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Pietro Rossano biblista e uomo del dialogo

· A venti anni dalla morte del vescovo rettore della Pontificia Università Lateranense ·

A vent’anni dalla morte, avvenuta il 15 giugno 1991, la figura di monsignor Pietro Rossano — vescovo ausiliare di Roma per la pastorale della cultura e rettore della Pontificia Università Lateranense — viene ricordata nei prossimi giorni ad Alba, sua diocesi natale. Un suo antico compagno di studi, oggi cardinale, anticipa i contenuti della conferenza che terrà nel pomeriggio di venerdì 17.

Tutto il percorso di monsignor Pietro Rossano è stato un ricco e fecondo contatto con la cultura, e non vedo alcuno iato tra «gli anni della formazione e l’ultima fase della sua vita». Egli è stato sempre un promotore della cultura, fin dall’adolescenza ne fu letteralmente un assetato. Il seminario di Alba era una fucina di cultura: la scuola di don Bussi aveva aperto le menti dei chierici a grandi orizzonti, e anche la direzione spirituale di don Agostino aveva squisite aperture culturali — sentii per la prima volta da lui i nomi di Hopkins, Eliot, Newman, Chesterton, Thomas Merton, Rilke. Le lezioni di don Bussi erano una grande scuola di cultura, nutrita dalle opere dei grandi teologi e biblisti tedeschi e soprattutto francesi, e dalla frequentazione di riviste come «Etudes», «Nouvelle Revue Théologique», «Vie spirituelle». Don Bussi mandava in biblioteca gli innumerevoli libri che acquistava, e vi si trovavano strumenti indispensabili come la patrologia del Migne, le grandi enciclopedie biblico-teologico-ascetico-storiche del momento, oltre a pubblicazioni fondamentali appena pubblicate — a Milano mi accorsi che, grazie a don Bussi, avevo una formazione teologica che non possedevano colleghi provenienti da università ecclesiastiche romane. Una mente così aperta come quella di Piero Rossano trovava qui l’ambiente naturale per nutrirsi e svilupparsi. E lui non ha mai mancato di arricchirsi in un aggiornamento continuo, paziente e senza limiti, che seppe portare ai culmini del possibile, traendone citazioni illuminanti, che davano tanto smalto alle sue parole e alle sue pubblicazioni. Ricordo i capitoletti di quel capolavoro che è Piccolo Mattutino , tutti intessuti di splendidi pensieri di vari autori, antichi e moderni, sacri e profani, che egli introduceva nel discorso con impareggiabile maestria e amabilità.

Quanto alla formazione culturale, la vita di Rossano può suddividersi in quattro periodi, che non sono compartimenti stagni, ma si integrano come per germinazione. In primo luogo la preparazione, sia di carattere generale che specificamente biblica, nel seminario di Alba, nella Gregoriana di Roma (con la tesi su L’ideale dell’assimilazione a Dio nello stoicismo e nel Nuovo Testamento ), nell’Istituto Biblico, e, più tardi, nell’Università di Torino con la laurea sui rapporti tra cristianesimo e impero romano. Fin da questi inizi si delineano le traiettorie fondamentali della cultura in Piero Rossano: la Scrittura, l’umanesimo classico, le letterature internazionali, i filosofi antichi e moderni, le religioni nel mondo. È un periodo che inizia nel 1939.

