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Pochi fatti, molte parole

· Il cono d’ombra sulle cure palliative ·

È stato reso noto l’11 febbraio scorso il Rapporto pubblico annuale 2015 della Corte dei Conti francese. Un intero capitolo descrive la situazione delle cure per i pazienti in fase avanzata di malattia nel Paese transalpino. «Le cure palliative: una presa in carico ancora molto incompleta» è il titolo, già di per sé eloquente, di questa parte di rapporto che in poco meno di trenta pagine fornisce una fotografia aggiornata della situazione sul territorio francese o, per meglio dire, dichiara l’impossibilità di fornirla.

Pino Reitano, «Futuro» (2011)

Non sono poche le sorprese che attendono chi voglia fare di queste pagine una lettura attenta. Prima fra tutte l’evidenza di una cronica mancanza di dati precisi: «Non è disponibile — viene affermato — alcuna stima globale del numero di persone che hanno effettivamente beneficiato di cure palliative per un dato anno; esistono infatti solo stime parziali». Ad esempio si sa che nel 2009 solo un terzo dei 230.000 pazienti deceduti dopo un ricovero ospedaliero di breve durata ha beneficiato di un approccio palliativo specializzato. Ma quanti pazienti hanno atteso invano a domicilio di essere sollevati dai sintomi che invariabilmente o quasi precedono il decesso? Oppure il rapporto rende noto, grazie al lavoro dell’Osservatorio Nazionale sulla Fine della Vita (Onfv), che su 535.451 pazienti deceduti in Francia nel 2008 il 64 per cento, 322.158 pazienti, sono morti a causa di una malattia che in teoria avrebbe necessitato di cure palliative. Ma quanti di questi malati le hanno realmente ricevute? Il lavoro della Corte dei Conti non esita a questo proposito a parlare di méconnaissance de la réalité, di ignoranza della realtà. Le conclusioni della Corte dei Conti sono chiare: «Tra le priorità della sanità pubblica dichiarate nel 2008 la politica di sviluppo delle cure palliative appare come quella che è riuscita di meno a modificare le prospettive, cioè a rimediare globalmente ai gravi ritardi e alle gravi disuguaglianze d’accesso», quasi se la mancanza di dati aggiornati, affidabili e completi traducesse «la difficoltà persistente a fare della pratica palliativa una vera priorità in tema di salute pubblica». Se davvero si vuole mettere mano alla legge Leonetti non sembrano certo questi i presupposti migliori: una legge poco conosciuta e ancor meno applicata difficilmente pare migliorabile con successo. Il rischio sarebbe quello di aggiungere altre parole quando i fatti si fanno ancora attendere.

di Ferdinando Cancelli

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