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Piero
e la geografia

· Nella corsia di un hospice ·

Un atlante aperto sul piccolo tavolo contro il muro di fianco alla finestra lascia intravedere la cartina della Francia e ci fa compagnia durante il nostro colloquio. Il turno di guardia festivo è spesso una bella occasione per poter parlare un po’ più a lungo con i pazienti soprattutto quando, come oggi, non vi sono nuovi ricoveri e il tempo della mattinata si distende tranquillo in una routine che in settimana non esiste.

Piero è entrato in hospice ormai da quindici giorni: celibe, poco più di cinquant’anni, reso ancor più magro dalla malattia che lo consuma, un’aria da bambino, lo sguardo puro di chi non ha conosciuto altro che una vita semplice di lavoro. «Lo sa dottore che ormai ho solo più mia sorella?» mi dice dalla poltrona guardando all’esterno le foglie appena mosse dall’aria di questo mattino di giugno. «Le piace la geografia?» gli chiedo vedendo anche un vecchio manuale scolastico dall’aria vissuta. «È l’unico modo di viaggiare — mi dice senza guardarmi — io posso solo così».

Da quando è arrivato Piero ci interroga, quasi ci tormenta ogni mattina, senza parlare. La sua presenza, quella di un malato non solo oncologico ma anche psichiatrico fin da quando era ragazzo, è piantata nel bel mezzo delle nostre giornate come un punto interrogativo. Raramente triste, riflessivo, educato, spesso silenzioso e affabile, Piero sfida la nostra ansia e la nostra voglia di controllare e di potere tutto, uno dei nomi di quella psicosi moderna che la domenica sera ci lascia senza fiato, schiacciati davanti all’idea che domani possa iniziare una nuova settimana.

Un atlante, un sussidiario fatto di pagine fitte fitte e con poche figure apparentemente non possono competere con i nostri strumenti ipertecnologici, ma alla fine dobbiamo arrenderci anche oggi: Piero è malato che di più non si può, noi siamo sani che meglio di così non si può ma lui è felice di fronte a una cartina geografica e noi siamo insoddisfatti dopo aver visitato tre città e mangiato in quattro ristoranti diversi in due giorni.

La psicologa ha scoperto che il fratello di Piero è morto suicida qualche anno fa, me lo ha confidato anche la sorella descrivendomi una situazione che ha scardinato la vita di tutta la famiglia. «Eppure lui — mi dice riferendosi a Piero — non ha mai perso la voglia di vivere, solo è rimasto come un bambino, perso nei suoi pensieri e nelle sue letture».

Dopo aver trascorso qualche ora tra la valle della Loira, i dati demografici del Giappone e le steppe siberiane Piero mi dice di trovarsi bene da noi: «È il primo posto dove qualcuno bussa alla porta della mia camera prima di entrare, sono tutti rispettosi ed educati, ma lei pensa che migliorerò? Devo ricominciare la chemioterapia». Piero ha voglia di vivere, non desidera affatto morire pur sapendo bene che un tumore del pancreas come il suo lascia poche speranze.

È stato visto nel pomeriggio di qualche giorno fa piangere da solo, seduto sul letto e pare aver confessato, prima di ricomporsi in quella sua naturale finezza che tanto lo distingue in hospice, che ogni tanto gli capita pensando a casa ma che poi tutto si placa anche solo di fronte a una tazza di thé.

Il saggio che vince gli istinti, che elimina ogni cosa superflua e che ha bisogno di pochissimo, restando pienamente umano anche nella sua fragilità: Piero mi riporta ai miei studi liceali e alla mia passione per Socrate e mi fa sentire piccolo, mi offre l’esempio di un mondo al contrario nel quale, finalmente, la trama e l’ordito della vita si svelano per quello che sono, proprio perché visti alla rovescia.

Una specie di Magnificat vivente dove i superbi, i potenti e i ricchi siamo noi, gli stessi che a sorpresa si ritrovano perdenti e spersi nei troppo complessi pensieri dei loro cuori.

Richiudo la porta della sua stanza e mi avvio per il corridoio. Ho bisogno di un po’ di tempo prima di aprire un’altra porta ed esco sul terrazzo a rivedere dal vero quelle Alpi di carta che brillano sotto gli occhi pieni di vita di chi sta per morire, capaci di immaginare la valle della Loira, gli occhi di Piero al di là del muro di granito della nostra vuota illusione di onnipotenza.

di Ferdinando Cancelli

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13 novembre 2019

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