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Pirandello
critico letterario

· Il drammaturgo siciliano a confronto con Leopardi in un testo del 1900 ·

È difficile aggiungere qualcosa di nuovo su Pirandello, tra gli autori più letti e indagati del nostro Novecento, eppure questo riesce a Nicola Longo nel suo più recente libro: Pirandello tra Leopardi e Roma (Roma, Edizioni Studium, 2018, pagine 154, euro 16,50). Docente di Letteratura italiana nell’università di Roma Tor Vergata, studioso di grande rigore e di molti talenti, Longo in queste pagine coniuga in grande armonia l’amore per la letteratura e per Roma, che da molti anni ormai è protagonista dei suoi percorsi di ricerca come presenza nella scrittura dei classici italiani. Secondo quanto recita il titolo, Luigi Pirandello è posto al centro di un sistema di relazioni: da una parte un poeta, dall’altra una città, due interlocutori all’apparenza lontani che in queste pagine trovano il loro punto di contatto. Il volume raccoglie cinque saggi e i primi due sono dedicati al rapporto tra Pirandello e Giacomo Leopardi.

Luigi Pirandello da studente

L’accostamento è ormai tradizionale, tanto che il «leopardismo pirandelliano» è una categoria solidamente accreditata presso gli studiosi. Inedita invece è la prospettiva in cui questo rapporto viene analizzato e che suggerisce a Longo pagine rivelatrici.

Oltre il comune sentimento dell’infelicità della creatura umana, oltre l’arte come possibilità di smascherare le false apparenze sotto il velo delle cose, oltre l’ironia del saggio di fronte alla contraddizione per eccellenza, il desiderio di infinito contro la finitezza della natura umana, Longo continua a indagare utilizzando il pensiero di Leopardi come una sorta di lente di ingrandimento che permette di verificare la «sostanza materialistica e pessimistica dell’opera pirandelliana». Inoltre, per parlare dei due scrittori accomunati da una sensibilità e da una visione del mondo collimanti, non si limita al pur fondamentale rapporto di Pirandello con le Operette morali e lo Zibaldone ma propone un testo dimenticato, il breve articolo Leopardi cieco pubblicato nel 1900.

«Per il Leopardi — scriveva Pirandello — la forza e l’evidenza della descrizione non consistevano nel rappresentar minutamente, diligentemente l’oggetto come farebbe un pittore, ma nel trovar l’espressione (frase o parola) che di quell’oggetto svegli in noi subito l’immagine». Poche, chiarissime parole che rivelano come Pirandello avesse pienamente compreso «il valore estetico dell’espressione leopardiana». Con il terzo saggio il lettore esce dal chiuso di un ideale palcoscenico dove è andato in scena un mirabile “passo a due” fatto di affinità, riprese, richiami a distanza, citazioni incrociate tra Pirandello e Leopardi, e viene proiettato en plein air, nella luce dolce delle strade romane in una mattina tiepida e soleggiata di primavera. Il rapido quanto narrativamente efficace cambio di atmosfera segna il passaggio dal riferimento a un poeta alla relazione con una città.

Roma per Pirandello è il luogo della vita, degli affetti, dei legami di amicizia e della maturazione intellettuale, una città certamente amata nonostante la nostalgia sempre affiorante per la sua terra di Sicilia, ma è anche lo scenario che accoglie tante sue pagine. Ricostruendo i luoghi pirandelliani — la pensione dove visse da studente universitario, i caffè che frequentava, i “quartierini” che abitò dopo il matrimonio fino ad arrivare, trasloco dopo trasloco, alla dimora che fu l’ultima — Longo disegna una mappa dove la città vissuta e quella raccontata quasi si confondono.

«Roma non perirà che con l’ultima città degli uomini» scriveva Marguerite Yourcenar accogliendo così quel concetto di eternità che accompagna tutta la sua storia. In Pirandello l’eternità di Roma diventa un dato quasi secondario, trascurabile. Il passato per lui è nell’esuberanza dei monumenti che fioriscono a ogni angolo di strada come un magnifico arredo urbano, una ricca scenografia teatrale che porta con sé, più che il sentimento della durata e della grandezza, il peso e l’infelicità della storia. La Roma di Pirandello non ha niente di epico e di eroico è piuttosto «la città piccolo borghese degli affittacamere, dei professori sventurati; degli osti e dei turisti a bassa spesa, dei viaggiatori in tram, dei passeggiatori solitari». Come una guida sapiente e appassionata e grazie a una scrittura limpida e coinvolgente, Longo conduce il lettore alla scoperta della città che rappresenta il quotidiano per Pirandello e per tanti personaggi delle sue novelle e dei suoi romanzi, ma non solo. Mentre attraversa le strade di Roma l’autore disegna un’affascinante geografia fatta di luoghi che restano e soprattutto dei tanti scomparsi a dispetto della sua eternità. Il risultato è un libro di grande ricchezza che entra nel cuore dell’universo pirandelliano, ma che insieme è capace di intrecciare vita e letteratura, passato e presente. Raccontando una città sparita «fra la noncuranza di quanti la storia non l’hanno voluta studiare e il dispiacere di quanti amano questa città, nonostante tutto», Nicola Longo scrive un atto d’amore per Roma che è anche un inno alla memoria, alla convivenza civile, al rispetto per quello che le generazioni passate hanno consegnato e che si dovrebbe trasmettere integro a quelle future.

di Francesca Romana de’ Angelis

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24 agosto 2019

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