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Più prevenzione e meno restauri

· Come si conservano i musei ·

I Musei Vaticani sono una macchina che «lavora» (il termine industriale è in questo caso del tutto appropriato) più di 6 milioni di visitatori all’anno (erano 6.002.251 al 31 dicembre del 2015) con picchi di 20-25.000 al giorno nei periodi di massima affluenza. L’orario ufficiale di apertura è dalle 9.00 alle 18.00 ma se si considerano le fasce dedicate alle visite speciali (la mattina dalle 7.00, la sera dalle 18.00 alle 22.00) possiamo dire che la «macchina-musei» è attiva, ogni giorno di apertura, per 15 ore su 24. Prima di entrare nel merito della pubblicazione che le mie righe introducono, è necessario avere l’idea delle dimensioni quantitative di un fenomeno che tollera pochi confronti al mondo.

il gruppo del «Laocoonte» sottoposto a spolveratura nel cortile ottagono del museo Pio Clementino

I Musei Vaticani sono grandi: sette chilometri di percorso attraverso gallerie, sale, giardini interni. Sono un sistema di musei e quindi comprendono molte specificità collezionistiche (affreschi, sculture, metalli, tessuti, manufatti etnografici, etruschi, egizi, opere di arte moderna e contemporanea) e dunque molte diversità in termini di materiali costitutivi, di tecniche e di conseguenti necessità conservative. Si aggiunga che i Musei Vaticani sono una delle riserve più importanti al mondo di opere di archeologia e di arte antica e moderna richieste per le mostre che si moltiplicano ovunque in Italia, in Europa, negli Stati Uniti d’America e in Estremo Oriente. Nel solo 2015, il nostro Ufficio Mostre, tenuto da Andrea Carignani, ha curato 58 pratiche di esportazione per mostre in Italia e all’estero che hanno coinvolto molte centinaia di opere di archeologia e di arte per una copertura assicurativa globale vicina a 500 milioni di euro.
C’è poi, ed è questo l’aspetto al quale un direttore deve tenere di più, l’uso culturale, didattico e scientifico dei Musei. Ogni giorno le nostre collezioni sono percorse dagli peratori del servizio educativo diretto da Maria Serlupi, ogni giorno i colleghi curatori sono chiamati a confrontarsi con studiosi che vengono nei Musei del Papa per studiare una epigrafe, per visitare i depositi, per analizzare un affresco, per valutare documenti e inventari. È il mondo della scienza al quale un grande museo deve saper fornire la migliore accoglienza e l’ascolto più scrupoloso e competente. Nel servizio della «macchina-musei» sono impegnate mediamente ottocento persone: custodi per lo più, poi amministratori, addetti all’accoglienza, tecnici di varie discipline, cinquantatré restauratori di diverse specializzazioni (pitture murali e dipinti su tela e tavola, sculture, materiali etnografici, metalli, carta) e curatori, naturalmente, in numero di undici: archeologi classici, etruscologi, egittologi, etnografi, epigrafisti, storici dell’arte.
Da quanto ho detto finora credo che emergano bene i caratteri distintivi dei Musei Vaticani: la vastità e la varietà tipologica e materica dei manufatti archeologici, artistici ed etnografici ivi conservati e insieme la pluralità degli usi ai quali il patrimonio è sottoposto, dalla pressione antropica del turismo dei grandi numeri alla movimentazione delle opere per le mostre, per i restauri, per le esigenze scientifiche. Nasce dalla consapevolezza di questa realtà e di questi problemi il libro che qui si presenta. È la prima volta che la manutenzione, intesa come controllo ambientale e monitoraggio delle condizioni conservative del patrimonio esposto e in riserva, si applica a uno dei più grandi musei del mondo, un museo paragonabile per dimensioni e pressione turistica al Louvre di Parigi o al Metropolitan di New York. Tutto è cominciato con la istituzione, nel 2008, dell’Ufficio del Conservatore, un servizio da me affidato a Vittoria Cimino, una collega che, per formazione classica, laurea in materie scientifiche e diploma all’Istituto Centrale del Restauro, mi sembrava dotata dei titoli culturali e professionali meglio adatti all’incarico. Oggi l’Ufficio del Conservatore, coadiuvato da un personale di tre operatori (Marco Maggi, Alessandro Barbaresi, Matteo Mucciante), cura il sistematico monitoraggio ambientale e climatologico degli ambienti che ospitano le collezioni e segue la manutenzione ordinaria (depolveratura, controllo di umidità e temperatura, revisione delle condizioni conservative) delle opere esposte o in deposito. Quest’ultimo servizio, coordinato e vigilato dall’Ufficio del Conservatore, è affidato alla ditta Croma la quale, vincitrice di regolare gara e al costo annuale di circa trecentomila euro, mette in opera ogni giorno dell’anno, a orario di lavoro pieno, una decina di giovani restauratori diplomati I.S.C.R. e/o O.P.D.

Gli anni recenti (2013-2014) hanno visto l’Ufficio del Conservatore (d’intesa e in collaborazione con il Laboratorio delle Ricerche Scientifiche di Ulderico Santamaria e di Fabio Morresi, con i colleghi della Direzione Generale dei Servizi Tecnici diretta da P. Rafael García de la Serrana Villalobos oltre che con Mauro Matteini e Paolo Mandrioli del Cnr italiano) impegnato nella messa in opera dei nuovi impianti di climatizzazione, controllo delle emissioni di anidride carbonica e abbattimento degli inquinanti, oltre che di illuminazione Led nella Cappella Sistina. Il convegno internazionale di studi che ha accompagnato l’impresa (2014) e la pubblicazione, in italiano e in inglese, dei relativi atti stanno a dimostrare l’importanza di quella operazione; una operazione che i media e la comunità scientifica hanno considerato tanto necessaria quanto esemplare.

di Antonio Paolucci

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05 dicembre 2019

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