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Più libertà e nuove sfide

· Il cambiamento pacifico di sistema e il ruolo della Chiesa cattolica in Ungheria (1989-2019) ·

Si è aperto l’8 ottobre a Budapest il convegno internazionale «La situazione economica, sociale e spirituale dei paesi dell’Europa centrale alla luce della Dottrina sociale della Chiesa», promosso dalla Fondazione Ratzinger. Pubblichiamo stralci dell’intervento di apertura tenuto dal cardinale primate d’Ungheria, e del saluto di padre Federico Lombardi, presidente della Fondazione.

Trent’anni fa si affermò in Ungheria la convinzione che si dovesse abbandonare il sistema socialista per abbracciare il capitalismo o eventualmente un sistema di “terzo tipo”. Si sapeva che l’intenzione delle grandi potenze era che questo cambiamento avvenisse in modo pacifico. Era noto anche che statunitensi e sovietici si erano messi d’accordo a Malta su determinati punti di questa transizione. Perciò si constatò con una certa soddisfazione, che l’Accordo di Yalta, che aveva diviso l’Europa tra i vincitori della seconda guerra mondiale, non valeva più. Allo stesso tempo si percepiva la necessità che i confini degli stati nazionali europei dovessero restare intatti e che soltanto gli stati federali potessero dividersi lungo i confini delle repubbliche federali già esistenti. Tale nozione sembrava una garanzia della pace internazionale in Europa.

All’alba del cambiamento di regime nel 1989 vi erano alcuni che speravano in più libertà politiche, altri desideravano più libertà religiosa, ma i più volevano semplicemente ottenere livelli di benessere paragonabile a quello di austriaci e tedeschi.

La transizione è stata effettuata attraverso consultazioni tra gruppi non molto noti alla popolazione ma che si sono autodichiarati depositari della futura politica democratica. Così di fatto i primi regimi democratici sono nati in base a dei patti tra o con dirigenti comunisti. In tal modo è rimasta la continuità giuridica con lo stato comunista e con le sue istituzioni. A livello di costituzione l’intero cambiamento di sistema è avvenuto mediante una modifica della costituzione stalinista del 1949 effettuata dall’ultimo parlamento comunista nell’ottobre 1989.

Sotto l’aspetto politico la pacificità del cambiamento significò, che non ci fu alcuna vendetta contro i capi comunisti e i membri delle forze armate dell’epoca precedente. Ci furono alcune leggi di lustrazione, ma non fu prevista l’incompatibilità delle funzioni politiche responsabili del nuovo regime con un passato politico nel regime precedente. Due noti personaggi dell’epoca comunista hanno persino vinto le elezioni politiche nel nuovo sistema democratico nel 1994 e nel 2002. Questo vuol dire che tale tipo di transizione pacifica, malgrado le contraddizioni, non era contrario all’atteggiamento di una parte notevole della popolazione.

Un altro prezzo della pacificità del cambiamento è stata la mancanza iniziale di legittimità della proprietà privata. Erano noti i casi di svendita del patrimonio nazionale da parte di alcuni dirigenti comunisti a delle società capitaliste internazionali. La conseguenza di ciò è stata all’inizio una notevole disoccupazione e la crescita del debito nazionale. La propaganda comunista inculcava alle masse, che il lavoro è molto importante, e che fa onore e gloria ai lavoratori. Nel nuovo sistema tutta la società poteva vedere, che il lavoro di molti veniva considerato superfluo e senza valore e che il denaro e la ricchezza non provengono dal lavoro, ma, non di rado, dalla speculazione e dagli affari sporchi.

In seguito a queste circostanze, in molti paesi postcomunisti la società ha cominciato a comportarsi in modo criminoso. Già solo la convertibilità della moneta nazionale — che era una vera e propria novità — ha provocato la crescita del commercio degli stupefacenti e la penetrazione della criminalità internazionale in questi paesi. Soprattutto nell’est e nel sud-est europeo, ma in una certa misura anche in Ungheria è iniziato a sorgere il problema del commercio degli organi umani, o persino quello del traffico di persone. Siccome un’ideologia ufficiale dello stato non esisteva più, non pochi politici hanno cominciato a considerare le religioni tradizionali del popolo, e più concretamente le Chiese cristiane, come fattori in grado di trasmettere dei valori alla società e di organizzare la vita comunitaria.

Il cambiamento politico ha avuto una ripercussione immediata sulla vita della Chiesa. Nei paesi ex-comunisti — a partire dal 1988 — si stava lavorando sui testi legislativi relativi alla libertà religiosa e alle Chiese. La preparazione venne avviata dagli organi statali di allora, ma effettuata con la larga partecipazione dei rappresentanti delle Chiese. In Ungheria la novità essenziale di questa legge era che le comunità religiose e le Chiese non avevano più bisogno del permesso per il loro funzionamento, ma avevano il diritto di svolgere la loro attività senza alcun permesso statale. La legge prevedeva anche la registrazione statale delle Chiese dietro loro richiesta, non come obbligo. Le Chiese registrate erano riconosciute come persone giuridiche speciali, aventi determinati diritti ed esenzioni. È divenuta possibile per le Chiese la gestione di scuole, ospizi, ospedali e altre istituzioni qualificate come di utilità pubblica. Per tali istituzioni era previsto un finanziamento statale completo, uguale a quello delle istituzioni statali della stessa categoria. Lo stato non poteva invece registrare l’appartenenza religiosa dei singoli cittadini. Tutte le statistiche sono quindi basate oggi su sondaggi di opinioni o inchieste libere.

