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Più impegno nella protezione
dei diritti umani

· L’arcivescovo Gallagher al Consiglio ministeriale dell’Osce ·

Pubblichiamo una traduzione italiana della dichiarazione della Santa Sede al XXV Consiglio ministeriale dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce), pronunciata dall’arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati della Santa Sede.

Signor presidente,

Vorrei iniziare col porgere a questo XXV incontro del Consiglio ministeriale i migliori auguri di Sua Santità Papa Francesco, che assicura l’intera famiglia dell’Osce del suo sostegno e delle sue preghiere.

Desidero inoltre esprimere la gratitudine mia e della mia Delegazione al presidente in carica, Enzo Moavero Milanesi, ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale della Repubblica italiana, come anche all’intera presidenza in carica italiana dell’Osce nel 2018, per l’impegno profuso nel corso dell’anno. Siamo anche grati al governo italiano e alle autorità della città di Milano per la loro generosa ospitalità in questi due giorni, che coincidono con la celebrazione, domani, del santo patrono di questa città, sant’Ambrogio, vescovo del iv secolo e dottore della Chiesa.

La Santa Sede ha partecipato attivamente ai negoziati che hanno portato all’atto finale di Helsinki e alla successiva conferenza sulla sicurezza e la cooperazione in Europa (Csce), ed è impegnata nell’attuale Osce per una ragione fondamentale: questo processo, che ha ormai 46 anni, cerca «la pace, la sicurezza e la giustizia e [..] il continuo sviluppo delle relazioni amichevoli e della cooperazione» tra gli stati partecipanti (Atto finale di Helsinki, Dichiarazione sui Principi che reggono le relazioni fra gli Stati partecipanti, 1.a). Riunendo questi stati partecipanti attorno a un tavolo «quali stati sovrani e indipendenti e in condizioni di piena uguaglianza» (Osce, Norme procedurali, 1), la Csce e l’Osce, malgrado le difficoltà, hanno dimostrato e continuano a dimostrare la loro importanza e il loro impatto quale organizzazione per la sicurezza regionale più grande al mondo. Come tale, la Csce/Osce ha confermato, sia per la sua natura sia attraverso la sua storia, non solo che è diversa da altre organizzazioni internazionali, ma anche che offre un valore aggiunto al lavoro svolto da organizzazioni come le Nazioni Unite o il Consiglio d’Europa.

Purtroppo, anche il tempo presente non è immune da guerre, conflitti e tensioni, nemmeno nella regione dell’Osce e nei paesi limitrofi. Tenuto conto della sua particolare natura e missione, la Santa Sede incoraggia fortemente gli attori interessati ad astenersi da quelle azioni che destabilizzano i paesi vicini, impegnandosi piuttosto in un dialogo aperto e sincero, nello sforzo di consolidare la pace e la giustizia e mettere in atto gli impegni presi, utilizzando gli strumenti della nostra Organizzazione, che sono volti a disinnescare conflitti e ripristinare un clima di fiducia e sicurezza tra gli stati partecipanti.

La Santa Sede continua a essere un fermo sostenitore degli sforzi dell’Osce tesi a risolvere i conflitti e a prevenire e contrastare le minacce transnazionali, compresi il terrorismo e l’estremismo violento, come anche la radicalizzazione che porta al terrorismo, nonché di quelli volti a far fronte a problemi più ampi legati alla sicurezza, quali la migrazione, la tratta di esseri umani, come pure le conseguenze umanitarie e la sofferenza dovute ai conflitti. Poiché «la persona umana è il fondamento e il fine della vita politica», il nostro primo obiettivo deve essere quello di assicurare che tutte le persone vivano in pace e in sicurezza. Colgo questa opportunità per ribadire la disponibilità della Santa Sede ad assistere e a impegnarsi in tutte le procedure, gli strumenti e le iniziative dell’Osce, tesi a rendere la pace una realtà per tutti i nostri popoli.

Questa disponibilità e questo impegno attivo possono senz’altro applicarsi anche agli sforzi volti a prevenire e combattere la violenza sulle donne e a cercare di eliminare tutte le forme di tale violenza.

La Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo inizia affermando che «il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali e inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo» (Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, Preambolo). L’impegno dell’Osce con i diritti umani si basa sullo stesso concetto: riconoscere «il significato universale dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, il cui rispetto è un fattore essenziale della pace, della giustizia e del benessere» (Atto finale di Helsinki, VII. Rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali inclusa la libertà di pensiero, coscienza, religione o credo) all’interno degli stati partecipanti e tra di loro. Di fatto, «l’universalità dei diritti [rappresenta] la questione cruciale del nostro tempo, un vero argomento stantis aut cadentis, sul quale si gioca la possibilità che i diritti umani continuino a segnare l’orizzonte comune per la costruzione delle nostre società, il punto di riferimento obbligante per l’esercizio del potere politico, l’indicatore della rotta per la comunità internazionale» (Arcivescovo Paul Richard Gallagher, Intervento al Consiglio d’Europa nel settantesimo anniversario della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, 10 settembre 2018).

Occorre prendere atto di due sviluppi a tale riguardo.

Anzitutto, un’interpretazione radicalmente individualistica di alcuni diritti e l’affermazione di «nuovi diritti» — tutti e due concetti oggettivamente distanti sia dalla Dichiarazione universale sia dall’Atto finale di Helsinki — contribuiscono a rendere molto più difficile un consenso universale. Se gli stati partecipanti non sono capaci nemmeno di accordarsi sul significato del concetto di «un diritto umano», non deve sorprendere che la dimensione umana continui a restare sempre più indietro rispetto alla prima e alla seconda dimensione in corso su impegni nuovi o più focalizzati adottati per consenso.

In secondo luogo, l’universalità dei diritti umani si basa sull’idea che tutti i diritti umani universali e le libertà fondamentali devono essere protetti e promossi. Ignorare alcuni diritti umani, stabilire una gerarchia tra diritti umani e assoggettare il rispetto di un diritto umano all’accettazione di un’interpretazione discutibile di “diritti” è inaccettabile. Questa realtà viene esibita apertamente — e talvolta dolorosamente — nel corso di eventi di dimensione umana.

A tale riguardo, la Santa Sede deve ancora una volta esprimere la sua preoccupazione per il crescente prevalere di quello che Papa Francesco ha definito un approccio o una comprensione riduzionisti della libertà di religione o di credo. Un tale approccio — oggettivamente scollegato sia dalla Dichiarazione universale sia dagli impegni dell’Osce — cerca di ridurre le religioni «al silenzio e all’oscurità della coscienza di ciascuno, o alla marginalità del recinto chiuso delle chiese, delle sinagoghe o delle moschee» (Papa Francesco, Evangelii gaudium n. 255), rivelando un’incapacità ad apprezzare non solo il vero senso della libertà di religione o di credo, ma anche il ruolo legittimo della religione nella pubblica piazza (cfr. Osce, Decisione del Consiglio dei ministri 3/13 su libertà di pensiero, coscienza, religione o credo).

Questa incapacità di comprendere continua ad alimentare i sentimenti e le manifestazioni di intolleranza e di discriminazione nei confronti dei cristiani, quello che in molte società si potrebbe giustamente definire «l’ultimo pregiudizio accettabile». Se davvero cerchiamo un approccio ampio per prevenire e contrastare l’intolleranza e la discriminazione, dobbiamo evitare l’approccio selettivo e prestare attenzione anche a simili manifestazioni di intolleranza e discriminazione.

La Santa Sede, pertanto, esorta tutti gli stati partecipanti a riconoscere che l’unico approccio significativo alla dimensione umana è quello di cercare una comprensione comune dei diritti umani universali e delle libertà fondamentali, come anche della loro tutela e della promozione.

Per concludere, desidero rinnovare i miei ringraziamenti alla presidenza italiana per la sua guida e per gli sforzi compiuti in quest’ultimo anno, ed esprimo i miei sentiti auguri di successo alla presidenza slovacca entrante, assicurando la cooperazione costante e il sostegno della Santa Sede.

Grazie, Signor Presidente.

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06 dicembre 2019

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