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Poeti a fumetti

· ​"La grande adunanza", una graphic novel sulla poesia italiana contemporanea ·

Immagine tratta  dalla copertina del libro «La grande adunanza»

La prima graphic-novel sulla poesia e sui poeti italiani contemporanei si intitola La grande adunanza (Firenze, Edizioni della Meridiana, 2018, pagine 48, euro 13,50) e porta la firma del poeta Nicola Bultrini e del disegnatore Mauro Cicaré. La storia, che amalgama in un linguaggio originale ed efficace poesia e fumetto, vede muoversi, in uno scenario apocalittico, un genere umano reso schiavo, anziché libero, da nuove avanzatissime tecnologie, asservite alle categoria del profitto: un mondo da cui la poesia sembra essere scomparsa . «Io e Mauro Cicaré — commenta Bultrini — ci conosciamo da tanto tempo. Allora io da poeta, ho pensato che con il disegno mi sarebbe piaciuto “raccontare” la poesia. Ho scritto il soggetto, i dialoghi e poi una sorta di sceneggiatura. Mauro ha un tratto fantastico ed è stato bravissimo, sia ad ambientare la vicenda in una scenografia urbana a lui molto congeniale, sia a raffigurare i poeti, per i cui volti ci siamo ispirati a scrittori per lo più viventi (il gioco è un po’ anche indovinarli). Gli stessi poeti ci hanno donato i versi inediti che compaiono nel racconto». Nei volti dei personaggi, infatti, si possono riconoscere, tra gli altri, Alda Merini, Silvia Bre, Maria Grazia Calandrone, Claudio Damiani, Davide Rondoni, ma anche Pasolini e Sanguineti: protagonisti di una storia dalla trama avvincente, che ha anche come merito di riaccendere il dibattito intorno alla poesia. Continua Nicola Bultrini: «La poesia è oggi, come è sempre stata, uno sguardo sul mondo assolutamente trasparente. In poesia non si può bluffare, non si finge, non ci si maschera. La realtà va chiamata per nome. Si scrive sempre “secondo verità”. Oggi viviamo nel vortice del frullatore digitale, informatico, telematico, universale. Piaccia o no, il flusso di dati, notizie, informazioni rischia di sfuggire al nostro controllo. Viviamo sempre di più chiusi in noi stessi e schiavi di ritmi ossessivi e schizoidi. E questo è un agghiacciante paradosso: la tecnologia/scienza dovrebbe renderci più liberi, le macchine dovrebbero alleggerire il nostro lavoro, dovremmo avere più tempo libero. Invece accade l’esatto contrario, siamo schiavi delle macchine, ne siamo psicologicamente soggiogati, con il paradossale risultato che non abbiamo mai tempo! Va da sé che la poesia è una forma di resistenza. Ma attenzione, non dobbiamo caricarla di chissà quali aspettative e responsabilità. La poesia non ha mai impedito una guerra, un olocausto, una ingiustizia. Eppure, la salvezza sta nel fatto che, in guerra, nell’olocausto, nell’ingiustizia, quando tutto si eclissa, rimane la poesia. Che guarda caso somiglia tanto alla preghiera».

Se i libri di poesia, nella graphic-novel di Bultrini e Cicaré, sono praticamente spariti, introvabili, dimenticati, nel mondo reale circolano comunque poco, vendono pochissimo; eppure in molti, forse troppi, si fregiano dell’appellativo di poeta: «Oggi sempre più spesso ci si mette una poesia all’occhiello per fare bella figura. Attori, cantanti, musicisti, politici etc. etc., a un certo punto sentono il bisogno di scrivere poesie e di pubblicarle. I problemi qui sono due. Innanzitutto, le case editrici trattano la poesia come una derrata alimentare. Il problema è: vende? quanto ? quando? Peccato che la poesia non venda. L’altro problema è che non c’è più distinzione tra vera poesia e testi in “poetese”, cioè qualcosa che somiglia alla poesia, che fa il verso della poesia, ma non ha la sostanza della poesia. È un po’ come un prodotto originale e un succedaneo. Ecco, diciamo che nel mondo della poesia i succedanei stanno soffocando i prodotti originali. Naturalmente non c’è il cattivo di turno che ha ordito tutto questo. È semplicemente la legge del mercato, di un mercato fuori controllo, in cui l’egoismo puro e semplice è l’unico riferimento. La vera poesia però esiste, sottotraccia, quasi clandestina, anche se messa in ombra da tanta moneta falsa».
Mettersi in ricerca della qualità, ricominciare a far sì che la poesia non sia ridotta a fatto privato, ma inizi di nuovo ad unire, ad aggregare a livello pubblico; tutti temi forti, impegnativi, sollevati nelle strisce diseguali de La grande adunanza: «La poesia è canto, il poeta canta. Un canto come fatto privato rischia di farsi sussurro. Ma qui bisogna vedere la cifra del poeta e la verità di quello che scrive. Allora se siamo in presenza di un vero poeta, e di vera arte, non dobbiamo temere più di tanto. La storia evangelica ci insegna anche la forza dirompente di “una voce che grida nel deserto”. Ecco, se stiamo attraversando un deserto, dobbiamo comunque gridare. Non solo scopriremo di non essere soli, ma potremo anche percepire l’alito che soffia dentro”. Il dentro e il fuori: due categorie che devono rimanere saldamente legate tra loro per evitare che la voce poetica si ripieghi su stessa, si barrichi superbamente nella propria torre d’avorio, staccandosi dalla realtà, e soprattutto dal mondo dei giovani. Commenta a questo proposito Nicola Bultrini: «I giovani non si avvicinano alla poesia perché non credono che li riguardi e non la ritengono credibile. Forse perché è proposta (in primis dai poeti) da persone che sentono lontani e soprattutto poco credibili. La verità è che il mondo della poesia/dei poeti è molto autoreferenziale, spesso vanaglorioso. Basta a sé stesso, e così implode. Allora bisognerebbe uscire da questa logica di autocompiacimento (anche nel tormento artistico) e spendersi nella società». Eppure, nella graphic-novel compaiono due ragazzi disorientati per l’avere una poesia come compito per casa. Una poesia dunque che si continua a studiare a scuola, ma che comunque sembra non “attecchire”: «La scuola, per le sue dinamiche e derive, ha perso moltissima credibilità. Ogni sapere sembra posticcio, tanto che i ragazzi cercano autonomamente le “cose” che gli servono, direttamente sul web. Purtroppo, in tal modo, il loro è un sapere drasticamente selettivo. Ma è davvero difficile trovare insegnanti disposti a mettersi in gioco; che non significa assolutamente mettersi sullo stesso livello degli studenti: i piani sono e devono rimanere differenti. Come in ogni cosa, si tratta di spendersi e dimostrare nei fatti cosa significhi spendersi nell’arte (poesia/pittura/musica/ etc.) e come l’arte possa entrare nella nostra vita, scardinare certe cerniere ormai arrugginite, aprire varchi, turbare, condurre al pianto. Bisogna però essere preparati per farlo. I programmi ufficiali sono totalmente inadeguati. Allora l’iniziativa è rimessa a professori di buona volontà, che facciano esempio con la propria esperienza degli effetti collaterali della poesia. Senza preoccuparsi più di tanto, però. Perché io credo che la poesia, come ogni voce autentica, in qualche modo abbia sempre la forza di trovare la sua strada».

di Elena Buia Rutt

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19 novembre 2019

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