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Placare i venti di guerra

· ​Iniziative interreligiose al confine tra India e Pakistan ·

Riusciranno le marce, le preghiere, le parole e gli impegni solenni dei credenti a placare la violenza e fermare i venti di guerra? È la domanda che circola in questi giorni tra attivisti, movimenti cristiani, gruppi interreligiosi in India come in Pakistan. Il centro dell’attenzione, da ambo le parti, è oggi puntato sulla tormentata regione del Kashmir, al confine tra i due stati, da 70 anni oggetto di contesa. È una ferita mai sanata che il grave attentato del 14 febbraio in Kashmir ha riaperto con copiose perdite di sangue. Nella tormentata regione nel nordovest del subcontinente indiano, teatro di un prolungato conflitto, si è registrato il peggior attacco terroristico dal 1989: 44 poliziotti indiani sono stati uccisi dalla carica di un’auto piena di esplosivo vicino a Pulwama, sulla principale autostrada che collega le città di Srinagar e Jammu, nella parte indiana del Kashmir. L’attacco, rivendicato dal gruppo jihadista Jaish-e-Mohammed (JeM), rischia di generare un’ulteriore escalation della tensione perché i militanti operano e giungono — secondo New Delhi, “indisturbati” o perfino “foraggiati” — dal territorio pakistano.  

Di fronte a questa ferita aperta, da un lato e dall’altro della frontiera si sono moltiplicate le iniziative interreligiose di pace. In Pakistan è stata la Commissione episcopale per il dialogo interreligioso e l’ecumenismo (Ncide), presieduta dall’arcivescovo di Lahore, Sebastian Francis Shaw, a organizzare una marcia che, dalla cattedrale cattolica del Sacro Cuore della capitale del Punjab, ha raggiunto in corteo il confine con l'India, fino al villaggio di Ganda Singh, che sorge sul confine, dove si è svolta una solenne cerimonia di preghiera per la pace. Parlando a «L’Osservatore Romano», l’arcivescovo Shaw ha rimarcato «l’urgenza di rilanciare un messaggio di pace e di fraternità, per scongiurare nuovi venti di guerra». «Desideriamo impegnarci insieme — ha detto — per continuare una missione di pace, armonia e solidarietà, nella speranza che questo pellegrinaggio serva a promuovere un’autentica riconciliazione tra Pakistan e India».
«A 70 anni dall’inizio della loro rivalità, è tempo di pensare a un accordo. La riconciliazione è possibile e doverosa», gli fa eco padre Inayat Bernard, rettore della cattedrale del Sacro Cuore. «India e Pakistan — aggiunge — hanno molto in comune e possono raggiungere un accordo che porti benefici alle rispettive popolazioni. La pace è un bene possibile ed è il dono più grande».
Sul versante indiano i vescovi hanno espresso sconcerto per l’attacco «vile e codardo ai nostri soldati nel Kashmir», si legge in una nota diffusa dalla Conferenza episcopale dell’India (Cbci). Rimarcando che «la violenza non risolve alcun problema», i presuli hanno invocato «la pace e l’armonia per la nostra amata nazione che, in questo grave momento, può e deve agire con saggezza e con la grazia di Dio». Il governo di New Delhi, infatti, ha accusato il Pakistan di fomentare la violenza terrorista, accuse respinte al mittente da Islamabad.

di Paolo Affatato

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26 agosto 2019

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