Il contributo fondamentale di monsignor Rossano agli studi biblici in Italia, come ha scritto monsignor Penna, «si situa essenzialmente negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo [scorso]». Si tratta di una ventina d’anni, in cui nascono le più importanti pubblicazioni bibliche di Rossano: la traduzione del Nuovo Testamento per la Utet di Torino — ricordo quanto fosse contento che la Conferenza episcopale svizzera aveva scelto la sua traduzione per i testi liturgici; l’ Introduzione al Nuovo Testamento per la Morcelliana; un capitolo in quella di Moraldi e Lyonnet per la Marietti; il grande articolo su san Paolo nel Nuovo Dizionario di Teologia Biblica (da lui diretto con Girlanda e Ravasi); le grandi edizioni di san Paolo: le Lettere ai Tessalonicesi nella Bibbia Garofalo (mi diceva che nel commento aveva voluto citare i testi greci solo in greco, contro il parere di altri autori della collana); quella delle Lettere ai Corinzi nella Nuovissima versione della Bibbia dai testi originali da lui diretta; le belle Meditazioni su san Paolo delle Edizioni Paoline; e tanti altri contributi di carattere specialistico sulla Sacra Scrittura, i Vangeli e san Paolo, oltre che su temi delle civiltà coeve al Nuovo Testamento. Notevoli i suoi contributi in incontri di specialisti, come nelle Settimane Bibliche Italiane. Questa sua attività fu la spontanea premessa per la scelta che di lui fece Paolo VI come segretario della Pontificia Commissione per la Neo-Volgata, che, durante il suo mandato pubblicò tutto l’Antico e il Nuovo Testamento, in dieci volumi — che monsignor Rossano mi mandava puntualmente — un lavoro compiuto tra gli impegni della Cancelleria Apostolica e soprattutto del Segretariato per i Non Cristiani, con una indescrivibile umiltà (il suo nome non è citato negli articoli commemorativi dell’opera della Commissione, apparsi di recente).

Il periodo nel Segretariato per i Non Cristiani, prima come consultore, poi sottosegretario e infine segretario, va dal 1964 al 1982, e gli conferisce un sempre più oneroso carico di lavoro. Sono gli anni del Concilio. Il segretariato era stato fondato da Paolo VI nel 1964 poco prima della sua enciclica sul dialogo Ecclesiam suam. Del ‘65 è la dichiarazione conciliare Nostra Aetate sulla relazione della Chiesa con le religioni non cristiane. Sono i due documenti che danno all’attività culturale di monsignor Rossano un ambito totalmente diverso e sempre più impegnativo. Il cardinale Marella, primo presidente, si avvede subito delle capacità intellettuali e organizzative di quel minuto consultore, che in 18 anni percorre tutti i gradini gerarchici del dicastero, e gli attira l’attenzione di Paolo VI e di Giovanni Paolo II. Il Segretariato è ai primi passi della sua attività, e acquista la sua inconfondibile fisionomia su due livelli: quello culturale, che richiede a monsignor Rossano studi e pubblicazioni di grandissimo impegno e di enorme impatto. Pensiamo al compendio di fede cattolica La speranza che è in noi , tradotto in 24 lingue; gli studi comparati sulle religioni, le direttive e le attività del dicastero, da lui pubblicate su ogni numero del «Bulletin», la partecipazione ai lavori del Consiglio ecumenico delle Chiese. E il livello dei contatti con le religioni non cristiane, musulmani, induisti, shintoisti, che impongono frequentissimi viaggi nel mondo e l’accoglienza di rappresentanze in Vaticano o in Italia. Ricordo, nel primo viaggio che feci in India, nel 1974, con quale gioia lo aspettavano i giovani sacerdoti e seminaristi di Agra. Negli incontri con i membri di religioni non cristiane, monsignor Rossano sapeva vincere con la modestia, l’intelligenza e il sorriso diffidenze secolari, che potevano irrigidire il dialogo.

L’ultimo periodo della vita di monsignor Rossano inizia nel 1982, con la nomina a vescovo ausiliare per la pastorale della cultura per la diocesi di Roma e a rettore magnifico della Pontificia Università Lateranense. Era ordinato vescovo il 6 gennaio 1983. L’importantissimo e delicato incarico gli ampliò ulteriormente il campo di attività, i problemi da affrontare, le conferenze e gli incontri, la necessità di dare un nuovo orientamento alla Lateranense, come voleva Giovanni Paolo II. Non fu certo un periodo facile per il vescovo Rossano, come egli stesso confidava a padre Paolo Tablino, nella lettera del 15 aprile 1987: «L’Università Lateranense procede benino: tutto mi sembra rientrato nell’ordine, ma è duro prendere posizioni. Prima di essere vescovo non ero abituato ad affrontare l’impopolarità; ora lo faccio con molta serenità. La fede è davvero un grande conforto». E si può dire che monsignor Rossano è morto sulla breccia come rettore della Lateranense. Fu portato al Policlinico Gemelli, da cui non doveva uscire vivo, con la valigetta che aveva preparato per recarsi a un incontro all’estero. Per avere un’idea, e non completa, del cumulo di opere, conferenze, articoli da lui pubblicati in queste quattro fasi, posso dire che conservo ben 61 titoli tra libri, articoli, contributi vari, moltissimi con dedica autografa. La scheda bibliografica pubblicata nella miscellanea Vangelo Religioni Cultura , delle Edizioni San Paolo, ne raccoglie oltre 90, ma neanche essa mi sembra completa.

