Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Più di un milione di fedeli hanno applaudito il Papa

· Il viaggio del Pontefice in Africa ·

Un’immensa marea umana e un nuovo bagno di folla per Papa Francesco nel suo primo atto liturgico nella capitale malgascia. È stata la più grande moltitudine riunita dalla Chiesa nella storia del Madagascar moderno. Di fatto, più di un milione di persone hanno partecipato alla messa presieduta domenica mattina, 8 settembre, nella stessa spianata che la sera precedente aveva ospitato la veglia con i giovani.

Nonostante il freddo e il vento, molti di loro hanno trascorso lì la notte per non perdere la celebrazione eucaristica. Non tutti erano però adeguatamente equipaggiati, e quindi in molti, per riscaldarsi, si sono rifugiati nelle tende allestite dietro il palco da diverse comunità religiose, dove sono state distribuite loro bibite calde.

Il resto dei partecipanti ha iniziato ad affluire prima dell’alba, molti dopo aver percorso lunghe distanze a piedi. Francesco lo sapeva — lo ha menzionato commosso nell’omelia — e per questo ha dedicato tanto tempo a percorrere sulla papamobile i corridoi di ogni quadrante perché tutti potessero vederlo almeno una volta da vicino.

Ma alla gente sembrava interessare poco il clima ostile. Ha sopportato tutto con incredibile pazienza pur di vedere il Papa e, al ritorno a casa, in un disordine che non ha comunque paralizzato la città, ha portato con sé tutto ciò che ha potuto come ricordo o reliquia, da un pugno di petali di fiori a un pezzetto di legno staccato dal podio dell’altare.

Non è stato facile ottenere il silenzio per iniziare la messa all’aperto e diverse volte i fedeli sono esplosi in una gioia travolgente. L’alleluia che precede il Vangelo non è stato solo cantato ma anche ballato. E il ritmo delle donne con bellissimi abiti tradizionali ha contagiato tutti.

Nella sua omelia, il Papa ha lanciato un messaggio ai cattolici di tutto il mondo, spiegando che seguire Gesù non è facile perché implica vari impegni. Uno di essi, ha sottolineato, è quello dei vincoli familiari, in quanto tutti si devono considerare fratelli e non solo quelli con legami di sangue. Questo l’ha spinto a denunciare «alcuni comportamenti che portano alla cultura del privilegio e dell’esclusione (favoritismi, clientelismi, e quindi corruzione)». Ha anche criticato chi «vuole identificare il regno dei Cieli con i propri interessi personali o con il fascino di qualche ideologia» e «finisce per strumentalizzare il nome di Dio o la religione per giustificare atti di violenza, di segregazione e persino di omicidio, esilio, terrorismo ed emarginazione». Dinanzi a quella folla, per la quale il consumismo è un sogno irraggiungibile, il Papa ha sottolineato che le ricchezze non consentono necessariamente di avvicinarsi a Dio e ha denunciato la «corsa ad accumulare» che diventa «assillante e opprimente... esacerbando l’egoismo e l’uso di mezzi immorali».

Al termine del rito, il Papa ha recitato l’Angelus dal palco su cui erano esposte le reliquie del lasalliano malgascio Rafael Luis Rafiringa, di cui ricorre il centenario della morte, beatificato dieci anni fa, il 7 giugno 2009, ad Antananarivo.

Fin dall’arrivo del Pontefice nel Paese, masse di poveri hanno atteso il passaggio della papamobile in ogni spostamento, lungo cammini accidentati, su strade ai cui margini spiccavano piccoli chioschi di frutta e venditori ambulanti.

