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Allegria e bravura

· Una nuova monografia contribuisce al recupero critico di Tiepolo ·

Giambattista Tiepolo nacque a Venezia, nel popolare quartiere di Castello, nel 1696. Nel 1717, a 21 anni, risulta iscritto nella corporazione dei pittori. Esiste una fatalità nelle date. Il 1717 è la vigilia della grande pace con il Turco firmata l’anno dopo a Passarowitz dai plenipotenziari austriaci russi e veneziani.

Tiepolo, «Mecenate presenta le arti ad Augusto» (1744)

Dopo quasi un secolo di incessante e spesso eroico affrontamento militare con la potenza ottomana (prima la guerra di Candia, poi quella di Morea) ora la Repubblica del Leone, perduto per sempre l’impero coloniale, ha di fronte a sé un lungo periodo di splendida tranquillità. 

La Venezia del Settecento è quella descritta da Canova nelle sue Memorie e da Voltaire nel Candide. È una città dove prosperano l’industria del lusso e il turismo internazionale, dove il carnevale dura la maggior parte dell’anno, dove si possono perdere o guadagnare fortune nel gioco d’azzardo e incontrare le donne più belle, gli uomini più affascinanti, gli avventurieri più spregiudicati d’Europa e dell’intero Levante.
In questa città raffinata, cosmopolita e gaudente l’arte gioca un ruolo, anche economico, importante. Da Dresda a San Pietroburgo, da Vienna a Parigi gli artisti veneziani sono corteggiati, collezionati, quasi sempre pagati molto bene. Sono pittori di figura, di storie sacre e profane come il Pellegrini, come Pittoni, come Amigoni, come Sebastiano Ricci, sono vedutisti come Canaletto e Bellotto. Da Venezia spediscono le loro opere nelle capitali d’Europa. Spesso si trasferiscono all’estero, onorati e riveriti come i rappresentanti della grande arte del secolo. Anche Tiepolo si trasferì per lunghi periodi all’estero; prima in Germania a Würzburg a dipingere ad affresco la residenza del Principe Vescovo (1750-52), poi in Spagna dove morì nel 1770 al servizio del re Carlo iii di Borbone. Attraverso un arco di tempo lungo cinquanta anni, da Udine a Milano, da Venezia a Vicenza, dalla Germania alla Spagna, Tiepolo dispiegò con inesausta «prontezza» e «facilità» la sua pittura destinata a regalare nella gloria del colore e nella memoria di Paolo Veronese, niente altro che la «felicità». Sono parole del critico settecentesco Antonio Maria Zanetti, l’interprete più intelligente della sua pittura.
L’Ottocento classicista e il Novecento naturalista non hanno amato Tiepolo. Famosa è rimasta la stroncatura di Roberto Longhi nel Viatico (1946). Il recupero critico, iniziato nella seconda metà del secolo scorso (Mariuz, Pavanello), tocca ora il suo esito migliore e in un certo senso necessario nella splendida monografia Tiepolo (Milano, Silvana Editoriale, 2014, pagine 272, euro 25) firmata da Renzo e Giovanni Villa. L’opera è stata finanziata dalla Menarini, l’industria farmaceutica italiana che da sempre promuove con saggia lungimiranza l’editoria d’arte di qualità.
Il merito principale del libro è quello di aver collocato Tiepolo al centro del Settecento veneziano, anzi di averne fatto il protagonista principale, il vero rappresentante del secolo.  

di Antonio Paolucci

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25 maggio 2019

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