Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Più di un’enciclica

Era passato poco più di un anno dal conclave da cui il 21 giugno 1963 era uscito con il nome di Paolo VI quando Montini concluse la sua prima enciclica, programmatica del pontificato, alla quale si era messo a lavorare subito dopo l’elezione. L’intento era infatti di pubblicarla prima della riapertura del concilio, interrotto, secondo il diritto, alla morte del predecessore e che il nuovo Papa aveva deciso di riprendere, con una delle sue primissime decisioni, già il 29 settembre successivo.

L’ultimo capoverso dall’autografo dell’«Ecclesiam suam»

Il tempo non fu sufficiente. Ma basta un rapido confronto tra il lungo discorso tenuto quel giorno da Paolo VI davanti ai padri conciliari e l’Ecclesiam suam, pubblicata quasi un anno dopo, il 10 agosto 1964, per rendersi conto che l’enciclica fu a grande linee anticipata in quell’intervento. Il discorso disegnava con lucida energia il percorso del Vaticano II, e non a caso al testo del 29 settembre il nuovo Papa si riferì nelle prime righe del suo documento programmatico.

Oltre un gruppo di appunti preparatori, dell’enciclica si conserva (ed è stato riprodotto in facsimile nel 1998) il testo autografo, scritto per intero da Paolo VI. Sono ottanta fogli, a lungo meditati e poi stesi nei primi mesi del 1964, dopo il viaggio a sorpresa in Terra santa, realizzato per «assumere l’insegnamento dell’autenticità cristiana» e di cui nel testo ricorda «l’incontro pieno di carità e non meno di nuova speranza» con il patriarca Atenagora a Gerusalemme.

L’enciclica manifesta il pensiero del Papa e lo presenta secondo una doppia tripartizione. Nella visione montiniana la Chiesa deve infatti approfondire la coscienza di se stessa, impegnarsi nel rinnovamento, aprirsi al «dialogo». Tema di quasi metà del testo, il dialogo si estende a tre grandi cerchi concentrici attorno a sé: il primo, immenso, costituito dall’umanità in quanto tale, il secondo, vasto ma meno lontano, dai credenti non cristiani, il terzo, più vicino, dai non cattolici.

A mezzo secolo di distanza, al di là di persistenti ideologizzazioni e resistenze, sono in gran parte stemperati i contrasti sul Vaticano II. E se i dibattiti del concilio inevitabilmente hanno oscurato la meditazione appassionata di Montini, sempre più netto vi appare il suo ruolo, rispettoso ma decisivo. Di fronte alla «sbalorditiva novità del tempo moderno», scrive il Papa, «la Chiesa con candida fiducia si affaccia sulle vie della storia, e dice agli uomini: io ho ciò che voi cercate».

Leggere cinquant’anni dopo l’Ecclesiam suam e la scrittura nitida di Paolo VI fa capire che è più di un’enciclica, molto più che un documento programmatico. Lo conferma un altro appunto autografo di poco successivo: «Forse la nostra vita — vi annota il Papa — non ha altra più chiara nota che la definizione dell’amore al nostro tempo, al nostro mondo, a quante anime abbiamo potuto avvicinare e avvicineremo: ma nella lealtà e nella convinzione che Cristo è necessario e vero».

Meditazione coerente nata da un’intera vita, il testo montiniano fu concluso l’11 luglio 1964. «La data ufficiale — annotò alla fine del manoscritto Paolo VI — potrebbe essere: Dal Vaticano, 6 agosto 1964 nella festa della Trasfigurazione di Nostro Signore Gesù Cristo». Quattordici anni più tardi, nel 1978, la sera di quel giorno il Papa quietamente si spegneva, dopo essersi congedato con un cenno della mano, pregando fino all’ultimo con le parole del Pater noster.

g.m.v.

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

16 settembre 2019

NOTIZIE CORRELATE