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Più pericoloso essere donna che soldato

«Dall’analisi delle guerre nel mondo negli ultimi trent’anni, c’è un dato che emerge con chiarezza: è più pericoloso essere una donna che un soldato, quindi capire le modalità delle violenze sessuali contro le donne è una fatica necessaria perché la prima barriera da infrangere è proprio quella del silenzio», e romperlo «è già un atto politico». Lo sostiene la baronessa Joyce Anelay, segretario di Stato per il Commonwealth e le Nazioni Unite nel ministero degli Esteri britannico.

Ayak, una donna del Sud Sudan, fotografata da Lynsey Addario (2015). Questa immagine, emblema dello stupro come arma di guerra, è stata pubblicata sulla prima pagina del «Time» nel marzo di quest’anno

«I dati infatti parlano di una situazione da bollettino di guerra. Secondo le agenzie delle Nazioni Unite più di 60.000 donne sono state stuprate durante la guerra civile in Sierra Leone (1991-2002), più di 40.000 in Liberia (1989-2003), fino a 60.000 nella ex Jugoslavia (1992-1995), e almeno 200.000 nella Repubblica Democratica del Congo durante gli ultimi 12 anni di guerra. Nel Sud Sudan, sempre secondo l’ultimo rapporto dell’Agenzia per i diritti umani delle Nazioni Unite, si sono verificati più di 1300 casi di stupro tra aprile e settembre del 2015 solo nello Stato di Unity e più di 50 casi da settembre a ottobre. Ma non solo. In dieci missioni di caschi blu, sulle 16 operative nel 2014, sono stati denunciati 52 casi di stupro di bambini e altre violenze sessuali commessi da soldati, agenti di polizia e volontari. Nel 2015 il numero è salito a 69 (e si tratta solo dei casi venuti alla luce). Una delle missioni dei caschi blu sotto inchiesta da mesi è la Minusca, quasi 12.000 unità tra militari, agenti di polizia e personale civile, incaricata di riportare l’ordine nella Repubblica Centrafricana, un paese in guerra dalla fine del 2012. Dopo lo stupro di una bambina di soli 12 anni, violentata lo scorso agosto durante una operazione affidata a peacekeeper inviati dal Rwanda e dal Camerun, si sono scoperti altri casi di violenza sessuale su bambini di strada».

In molti conflitti contemporanei privi di linea del fronte, dove a combattersi sono sigle paramilitari con alleanze ambigue e volatili, il corpo delle donne è diventato un campo di battaglia. Cosa si deve fare per contrastare queste tragedie?

Una bambina in un campo profughi in Sud Sudan (Ap)

Fin dal XIX secolo anche i conflitti armati sono sottoposti a particolari norme di diritto internazionale, ma la natura delle guerre del passato era molto diversa da quella attuale, così le stesse norme giuridiche che regolano i conflitti hanno subito negli ultimi cento anni una rapida evoluzione. Prima, infatti, il diritto tradizionale disciplinava soltanto i conflitti armati tra Stati e considerava legittimi combattenti esclusivamente i membri degli eserciti regolari. Oggi la situazione è cambiata. Prendiamo ad esempio la Repubblica Democratica del Congo, che dalla metà degli anni Novanta è al centro di una guerra senza precedenti nella storia africana per violenza e dimensioni. Più di venticinque fazioni ribelli e ben otto eserciti che si combattono senza tregua. Qui, gli stupri di massa su donne e bambini sono all’ordine del giorno (quasi una violenza al minuto) e sono compiuti tanto da ribelli quanto da membri delle forze di sicurezza statali. Nuovi problemi, nuovi scenari hanno aperto la strada verso nuove risposte. Nel 2008, abbiamo raggiunto un accordo storico per porre fine alla violenza sessuale nei conflitti: da quel momento in poi stupri e violenze sessuali nelle zone di conflitto costituiscono gravi violazioni della Convenzione di Ginevra, al pari dei crimini di guerra. Strada che è stata aperta dalle Nazioni Unite che hanno approvato alcuni anni fa la risoluzione 1820, una norma nella quale già allora si minacciavano azioni repressive contro i responsabili delle violenze nei confronti del genere femminile di fronte alla Corte penale internazionale dell’Aja. Tra le altre cose, la risoluzione definisce l’abuso una strategia «per umiliare, dominare, spaventare, disperdere o ricollocare a forza, i civili membri di una comunità o di un gruppo etnico». Il Regno Unito è in prima linea negli sforzi internazionali per promuovere i diritti umani, migliorare il mantenimento della pace, promuovere la partecipazione delle donne ai processi di pace e porre fine alla violenza sessuale nei conflitti. Ma questa è una responsabilità collettiva e non può essere realizzata da un solo paese.

Come proteggere queste donne?

Come ha riconosciuto la risoluzione delle Nazioni Unite, ben lontano dall’essere incidentale, un tal genere di violenza costituisce una vera e propria tattica di guerra. E possiamo dire che nel XX secolo, se da un lato si afferma lo status giuridico dello stupro come crimine contro la persona, dall’altro la violenza di massa contro la popolazione femminile diviene parte della strategia politico-militare e strumento di pulizia etnica, usato per terrorizzare l’intera comunità di appartenenza. Ovviamente in questo contesto le norme internazionali sono fondamentali, ma da sole non bastano. Proprio per questo le comunità locali, in particolare le comunità religiose cattoliche e le donne di congregazioni religiose — spesso gli unici a rimanere durante e dopo la fine dei conflitti — sono fondamentali. La loro grande determinazione e il loro impegno sono lodevoli. Esse svolgono un ruolo molto importante nella cura dei più vulnerabili, nel sostenerli e supportarli anche nel percorso di ricerca della giustizia.

