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Pinocchio, Tommaso
e la virtù della verità

· Etica e pratica ·

Guercino, «San Tommaso sorretto dagli angeli» (particolare, 1662)

Film e storie popolari ispirati alle Avventure di Pinocchio di Carlo Collodi ci raccontano che a Pinocchio cresceva il naso perché diceva bugie. La storia originale è leggermente diversa. La prima vera bugia Pinocchio la racconta quando lo interroga la Fata: a quel punto il naso, che era già grosso, gli si allunga e lo stesso gli succede ogniqualvolta mente sulle quattro monetine d’oro che si tiene ben nascoste in tasca. Poi, di fronte alla Fata che lo rimprovera, Pinocchio, pieno di vergogna, scoppia in un gran pianto tanto che lei, vinta dalla compassione, gli riaggiusta il naso. Ma, si chiede Pinocchio, come faceva la Fata a sapere che lui, Pinocchio, aveva mentito? La risposta della Fata non tarda ad arrivare: «Le bugie, ragazzo mio, si riconoscono facilmente perché o hanno le gambe corte o hanno il naso lungo: la tua ha il naso lungo». Una breve scena dell’immaginario narrativo di Collodi racchiude, svelandolo, un caposaldo etico. Le bugie, cioè, sono un male in quanto fanno male a chi le dice: quelle che hanno le gambe corte vanno lente e sono sempre raggiunte e superate dalla verità e quelle che hanno il naso lungo rendono ridicolo chi le racconta.

Mentire è dunque un vizio dal momento che reca danno alla persona che mente. Per converso, dire la verità è una virtù in quanto fa bene alla persona che la dice. Considerazioni di questo tipo ci riconducono al pensiero di Tommaso d’Aquino, un pensiero di particolare attualità oggi di fronte al dilagare di fake newsnella politica, nell’informazione e nella pubblicità commerciale. Nel nostro clima di post-verità fanno riflettere le sue parole quando sostiene che dire la verità ha un valore intrinseco: fa il bene dell’individuo e fa progredire la società. Dire la verità, spiega il teologo domenicano, è atto virtuoso in quanto buono: è per l’appunto la virtù che ha il compito di «rendere buono chi la possiede e buona l’opera che viene compiuta». Dire che la verità è una virtù significa allora che, quando si dice la verità, chi la dice è reso “buono” e “buona” diventa pure la sua azione.

La virtù della verità non solo perfeziona la persona che dice il vero, ma ha anche chiari risvolti politici perché, secondo Tommaso, è “annessa”, come virtù satellite, alla giustizia. In altre parole, quando parliamo di verità o dell’importanza di dire la verità, ci ritroviamo immediatamente nel campo della giustizia e da questo deriva il suo valore e la rilevanza nella nostra vita, in quanto sappiamo che la giustizia è principio e fondamento della prosperità sociale e della buona politica. Occupandosi essenzialmente dell’istituzione di giuste relazioni tra persone, la giustizia esige che si dia all’altro ciò che gli spetta, e io do all’altro ciò che gli spetta proprio anche dicendo la verità. La verità è dunque una cosa che ci dobbiamo vicendevolmente l’un l’altro per il bene della società e per il bene della politica. Poterci fidare gli uni degli altri, è, insomma, indispensabile per la salvaguardia della società: «Essendo l’uomo per natura un animale sociale — spiega san Tommaso — per natura un uomo deve all’altro ciò che è essenziale a tutela della società. Ora, gli uomini non potrebbero convivere senza credersi reciprocamente, senza credere nella sincerità vicendevole. Quindi anche la virtù della verità a suo modo riguarda una forma di debito».

La sincerità vicendevole è senza dubbio una questione di giustizia, ma v’è un’importante distinzione da fare qui, e san Tommaso non manca di sottolinearla. Mentre la virtù della giustizia estingue un debito a livello giuridico, la virtù della verità estingue un debito a livello di honestas. Questo concetto, traducibile con “onestà”, è complesso ma lo si può ragionevolmente interpretare come “giusto rispetto”, laddove “giusto” si riferisce all’onestà e “rispetto” all’onore. Onestà riguarda quindi l’agire con rettitudine all’interno di una relazione, l’agire verso gli altri con giusta integrità. Ed è ex honestate, “per un’esigenza di onestà” che si deve dire la verità.

Pinocchio in una illustrazione di Enrico Mazzanti (Firenze, 1883)

A prescindere da ulteriori teorizzazioni, testimoniare la verità nelle parole e nei fatti è virtù fondamentale per l’esistenza umana e la coesione sociale. Non a caso “dire la verità” è una delle prime cose che i genitori insegnano ai propri figli: vogliono che diventino persone sincere, appunto nelle parole e nei fatti, e diano in tal modo un contributo positivo al mondo in cui vivono. Man mano che crescono però i figli s’accorgono che le dinamiche comunicative sono più complesse di come le lascino intendere i genitori: mentre si aspettano che i figli dicano sempre la verità, loro, i genitori, non dicono sempre tutta la verità ai figli; e questo per una miriade di ragioni. Talvolta non è opportuno farlo. Altre volte potrebbe essere meglio aspettare che i figli crescano. Un esempio può essere il caso di un suicidio in famiglia, che esige una verità caritatevole. Sull’altro fronte c’è invece il bisogno strategico di prendere una decisione coraggiosa. A questo proposito viene in mente Malala Yousafzai e quella sua decisione di dire la verità riguardo all’educazione delle donne in Pakistan.

Come comportarsi dunque? Immanuel Kant pensava che si dovesse in ogni momento dire la verità, tanto che non riteneva lecito mentire neppure per proteggere qualcuno. In piena guerra mondiale, il teologo luterano Dietrich Bonhoeffer mostrava il suo dissenso. Nell’Etica scrisse: «Dal principio di verità, Kant trae la grottesca conclusione che devo rispondere con un onesto persino alla domanda dell’assassino che irrompe nella mia casa e chiede se il mio amico, che sta inseguendo, si è rifugiato qui». Per Bonhoeffer si tratta di un atto di “arroganza della coscienza”. A parer suo, in questo caso l’azione virtuosa consiste nel non rivelare tutta la verità.

Proprio a questo punto entra in gioco la prudenza perché la virtù della verità è complessa e legata alla decisionalità, all’arte cioè di prendere buone decisioni nelle infinite circostanze della vita quotidiana. Questo non significa, ovviamente, cedere alla menzogna. Come insegna la storia di Pinocchio, mentire è un vizio. D’altra parte però le argomentazioni di Bonhoeffer evidenziano che la virtù della verità è regolata dall’arte di decidere il giusto e il bene per sé, per le realtà che ci sono affidate e per la comunità: è regolata insomma dalla virtù che Tommaso chiama prudentia. Senza tale prudenza, che consiste nell’abilità di prendere decisioni buone, non si ha né giustizia, né fortezza, né temperanza. Per l’aquinate, il cardine della vita virtuosa è dunque la virtù della prudentia, che le regola tutte. Questo vale anche per la virtù della verità. La verità è cosa buona ma dire la verità non sempre lo è. E soprattutto dobbiamo tener ben presente che, come ci ricorda il critico letterario inglese Terry Eagleton, per l’aquinate — come d’altronde per tutti i credenti — «la carità (caritas) è fonte di tutte le virtù. La carità è la massima forma di un realismo sobriamente disincantato, ed è per questo che è gemella della verità».

di Fáinche Ryan
Direttore dell’Istituto Loyola, Trinity College di Dublino

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