jean Vanier nel 1964, l’Arca «lavora a stretto contatto con persone affette da disabilità intellettuale, affinché ognuno possa svolgere in pieno il proprio ruolo nella società. Trasformando i sogni in realtà, ciascuna delle nostre 137 comunità dell’Arca — dice — è un trampolino di lancio, dove i membri con e senza disabilità ricevono un sostegno personalizzato per scoprire, sviluppare e condividere le proprie capacità, spesso nascoste».

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