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Poesie in bianco e nero

· In mostra a Milano una selezione di fotografie di Leonard Freed ·

Ammaliato dal Belpaese perché lì il passato è sempre presente

«Fondamentalmente penso che ci siano fotografie informative e fotografie emotive. Io non faccio fotografie informative, non sono un fotogiornalista, sono un autore, non sono interessato ai fatti. Io voglio mostrare atmosfere». Per sua stessa ammissione Leonard Freed non inseguiva spasmodicamente la notizia. Nelle sue foto era piuttosto alla ricerca di una dimensione più profonda, capace di fare emergere impressioni, stati d’animo, suggestioni. Del resto si considerava un artista più che un fotoreporter: «Voglio una fotografia che si possa estrapolare dal contesto e appendere in parete per essere letta come un poema», diceva. E per un artista nessun luogo è fonte di ispirazione quanto l’Italia, una terra in cui passato e presente coabitano, si toccano, parlano di una storia mai finita. Per questo Freed era innamorato del Belpaese. Vi aveva trovato l’oggetto ideale della sua ricerca artistica.

Ora cento immagini frutto di questa ricerca — scattate in diverse località dalla metà del Novecento agli inizi del nuovo secolo e che costituiscono una sorta di diario degli oltre quarantacinque soggiorni compiuti dal fotografo nel Paese — sono in mostra fino all’8 gennaio presso la Fondazione Stelline di Milano. L’esposizione, dal titolo «Io amo l’Italia», rientra tra le iniziative per le celebrazioni del centocinquantesimo anniversario dell’Unità che hanno ottenuto la concessione del logo ufficiale.

La selezione di scatti di Leonard Freed — nato a New York nel 1929, dal 1972 fino alla morte, nel 2006, membro della celebre agenzia Magnum Photo — spazia dagli esordi alla maturità, abbracciando le numerose tappe della sua prestigiosa carriera. Il percorso espositivo, attraverso immagini analogiche in un rigoroso bianco e nero, consente di cogliere il lato più sensibile del fotografo, quello in grado di ritrarre la società italiana senza stereotipi, con scatti che descrivono prima di tutto le persone.

Quando fra il 1952 e il 1958, mosso dall’intento di diventare pittore, comincia a viaggiare attraverso l’Europa, Freed scopre la passione per la fotografia — all’inizio un modo come un altro per sbarcare il lunario — e viene ammaliato dall’Italia, Paese che per la verità aveva iniziato a conoscere nella Little Italy di New York. E che, una volta scoperto, diventa presto un campo privilegiato di osservazione; un luogo in cui «il passato è sempre presente non solo nei luoghi ma nella vita quotidiana delle gente».

Dunque, più che l’arte, l’architettura e il paesaggio, a Freed interessano gli italiani. Basta scorrere le foto della mostra — raccolte in un catalogo da Admira Edizioni (Milano, 2011, pagine 215, euro 45) — per cogliere la fascinazione che la quotidianità esercita sull’artista. Roma soprattutto, ma anche Milano, Napoli, Firenze, Siena e Palermo lo incantano: la spontaneità delle persone e il desiderio di sfuggire alla miseria lasciata dalla seconda guerra mondiale vengono immortalati con grande sensibilità. Che si tratti di sacerdoti romani sorpresi da una nevicata in piazza San Pietro, di soldati seduti sul parapetto di un ponte sull’Arno, di lavoratori siciliani, di alunni napoletani, di contadini siciliani, di aristocratici veneziani o di operai lombardi, lo sguardo del fotografo rivela acutezza nel cogliere la condizione sociale dei soggetti, senza tuttavia mai ostentare un’analisi politica che non gli interessa. E alla fine ciò che invece emerge è uno studio stratigrafico che racconta mezzo secolo di cambiamenti.

«Se leggiamo uno qualsiasi dei brevi testi che scriveva, uno dei diari, una delle interviste, ci accorgiamo — sottolinea Michael Miller nel saggio critico che accompagna il volume — che Freed era un profondo conoscitore dei suoi simili, capace di porre tra sé e gli altri una certa distanza mentale. Le persone che incontrava l’incuriosivano enormemente: anche quando lo infastidivano, lo ferivano o si trovava a disapprovarne il comportamento, la sua reazione era mitigata da un’accettazione realistica della multiforme natura umana (...) In questo libro ci sono non poche rappresentazioni d’opere d’arte e di paesaggi, ma l’elemento umano non manca mai, sia come presente che come passato dell’umanità attraverso i suoi manufatti».

Per questo i suoi scatti sono molto più che semplici reportage. Hanno a che fare con sentimenti umani, seppure scaturiti dall’attualità. E che si tratti di una catastrofe naturale, di una guerra, della lotta per i diritti civili o della descrizione della normale vita quotidiana, «Freed non prende mai alla lettera gli avvenimenti: ne rappresenta invece — sottolinea Miller — l’effetto su coloro che vi sono coinvolti (...) Le sue fotografie vanno oltre la fotografia, perché arricchite dall’umanesimo della sua prospettiva, della sua Weltanschauung , e queste immagini rientrano tanto nella tradizione di Shakespeare o Dickens quanto in quella puramente fotografica di Henri Cartier-Bresson». Leonard Freed, sostiene la curatrice della mostra, Enrica Viganò, «si poneva molte domande, nei suoi diari fitti fitti appuntava la profonda ricerca che stava svolgendo sull’esistenza e sulle motivazioni del vivere umano. Il suo strumento era la macchina fotografica, il suo talento era la comprensione istintiva delle forme visive, il suo impegno era tutto dedicato alle persone e, di conseguenza, alla madre di tutte le domande: chi siamo?». In tal senso si considerava un acuto osservatore della psicologia umana. «La mia macchina fotografica è il mio lettino dello psichiatra», diceva. Ma aveva anche un altro ambizioso obiettivo: quello di rappresentare lo scorrere del tempo: «La cosa che sto cercando di mettere nelle mie fotografie — spiegò — è l’elemento del tempo. Il tempo passa e noi abbiamo bisogno di esserne consapevoli. La fotografia ci può dare questa consapevolezza».

Sfogliando le pagine del volume si ha davvero l’impressione di attraversare il tempo, senza tuttavia sentirne il peso. E in questo aiuta anche l’aver mischiato le carte, ovvero luoghi e stagioni, per creare un suggestivo percorso della memoria aperto a diverse interpretazioni. Ma resta l’oggettiva bellezza delle immagini, tanto formalmente impeccabili per equilibrio compositivo quanto sensibili all’antropologia culturale e all’indagine etnografica. Così come la loro capacità di raccontare storie di persone e di comunità. E, insieme, di ricostruire un pezzo significativo della recente storia italiana.

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