La difficoltà più grande, che un cristiano trova nel dialogare con altre religioni, monsignor Rossano l’ha vissuta sulla propria pelle ogni giorno, e ne ha parlato in innumerevoli occasioni, ufficiali e private. Nel dicembre 1990 — quindi a nemmeno un anno dalla morte — scriveva a padre Tablino: «Con l’islam le cose sono difficili. Bisogna evitare a ogni costo un nuovo scontro cristiano-islamico, né si può congelare il buon rapporto creatosi nel dopo Concilio». La difficoltà per lui non dipendeva dal fatto o meno di essere un biblista: «Gli interlocutori non cristiani reagiscono all’offerta cristiana del dialogo secondo le proprie categorie non dialogiche: quindi mentre per noi dialogo significa anzitutto accettazione dell’altro e dei suoi diritti, per l’islam non è così; mentre dialogo per noi implica riconoscimento d’alterità, l’induismo-buddismo reagiscono con l’affermazione dell’armonia e dell’eguaglianza delle religioni; ciò fa sì che l’offerta del dialogo si risolva apparentemente in perdita per noi che diamo spazio all’altro senza ricevere nulla in contraccambio; da qui la suggestione che viene da più parti di chiedere una reciprocità: ma si sarebbe ancora sulla linea del Vangelo?».

Monsignor Rossano, che si era definito «Biblista e uomo del dialogo» all’Institut Catholique di Parigi quando gli era stata conferita la laurea ad honorem , ha affrontato il problema, è andato incontro anche a esperienze deludenti, ma non si è mai perso d’animo. Sapeva che il Vangelo, col suo rispetto per l’interlocutore che è creatura di Dio da Lui fatta a sua immagine, non pone limiti alla ricerca della sincerità pur nel rispetto dell’integrità della propria dottrina, e sollecita l’altro alla risposta. Così ha fatto monsignor Rossano nei suoi incontri con le altre religioni, facendosi sempre stimare per la delicatezza dei rapporti, la sincerità delle posizioni, la simpatia del tratto, illuminato da un costante sorriso. Non è mai stato l’uomo della polemica o del rifiuto dell’altro. Sapeva, per cultura e convinzione personale, che tutti gli uomini hanno un fondo religioso — l’ homo religiosus di cui frequentemente parlava — e che tutte le religioni e culture non cristiane contengono in sé i semina Verbi , che, secondo la splendida definizione patristica, esistono nell’uomo, nella sua cultura, nelle sue forme religiose. L’ascolto che trovava in tutti e in ciascuno con un’ammirazione che dura tuttora, dimostra che dialogare è possibile perché necessario e doveroso, specie in quest’epoca di secolarismo.

Infine, monsignor Rossano fu in leali e fattivi rapporti di collaborazione con i Pontefici. Tuttavia, sulle udienze e gli incontri privati non ci sono resoconti ufficiali. Monsignor Rossano ne dà notizie frammentarie a padre Tablino. Da ciò risulta, per esempio, che Giovanni XXIII promulgò la bolla d’indizione del concilio Vaticano II alla presenza della Cancelleria Apostolica, compreso monsignor Rossano.