Il programma del Santo Padre per il suo ultimo pomeriggio nella capitale malgascia — prima di trasferirsi alle Mauritius — è proseguito con la visita alla Città dell’Amicizia - Akamasoa, fondata trent’anni fa dal missionario lazzarista argentino, padre Pedro Opeka, che è stato capace di convincere i poveri che rovistavano nella grande discarica comunale alla ricerca di oggetti e di cibo, a costruire lì accanto le loro case, scuole e centri sanitari. Quanti prima mendicavano nelle strade ora stanno lavorando e hanno una dimora dignitosa; i bambini e i giovani che prima cercavano nell’immondizia un modo per sopravvivere ora frequentano le scuole primarie e secondarie. Quanti vivevano in un’anarchia generale oggi formano una comunità e si rispettano a vicenda. Hanno conquistato quell’autostima che consente loro di progredire. La pace e la convivenza civile regnano adesso in quartieri dove prima c’era grande violenza che sfociava in dispute per motivi banali. La disciplina è un dato di fatto; la gente si ascolta a vicenda, mentre prima nessuna riunione poteva terminare pacificamente.

Dopo essere stato ordinato sacerdote della congregazione della Missione di San Vincenzo de’ Paoli ed essere stato destinato al sud del Madagascar, quando aveva poco più di vent’anni, padre Opeka ha avviato il suo progetto di città per i poveri della discarica. L’antico immondezzaio è oggi un quartiere pulito dove vivono dignitosamente 25.000 persone. In soli tre decenni la discarica si è convertita in un esempio mondiale di autogestione con centri di accoglienza dove sono stati assistiti 500.000 malgasci. La cittadella è suddivisa in 18 quartieri e comprende ospedali, asili per l’infanzia, centri sportivi e scuole.

Dopo aver visitato la Città dell’Amicizia lasciando in dono un bassorilievo marmoreo raffigurante la “Pietà”, Papa Francesco ha proseguito la sua visita nel vicino cantiere di Mahatazana. Una cava in cui lavorano circa 700 persone. In alto, sul promontorio, si leva il monumento al Sacro Cuore di Gesù, inaugurato nel maggio 2008. Il Pontefice ha pregato davanti al monumento alla presenza di una grande folla di fedeli. Accompagnato da padre Pedro, al suo arrivo è stato accolto da due lavoratori. Dopo i saluti, una lavoratrice ha reso la sua testimonianza e poi il Pontefice ha recitato la preghiera. Di fronte al paesaggio desolante della cava di pietre dove lavorano ogni giorno 700 persone, Francesco ha cominciato a pregare «per tutti i lavoratori» e «per quelli che lo fanno con le loro mani e con enorme sforzo fisico».

«Preserva i loro corpi dal troppo logorarsi: non manchino loro la tenerezza e la capacità di accarezzare i loro figli e di giocare con loro», ha aggiunto. Poi, nel silenzio totale, ha proseguito dicendo: «Fa’ che il frutto del lavoro permetta ad essi di assicurare una vita dignitosa alle loro famiglie. Che trovino in esse, alla sera, calore, conforto e incoraggiamento, e che insieme, riuniti sotto il tuo sguardo, conoscano le gioie più vere».

L’ultima attività pubblica del Santo Padre in Madagascar è stata nella sera di domenica con i sacerdoti, i consacrati e i seminaristi nel Collegio di Saint Michel, che si trova nel quartiere di Amparibe e che è stato fondato da alcuni missionari francesi della Compagnia di Gesù.

Il Papa, nel suo percorso verso il palco, si è intrattenuto con i presenti mentre tutt’intorno s’intonavano canti di gioia. Dopo il breve saluto di Suzanne Marianne Raharisoa, presidente della Conferenza delle religiose — alla quale ha fatto eco alla fine dell’incontro il sacerdote Jean Séraphin Handriniaina Rafanoezantsoa — il Santo Padre ha ringraziato per la calorosa accoglienza ricevuta. E ha aggiunto di volersi rivolgere anzitutto a quanti non erano presenti per motivi di salute, per il peso degli anni e per qualche complicazione.

In dono ha lasciato un bassorilievo bronzeo raffigurante la Vergine Maria come “Donna dell’Apocalisse” e nella vicina cappella del collegio ha incontrato in forma privata i gesuiti malgasci.

È stata una giornata intensa, di grandi emozioni da parte di un Papa che non si stanca mai d’invitare a portare la gioia del Vangelo in tutte le periferie.

dal nostro inviato Silvina Pérez

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

22 febbraio 2020

NOTIZIE CORRELATE