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Più generosi nell’accogliere

· I vescovi statunitensi sul programma di ammissione dei rifugiati ·

Washington, 31. Sul fronte dell’accoglienza dei rifugiati occorre cambiare passo. Lo sostengono in modo chiaro i vescovi statunitensi che sono tornati nuovamente sull’argomento con una lettera indirizzata al Dipartimento per la sicurezza nazionale e ai presidenti della camera dei rappresentanti e del senato. Una missiva, che prede spunto dall’avvio del processo di verifica della normativa sull’accoglienza, nella quale i presuli formulano anche precise richieste: dare corso a un processo trasparente per l’ammissione e il reinsediamento dei rifugiati per il 2018; l’ammissione di 45.000 rifugiati per il 2018 e una nuova decisione presidenziale per l’aumento a 75.000 nel 2019; un incontro ufficiale per discutere la procedura di accoglienza. 

A firmare il documento è monsignor Joe Steve Vásquez, vescovo di Austin e presidente del comitato per le migrazioni, che nella sostanza ha sollecitato un dialogo sul programma di ammissione dei rifugiati, poiché finora gli Stati Uniti hanno accolto appena 9600 persone a fronte delle 45.000 indicate dalla determinazione presidenziale.
Nella lettera il vescovo sottolinea come quello attuale sia il numero più basso della storia degli Stati Uniti e, in particolare, dalla creazione del Refugee Act, nel 1980, nel quale si prevedeva l’accoglienza di 95.000 persone. «Con questi numeri, invece, gli Stati Uniti non saranno in grado di reinsediare neppure 20.000 rifugiati», ha proseguito monsignor Vásquez, sottolineando che «il nostro paese per 37 anni è stato un leader mondiale nell’accoglienza e il reinsediamento dei rifugiati oltre che per la difesa della libertà religiosa, e ora rischia di abdicare alla sua leadership». Il presidente del comitato per le migrazioni cita il recente caso degli 85 cristiani iraniani a cui è stata negata l’ammissione negli Stati Uniti, mentre negli anni scorsi chi proveniva da quella nazione aveva assicurata l’accoglienza al 99 per cento. In questo senso, il presule ha spiegato che le farraginose pratiche amministrative lasceranno «migliaia di persone vulnerabili in pericolo e alla ricerca di protezione. Tra questi, in primis, donne e bambini che non possono rimanere in regioni in guerra o in situazioni pericolose in attesa che il paese ospitante intervenga».

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