E' difficile lavorare in questi paesi. Quindi ci vogliono non solo norme giuridiche adeguate, ma servono anche comunità che dal basso possano lavorare a fianco delle vittime. Occorre infatti rapidamente invertire la rotta, combattere l’impunità, ma da dove cominciare? Dall’educazione: questa è la risposta, senza per questo dimenticare la dimensione giuridica. Una delle priorità del Regno Unito per il 2016 è quella di affrontare ad esempio la stigmatizzazione dei sopravvissuti che sono vittime di violenza e per questo sono emarginati dalle loro famiglie e comunità. Ecco perché è molto importante la presenza dei religiosi, ma noi dobbiamo andare ancora oltre, garantendo alle vittime norme internazionali e una possibilità concreta di un reinserimento nella società.

Lo stupro, più dell’omicidio, semina terrore tra i civili, disgrega le famiglie, distrugge le comunità e, in alcuni casi, modifica la composizione etnica della generazione successiva. Cosa fanno le nazioni per cancellare definitivamente la cultura dell’impunità per questi crimini, che sappiamo praticati anche tra le file dei peacekeeper?

Sono centinaia di migliaia le donne che nel corso delle guerre vengono violentate e stuprate e senza alcun dubbio si tratta di una gravissima violazione dei diritti umani. Purtroppo abusi sessuali da parte di caschi blu sono stati documentati dalla Bosnia e il Kosovo fino alla Cambogia, a Timor Est, nell’Africa occidentale e in Congo. L’Onu ha adottato una linea di “tolleranza zero” nei confronti di questi crimini e un codice universale di condotta che fa parte integrante della formazione dei peacekeeper. E quando le accuse di violazioni da parte di personale dell’Onu sono accertate, i responsabili vengono rimpatriati e banditi per sempre da future operazioni di peacekeeping. L’Onu cerca di perseguire i casi fin dove può, poi spetta ai tribunali e ai governi nazionali fare la loro parte. La comunità internazionale ha riconosciuto finalmente che la violenza sessuale non è solo un problema individuale delle vittime, ma mina la sicurezza e la stabilità delle nazioni e in quest’ottica bisogna esortare i governi di tutto il mondo a rispettare i loro obblighi sui diritti umani e fare di più per prevenire le violazioni dei diritti umani e gli abusi. Il passo successivo vedrà l’istituzione di un protocollo internazionale per le indagini sugli abusi nelle zone di guerra, e il Regno Unito avrà il compito di elaborare e definire tutti i dettagli con il sostegno di diversi esperti internazionali. L’accordo di Londra del 2008 è stato un passo storico, ma non dimentichiamo che bisogna partire dalla cultura se vogliamo fermare davvero la violenza, perché a rendere possibile lo stupro di massa sono state e sono ancora oggi la subordinazione e la discriminazione subite dalle donne, vittime di mentalità e di culture che giustificano o ridimensionano gli abusi. Tutte le forze di pace hanno bisogno di essere ben addestrate, equipaggiate e approvate prima della loro discesa in campo. A terra, abbiamo bisogno di leader capaci e coraggiosi. Questo è il motivo per cui il Regno Unito non è solo uno Stato che addestra le truppe, ma fornisce anche il supporto di programmi per migliorare le strutture di formazione e sostenere potenziali futuri leader. Siamo in prima linea anche nel processo di raccolta e documentazione delle prove degli stupri avvenuti, per sostenere la formazione di tribunali locali nei paesi dove accadono questi fatti.

Quali sono oggi le zone più calde nel mondo? Ci può raccontare in quali angoli del pianeta le donne rischiano di più?

Nel Sud Sudan la situazione è molto difficile. Dal 2013 si combatte una crudele guerra civile, una lotta di potere tra il presidente Salva Kiir (etnia dinka) e il suo ex vice Riek Machar (etnia nuer). Hanno ridotto gran parte della popolazione alla fame, alla disperazione e il peso maggiore, il dolore più grande, grava sulle donne. Qui siamo davanti a un caso di «uso massiccio della violenza sessuale come strumento per terrorizzare e come arma di guerra» come l’Onu più volte ha ribadito. Secondo l’Onu, i soldati governativi e le milizie alleate sarebbero i primi responsabili di violenze sessuali su vasta scala, legittimate o incentivate dalle stesse autorità, come ricompensa per chi combatte (e magari non riceve alcuno stipendio). 

Il team di investigatori dell’Onu denuncia una specie di tacito accordo che avrebbe permesso ai militari di «fare tutto quello che potevano e prendersi tutto quello che trovavano», compreso il furto di bestiame e di altri beni. Qui bisogna intervenire presto ed efficacemente.

di Silvina Pérez

Joyce Anne Anelay

Joyce Anne Anelay, baronessa Anelay di St Johns, è nata il 17 luglio 1947. È ministro di Stato del ministero degli Esteri e del Commonwealth dal 6 agosto 2014. Tra le principali protagoniste del summit delle Nazioni Unite sul peacekeeping a Londra, ha denunciato severamente il fenomeno delle violenze e degli abusi sessuali commessi da caschi blu in missione. È la rappresentante speciale del primo ministro per la prevenzione della violenza.

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