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Poeta dell’inquietudine

· ​L’opera di Ingmar Bergman nel centenario della nascita ·

Il 14 luglio di cento anni fa nasceva a Uppsala Ingmar Bergman. Fra tutti i nomi del cinema d’autore nel senso più stretto dell’espressione, il suo è sicuramente uno di quelli che rischia di meno di essere dimenticato. Ciò è dovuto alla comunicazione che, a differenza di vari suoi colleghi, ha saputo stabilire con un pubblico molto meno ristretto di quello che una volta riempiva le sale dei cineclub, grazie a tematiche universali e a uno stile che non è mai stato ermetico. Elementi che riflettono fedelmente il suo spirito umanista.

Eppure, della sua filmografia — sterminata, se si considerano anche le produzioni per la televisione — si parla sempre dei soliti titoli: Il settimo sigillo, Il posto delle fragole, Luci d’inverno, Persona, Sussurri e grida, Come in uno specchio, Fanny e Alexander, Sinfonia d’autunno e pochi altri. Piuttosto nota a un pubblico già più strettamente cinefilo, è poi un’ampia seconda fascia di titoli, tra cui ci sono per esempio L’ora del lupo, Il volto, Un mondo di marionette, Il rito, Il silenzio, Un’estate d’amore.

Esiste, però, anche una terza fascia di film bergmaniani, di cui non si parla mai e che in pratica soltanto i fan più accaniti del regista prendono in considerazione. Questi titoli si concentrano quasi esclusivamente o alla fine o all’inizio della carriera del regista.

Nel primo caso, si tratta dunque di opere mature e profonde che hanno pagato — peraltro ingiustamente — il prezzo di una mano ormai senile, ma non per questo sopita. Sarabanda, Dopo la prova, L’immagine allo specchio, sono opere trascurate eppure fra le migliori del regista. Bilanci esistenziali a dir poco dolorosi girati con uno stile ormai distillato da ogni compiacimento estetico.

Nel secondo caso, al contrario, si tratta di opere acerbe in cui Bergman era ancora alla ricerca di se stesso come autore cinematografico. Proprio quest’ultime, tuttavia, sono le più interessanti, perché ci mostrano un Bergman in gran parte diverso da quello che abbiamo imparato a conoscere, e che allo stesso tempo comincia a prepararsi il campo per le opere maggiori.

Anche se oggi può apparire strano, Bergman è stato, all’inizio della carriera, un regista di melodrammi. All’apparenza anche piuttosto convenzionali e al limite debitori del realismo poetico di Marcel Carné, cosa che fra l’altro il suo produttore dell’epoca, Lorens Marmsted, gli rimproverava, considerando il modello irraggiungibile per questo giovane che fino a poco tempo prima era persino indeciso se prendere davvero in mano la cinepresa o proseguire a interessarsi di teatro.

In Crisi (Kris, 1946), l’affetto di una ragazza è diviso fra la madre adottiva e una madre biologica dai costumi disinvolti. In Piove sul nostro amore (Det regnar på vår kärlek, 1946), una coppia si barcamena fra problemi economici e giudiziari. In La terra del desiderio (Skepp till India land, 1947) un giovane scopre che la fidanzata lo tradisce con suo padre.

In Musica nel buio (Musik i mörker, 1947), si racconta la tormentata storia d’amore fra un cieco e un’orfana. In Verso la gioia (Till glädje, 1949), un uomo ripercorre con la memoria la sua difficile storia coniugale dopo aver saputo che la moglie è morta.

Sulla carta, dunque, sembrerebbe in effetti di assistere ai più triti elementi e schemi del cinema melodrammatico, con malcelati accenti persino da feuilleton. La portata innovativa dell’arte bergmaniana — in questo paragonabile alla decostruzione che Cechov operò sulle strutture drammaturgiche — consiste d’altronde nel minare sottilmente dall’interno tali schemi per farli detonare in favore della verità dei personaggi, che per Bergman sarà sempre verità interiore.

Comincia a prendere già qui una forma riconoscibile il tipico personaggio bergmaniano, ovvero l’ateo che però non si rassegna al nichilismo, e vuole trovare un senso alla vita anche solo nella dimensione terrena. Un significato lo intravede nell’amore fra uomo e donna, ma anche qui la felicità è ben lontana dal poter essere raggiunta con facilità, minato com’è il territorio sentimentale da una tolstojiana, irrisolvibile dicotomia fra serenità coniugale e pulsioni centrifughe alla coppia.

Inutile dire che il personaggio riflette — più o meno fedelmente, a seconda dei casi — lo stesso Bergman.

di Emilio Ranzato

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21 novembre 2018

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