In Ungheria in generale non sono stati restituiti i beni confiscati sotto il comunismo, né ai proprietari privati, né alle imprese, né alle Chiese. Nel 1997 è stato stipulato un accordo tra Ungheria e Santa Sede, che ha previsto che la Chiesa rinunciasse alla metà degli edifici, e che dal loro valore stimato si formasse una fonte di reddito attraverso interessi da pagare ogni anno alla Chiesa stessa.

San Giovanni Paolo II, durante la sua visita in Ungheria nel 1991, incontrando i rappresentanti della Conferenza episcopale ungherese, ha sottolineato che non bisogna occuparsi troppo del passato, ma che si deve guardare avanti, conservando l’unità tra i vescovi. Ha incoraggiato i vescovi ungheresi a celebrare dei sinodi diocesani. Tali sinodi sono stati poi effettivamente organizzati in tutte le diocesi. Essi hanno contribuito a introdurre i risultati del concilio Vaticano II e le novità del diritto canonico nella vita quotidiana delle diocesi. Sono stati utilissimi anche per rafforzare l’unità tra il vescovo, i sacerdoti e i diversi gruppi di fedeli laici. Hanno aiutato anche a riscoprire il valore della presenza dei religiosi nella Chiesa. Al di là dei diversi atteggiamenti dimostrati durante il periodo comunista, si sentiva la centralità della fede comune e la necessità di lavorare insieme per rinnovare la vita della nostra Chiesa. Anche se i mass media hanno attaccato a volte alcuni ecclesiastici per la loro presunta vicinanza agli organi statali di epoca comunista, si è riusciti a trovare il modo di riconciliarsi in un comune lavoro all’interno delle diocesi. Sono convinto che sia stato lo Spirito Santo a guidare il rinnovamento della nostra Chiesa, e che ci abbia aiutato a scoprire cosa sia veramente importante davanti a Dio. Le critiche dei mass media contro la cosiddetta collaborazione di alcuni ecclesiastici sono state spesso esagerate, mentre la responsabilità dei comunisti implicati passava spesso in secondo piano. È comunque stato necessario resistere spiritualmente a delle pressioni di anticlericalismo o di ostilità contro la Chiesa.

Le ricerche e le pubblicazioni sulle sofferenze dei cattolici durante il regime, sulla testimonianza dei numerosi martiri e confessori e successivamente le beatificazioni di alcuni martiri hanno contribuito al processo di riconciliazione spirituale.

L’Europa è un continente caratterizzato dalla presenza di vere nazioni, cioè comunità che hanno la loro lingua, cultura, storia propria, autonomia o sovranità politica, esperienze comuni. Esse appartengono alla ricchezza della creazione e la loro esistenza è apprezzata dalla Chiesa, ma esse non devono essere considerate valori supremi, atteggiamento che sarebbe idolatria.

Nell’Europa centrale la storia è stata piena di conflitti nazionali, di ingiustizie e di ricordi amari. Proprio per questo la Chiesa cattolica sente la vocazione di lavorare per la riconciliazione dei popoli. In questa direzione vanno i nostri sforzi per costruire rapporti di vera amicizia e collaborazione con gli episcopati della nostra regione. Un momento splendido è stato la firma del documento di riconciliazione tra l’episcopato slovacco e quello ungherese nel 2006. Anche con le altre conferenze episcopali vicine coltiviamo rapporti di amicizia e collaborazione tramite incontri regolari e con l’invito di presuli stranieri a predicare nelle messe in occasione delle nostre principali feste nazionali, per esempio il giorno di Santo Stefano. Tra gli oratori di questa messa solenne vi sono stati negli ultimi anni vescovi dell’Austria, della Germania, della Polonia, della Slovacchia, dell’Ucraina, della Romania, della Serbia e della Croazia. Anche nei luoghi di pellegrinaggio sono spesso invitati vescovi stranieri, specialmente dai paesi vicini. Gli ordini religiosi portano in Ungheria loro membri da tutti i continenti. Cerchiamo di organizzare anche la pastorale dei cattolici di lingua straniera a Budapest, dove celebriamo regolarmente la Santa Messa in sedici lingue diverse.

Le crescenti relazioni internazionali della Chiesa cattolica ungherese ci permettono di sentirci più vicini ai cattolici e a tutti i cristiani sia all’interno del paese che nel mondo intero. All’interno dell’Ungheria lavoriamo insieme con le comunità protestanti e in diverse questioni abbiamo stabilito linee comuni di comportamento, per esempio riguardo gli alunni appartenenti a un’altra confessione, che studiano nelle nostre scuole. Abbiamo relazioni amichevoli e costruttive anche con la comunità ebraica e alziamo la nostra voce contro ogni manifestazione di antisemitismo e razzismo. Per quanto riguarda la nostra solidarietà con i cristiani oppressi o perseguitati nel mondo, manteniamo vivi i rapporti specialmente con i capi cristiani del Medio oriente e di certe zone dell’Africa. Speriamo che anche il contributo cattolico possa aiutare il lavoro di coloro che pubblicano una relazione annuale sulla persecuzione dei cristiani nel mondo.

Complessivamente possiamo constatare, che la transizione pacifica dal sistema comunista al sistema capitalista ha offerto più libertà alla Chiesa, ma al tempo stesso ha comportato anche moltissimi nuovi impegni istituzionali. Eppure ci ha offerto maggiori possibilità di promuovere la riconciliazione e la pace all’interno del nostro paese e nella nostra regione.

di Péter Erdő

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23 ottobre 2019

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