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Pilastri nell’edificazione
della Chiesa

Negli ultimi decenni della storia latinoamericana il popolo ha scelto delle donne per governare, come in Argentina, Brasile, Cile, Costa Rica, Nicaragua e Panamá. Se consideriamo anche quelle che hanno assunto governi interinali, dobbiamo allora aggiungere Giamaica, Trinidad e Tobago, Bolivia e Guyana. Dieci nazioni governate da donne.

Nel 2014 sei donne erano presidenti e l’America Latina era la regione con la percentuale più alta al mondo di governanti donne (17 per cento). Senza entrare nel merito dei loro governi, vorrei sottolineare che gli elettori le considerano capaci e formate al pari degli uomini ad assumere il governo di una nazione.

La stessa tendenza si osserva nel settore privato.

Adolfo Pérez Esquivel«Colomba»

L’apporto femminile dà un impulso positivo al processo decisionale, sia nell’ambito pubblico sia in quello privato. Inoltre nel campo dell’educazione, attualmente, a livello mondiale, si constata che nel 64 per cento dei paesi le donne rappresentano la maggioranza della popolazione studentesca, il che indica che saranno sempre più formate per offrire contributi qualificati nell’ambito professionale.

Nella Chiesa invece dobbiamo riconoscere l’assenza della donna nelle istanze dove si prendono le decisioni di alto livello. Questo produce sconcerto all’interno stesso della Chiesa, ma anche e soprattutto all’esterno.

Se per molti altri aspetti della vita e delle società attuali la Chiesa è profetica, difendendo valori che intravede prima di altri per il presente e il futuro dell’umanità e sa andare apertamente controcultura, in questo caso ciò non avviene.

Questo sfasamento non si deve a una mancanza di chiarezza concettuale: la preoccupazione per la situazione della donna nella Chiesa è molto presente nel magistero recente, a partire dal concilio Vaticano ii.

Non manca chiarezza concettuale né nel magistero universale né in quello latinoamericano. Ma, allo stesso tempo, la realtà indica che quelle raccomandazioni non sono state messe in pratica. Credo che ci dovremmo chiedere il perché di questo paradosso. Una possibile spiegazione può essere che molti pastori ancora non hanno sperimentato ciò che di buono l’apporto femminile può dare alla missione, oppure che ostacolino i cambiamenti in questo campo le forti resistenze culturali (maschilismo) e interne (clericalismo). Qualunque sia la causa, si percepisce un crescente disagio tra molte figlie della Chiesa che partecipano attivamente alla missione e che hanno ascoltato tante volte le parole ripetute dal Vicario di Cristo e dai pastori e, nel constatare la mancanza di un cambiamento, la speranza si tramuta in delusione.

Sarebbe triste se, giustificandosi con argomenti vani, la Chiesa mantenesse la situazione presente. Ancor più perché il Codice di diritto canonico dà alla donna la possibilità di collaborare nell’esercizio della potestà di regime nelle sue diverse funzioni: legislative, esecutive e giudiziarie.

Papa Francesco dice che in questo lavoro in comune non ci devono essere né subordinazione né parità, bensì reciprocità, poiché le donne vedono la realtà con occhi diversi. Non deve accadere che la Chiesa, nel processo decisionale, continui ad essere un’istituzione che nega nella pratica la complementarità femminile, che pure difende nella teoria, finendo col privarsene.

Il tempo trascorso e l’esperienza accumulata mostrano che questa contraddizione tra ciò che si dice e ciò che si fa non si supererà da sola. È necessario quindi mettersi all’ascolto dello Spirito santo, che apre vie inattese e sorprende con nuove possibilità e soluzioni, per il bene della Chiesa.

Come tutto ciò che è grande, anche questa trasformazione può iniziare con pochi cambiamenti.

Sarebbe bello, un contributo veramente significativo e a beneficio della Chiesa universale, che dalla Chiesa in America latina nascessero iniziative di partecipazione della donna al governo ecclesiale.

di Alejandra Keen von Wuthenau

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21 agosto 2019

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