Fu ricevuto a metà gennaio 1964 da Paolo VI, che era stato eletto nemmeno un anno prima: «Ebbi quasi un’ora di udienza privata col pretesto della Neo-Volgata; volevo dimettermi dall’incarico, ma egli rifiutò le dimissioni e mi diede un sottosegretario. Vuole questo lavoro, a qualunque costo, nel più breve tempo possibile. E così sono pronti i Salmi (entreranno nel nuovo breviario per l’Avvento) e ho dato alle stampe i Vangeli, promettendo, entro l’anno, di dare alla tipografia tutto il Nuovo Testamento».

Con Giovanni Paolo II le udienze furono sette: nell’aprile 1979 («Sono stato dal Papa e gli ho scritto dopo l’enciclica che rafforza e corrobora il dialogo»). Alcuni giorni dopo il nuovo Papa visita il Segretariato e dice a Rossano: «Lei ama la Chiesa attraverso i non cristiani». L’11 aprile 1979, è invitato a cena dal Papa col cardinale Pignedoli, presidente del Segretariato, nella festa di san Stanislao. Nell’ottobre 1986 («Fra qualche giorno sarò in udienza, a cena, come ormai è consueto»). Dal 19 al 23 agosto 1987, è ospite del Papa con una ventina di filosofi euro-americani a Castel Gandolfo «per un incontro sull’influsso (positivo e negativo) dell’Europa sul mondo». Il 28 ottobre 1987 partecipa all’udienza per la Comunità Sant’Egidio nell’anniversario dell’incontro delle religioni ad Assisi. Infine, qualche settimana prima del 12 ottobre 1988, ancora a cena a Castel Gandolfo («Mi diceva la sua preoccupazione per il frazionismo della religiosità [cristiana] africana. Che dire? Che fare? Qui da noi nel mondo della cultura il problema è la fede»). Dalla corrispondenza con Tablino risulta anche la collaborazione di Rossano alla preparazione di vari discorsi del Papa.

Da tutto l’insieme risulta che monsignor Rossano ha «lavorato in modo più collaborativo e proficuo» soprattutto con due Papi, Paolo VI e Giovanni Paolo II. Sebbene il primo, almeno come risulta dalle lettere a padre Tablino, gli abbia concesso una sola udienza, e sulla Neo-Volgata, monsignor Rossano gli prestò la sua opera sia nella detta commissione, che stava molto a cuore a Paolo VI, sia soprattutto per l’impostazione del lavoro, la fisionomia e la struttura del Segretariato per i Non Cristiani. Monsignor Rossano realizzò nel settore le direttive di Papa Montini con grandissimo impegno, in piena lealtà con i cardinali presidenti, Marella e specialmente Pignedoli, e con l’aiuto di un ottimo staff di collaboratori. L’opera prestata al beato Giovanni Paolo II non ha bisogno di essere sottolineata, tanto è evidente.

Oggi il dialogo con le religioni continua, nonostante le difficoltà che al tempo di monsignor Rossano non esistevano: l’irrigidimento del fondamentalismo è il pericolo più grave, che giunge a eliminare in nome di Dio i credenti di altre religioni, specie cristiani. Benedetto XVI ha elevato la voce contro queste distorsioni, ad Auschwitz, nel 2006, quando ha detto: «Emettiamo questo grido davanti a Dio (…) nell’ora presente, nella quale incombono nuove sventure, nella quale sembrano emergere nuovamente dai cuori degli uomini tutte le forze oscure: da una parte, l’abuso del nome di Dio per le giustificazioni di una violenza cieca contro persone innocenti; dall’altra il cinismo che non conosce Dio». Purtroppo sono continuati gli attacchi a comunità cristiane in varie regioni del mondo, gli incendi di chiese, e delitti rimasti oscuri. L’orizzonte non si presenta sereno. La situazione, poi, di agitazione politica in vari Paesi del Medio Oriente pone nuovi grossi ostacoli alle iniziative di dialogo che erano felicemente in corso. Ma si va avanti, in spem contra spem . Da parte nostra dobbiamo pregare, e molto. Dal Cielo intercede anche il nostro indimenticabile don Pietro.

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