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Più simili alla gente comune

· I cambiamenti nella società impongono alle famiglie religiose un ripensamento delle relazioni ·

Ci prepariamo al sinodo sulla famiglia. La Chiesa è provocata a mettersi maggiormente in ascolto e in dialogo con tutti. Nella Chiesa ci sono molte sedicenti famiglie religiose composte di religiosi, religiose, laici che si riconoscono in una spiritualità. Viviamo in un contesto di famiglia sempre più plurale, con modelli antropologici, etici, relazionali combinati nei modi più vari.

Pluralismo di forme nei nuclei familiari e ideologia di genere sono amplificati e molto diffusi attraverso i mass media, entrano nei comportamenti e nella mentalità di chi non ha punti di riferimento nelle scelte. Comportamenti sempre più legittimati dall’opinione pubblica si sviluppano paralleli rispetto alle proposte ecclesiali. Di mezzo, evidentemente, c’è la persona, l’antropologia, che tipo di persone si concepisce, si vuole e si tenta di essere.

Hanno qualcosa da dire su questo cambiamento radicale le famiglie religiose? O nella società, pur diminuendo, specie in Occidente, esse hanno qualche significato e rilevanza solo per i servizi che prestano, per le attività caritative o educative che promuovono, ispirandosi al Vangelo che mette al centro la vita di ogni persona umana? Ma essi stessi, uomini e donne, come si percepiscono e si relazionano tra loro?

Nella confusione dei generi, nel disagio sociale di uomini e donne che tendono a strumentalizzare l’altro fino allo sfruttamento e all’omicidio, nella difficoltà di superare le prove nelle famiglie reali, la vita religiosa ha una parola da dire, una buona notizia da comunicare, dopo aver maturato un cambio al suo interno, un modo di pensarsi e di formarsi continuamente in rapporto all’altra metà del cielo. Se una famiglia religiosa matura relazioni di reciprocità tra le componenti adulte, potrà offrire una proposta significativa al disorientamento prodotto tra i giovani dalla propaganda di modelli senza prospettive di qualità di vita. Come impegnarsi sul serio a ripensare i modelli antropologici, di uomini e donne, padri e madri, fratelli e sorelle, nelle diverse parti del mondo, per esprimere la novità evangelica del progetto originario sulle persone chiamate al dialogo e alla comunione, alla cura reciproca e al rispetto? Soprattutto ai giovani, mi pare, dobbiamo uno sforzo in tale direzione, dato che come religiosi siamo segni per definizione. Sarebbe un ripensamento delle relazioni che tocca intimamente anche la Chiesa, un cambio che per i religiosi e le religiose comincia in casa, dalle collaborazioni quotidiane che possono essere funzionali oppure realmente umanizzanti con una ripercussione positiva ad ampio raggio.

Così le famiglie religiose tradizionali, chiamate a essere se stesse nel dinamismo della storia, diverse dalle nuove forme di vita consacrata dove le comunità miste sono originarie, possono offrire l’esperienza riflessa come base di un ripensamento antropologico, che trova elementi di profonda convergenza nella missione, nel servizio alle persone, a cominciare da se stessi. Probabilmente, diventando visibilmente più simili alla gente comune, nella specificità della propria vocazione, si riacquisterebbe anche trasparenza e incisività di testimonianza e di annuncio.

Grazia Loparco
Pontificia facoltà di scienze dell’educazione «Auxilium»

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26 agosto 2019

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