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Più politico che comico

· «Tolo Tolo» di Checco Zalone ·

Non è un semplice film comico, perché è decisamente politico. Non è un film sui migranti, perché parla soprattutto degli italiani. Tolo Tolo di Luca Medici, in arte Checco Zalone, che appena uscito ha polverizzato il record d’incassi (peraltro detenuto dallo stesso Zalone), ha spiazzato un po’ tutti: quelli affezionati all’attore pugliese per le sue irresistibili gag, i quali si aspettavano una spensierata pellicola tutta da ridere, e quanti, dopo il furbo e depistante trailer, avevano pensato a un’opera schierata contro l’immigrazione, tanto da suscitare il prematuro entusiasmo della destra nazionalista e sovranista.

In sala si ride, certo, ma non come ci si aspetterebbe, e alcuni non saranno comunque contenti di certe battute pungenti, perché non si parla dell’immigrazione come di una catastrofe per l’Italia, ma degli italiani e di cosa pensano degli stranieri, dei migranti. E nel farlo il film prende posizione, mettendo alla berlina gli stereotipi, i preconcetti e le paure indotte che alimentano il razzismo che cova sottopelle e che talvolta — per la verità sempre più spesso negli ultimi tempi — riemerge pericolosamente.

Zalone, per la prima volta anche regista, si è avvalso per la sceneggiatura della collaborazione di Paolo VIrzì, e già questo avrebbe dovuto mettere sull’avviso gli entusiasti della primissima ora, subito ritiratisi dopo la visione del film. E non poteva essere diversamente, visto che Tolo Tolo (che sta per “solo solo”) calca la mano sulla xenofobia, come pure su una politica sempre più involuta, non solo quella del “prima gli italiani” e del “chiudiamo i porti”, ma anche quella di imbarazzanti e folgoranti carriere nei palazzi del potere. Un rischio, questo, per Zalone, che col passaparola degli scontenti potrebbe alla lunga far perdere in sala una parte del suo pubblico, visto che si tratta di temi che in cabina elettorale hanno pesato eccome (anche se al momento ai botteghini c’è ancora la fila). Non manca, tuttavia, qualche puntura all’altro fronte, che prende in giro mostrando un festival di contaminazioni un po’ troppo audace con l’“afropizzica”, senza dimenticare un certo buonismo di convenienza.

Siamo dunque di fronte a una evoluzione dei contenuti, che virano sul sociale abbandonando la mera parodia, anche se a scapito di qualche risata e soprattutto della forma. Quest’ultima, infatti, paga pegno all’inesperienza di Zalone dietro la cinepresa e alla sua vulcanicità creativa non sempre ben incanalata. Nell’improbabile vicenda del protagonista — sognatore in grande ma senza un soldo, prima rifugiatosi in Africa per sfuggire alle spiacevoli conseguenze di un progetto imprenditoriale a dir poco avventato in un paese della Puglia, e poi, una volta dato per morto e quindi di nuovo libero da vincoli, in viaggio verso l’Italia come un anonimo migrante — c’è il dramma di quanti fuggono realmente da conflitti e povertà. Il tutto raccontato però attraverso le fantasiose peripezie di quel bianco che prova a confondersi in mezzo ai neri, ma il cui vero problema non è il colore della pelle, ma la meschinità, la latente xenofobia, quegli atteggiamenti che, pur ridicolizzati, non perdono la loro carica urticante e che proprio non riesce a trattenere.

Certo, in Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa? — uno dei film classici della commedia italiana a cui Tolo Tolo in parte si richiama — Sordi era più puntuto nello stigmatizzare certi comportamenti. I tempi sono cambiati e il protagonista di Zalone, in continuità con le caratterizzazioni dei film precedenti, rappresenta caricaturalmente l’italiano medio di oggi, certo quello più cialtrone — un po’ ignorante, opportunista, che si sente perenne vittima del fisco pur non pagando le tasse, non di rado propenso a vivere al di sopra delle proprie possibilità — ma non per questo inverosimile. L’italiano che non conosce e non riesce ad apprezzare il proprio paese, quell’Italia di cui è invece innamorato il compagno di viaggio africano, appassionato del neorealismo, che cita Pasolini e legge Pavese.

Inatteso e spiazzante il finale: un cartone animato con una canzoncina per bambini che sbeffeggia con allegria l’ottusità degli adulti.

di Gaetano Vallini

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21 gennaio 2020

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