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Pezzi di una città
e di una coscienza

· Lo sceneggiato in sei puntate trasmesso dal 16 aprile ·

Una scena del film per la regia di Marco Risi

«In queste situazioni la gente dà il peggio di sé», commenta una signora notando due uomini che si litigano un portacenere tra le macerie del terremoto. «O il meglio» le risponde Gianni Fiumani, il personaggio interpretato da Giorgio Tirabassi in — L’Aquila grandi speranze — perché per fortuna, qualcuno che si salva ci sta sempre». Gianni, tra i protagonisti della serie in onda su Rai Uno dal 16 aprile prossimo alle 21:25, a dieci anni di distanza dal sisma che sconvolse il capoluogo abruzzese, parla con la donna da sopra un cumulo di pietre, da un mucchio di rovine che fino al 6 aprile del 2009 erano la casa di suo padre, in quella che una volta era Via Castiglione. È il direttore del Museo Nazionale d’Abruzzo, e la ricostruzione del centro storico di L’Aquila gli sta a cuore moltissimo. È persino tornato a viverci con sua moglie Elena (Valentina Lodovini) e i suoi tre amati figli. E pazienza se la doccia bisogna farsela fredda, e pazienza se non c’è la luce. Benedette le candele, la sera, e benedetta la possibilità di stare insieme a rincorrere il dono della normalità. Siamo nel settembre del 2010, a un anno e mezzo dal tragico terremoto dell’Abruzzo, e da qui prende le mosse questa serie utile, necessaria, fatta con immagini e parole semplici, ma anche con uno sguardo deciso sui fatti, raccontati sommando il ricordo e il modo di reagire di più generazioni, accostando sentimenti contrastanti per un ricerca di equilibrio tra la doverosa costruzione della memoria e l’altrettanto indispensabile fiducia nel futuro, tra il dolore e quella speranza che proprio Gianni — uno di quelli che si salvano donando il meglio di sé alla comunità — cerca di offrire al prossimo ogni giorno. 

È un uomo normalissimo, sia chiaro, che però lavora sodo provando a fondere le voci fioche di chi ha vissuto il grande dramma in un coro che difenda la bellezza, l’identità e l’umanità di quel luogo antico e splendido che è L’Aquila. Parla del terremoto che la colpì nel 1703: «E se ce l’hanno fatta loro — spiega Gianni a sua moglie — possiamo farcela anche noi». Perciò ha formato un comitato per la rimozione delle macerie dal centro storico, «perché qua, sennò, nessuno si muove», spiega suo figlio Simone al resto della classe, che «prima era di 27 ragazzi e ora è solo di 18», aggiunge un suo compagno, visto «che da qui tutti se ne scappano» prosegue un terzo. Lo dicono alla nuova arrivata, Margherita, durante il primo giorno di scuola, mentre l’appuntamento per protestare — armati solo di suoni e di colori — gli adulti se lo sono dato per il sabato successivo, che sarà di sole sopra le montagne intorno alla città, sopra le pietre, i tubi innocenti e le crepe, sulle impalcature del centro storico, ma anche nelle anime uscite dalle tenebre della rassegnazione attraverso un urlo collettivo che scaccia la sofferenza e la paura, se non altro per un po’. Solo che durante la manifestazione, Gianni incrocia il viso di uno che non la pensa come lui: l’ingegner Riccardo De Angelis di un bravo Luca Barbareschi, giunto da Roma con l’idea chiarissima di costruire case nuove in mezzo al verde, senza l’intenzione di ridare vita a quel che è bello e diroccato.
Due punti di vista opposti, quindi — almeno nella prima delle sei puntate — animano questa serie creata da Stefano Grasso; due modi diversissimi di ripartire in mezzo ai quali si muovono anche le storie costrette alla prova più dura, alla salita più ripida, che non è la vita in un prefabbricato asettico, ma la perdita di un figlio. È la vicenda di Franco (Giorgio Marchesi) e di Silvia (Donatella Finocchiaro), che scesero per strada dopo la scossa delle 03 e 32 e nel terrore generale videro la piccola Costanza svanire nel nulla, come inghiottita dalla polvere e dal buio, come dissolta tra le case crollate e la gente che strillava. Le ricerche, dopo un anno e mezzo non hanno dato esito, e ai magistrati non resta che archiviare il caso, senza potersi preoccupare della crisi che la loro decisione accelera in una coppia già in difficoltà. Per fortuna, oltre a Costanza, Franco e Silvia hanno anche Davide, che infoltisce il già nutrito gruppo degli adolescenti in L’Aquila grandi speranze, i quali, con la vitalità dei loro anni in tasca, varcano la devastazione trasformando letteralmente — e simbolicamente — la zona rossa della città in attraente campo da percorrere in bicicletta. L’immagine continua del terremoto, allora, questo spazio silenzioso, interdetto e negato — che quando viene inquadrato denuncia la vastità del dramma senza bisogno di parole né di altro — diventa per loro territorio di conquista, spazio da contendere con i coetanei di altre bande, anche loro segnati dalla tragica esperienza. È un modo istintivo, quello dei ragazzi di L’Aquila grandi speranze, di riportare la vita in un luogo divenuto spettrale e sospeso, e il loro percorso di formazione, la loro vita ancora piena di pagine da scrivere, inietta coraggio negli adulti e ne facilita la ripartenza. «Mi è piaciuta molto l’idea degli adolescenti che scorazzano di soppiatto nella città proibita cercando di riappropriarsene alla loro maniera — ha scritto Marco Risi nelle note di regìa della fiction — e mi sono piaciuti gli adulti che cercano di rimettere in piedi i pezzi delle loro coscienze, e non soltanto i pezzi della loro città. Mi piacciono i piani che corrono paralleli delle due dimensioni: da una parte gli adulti con i loro guai, dall’altra parte i loro figli che gli stessi guai vivono di riflesso, ma che si gettano nell’avventura di crescere in una situazione assolutamente unica». È anche grazie al bel lavoro di Risi, grazie alla sua capacità di fondere gli accenti aquilani dei giovani interpreti non professionisti con la bravura di importanti attori italiani, che questa serie — stando almeno ai suoi primi novanta minuti — può offrire un contributo affinché un giorno “L’Aquila possa tornare a volare”, come è scritto sullo striscione appeso nell’aula dei ragazzi, in quel primo giorno di scuola del 2010, in quel settembre da cui il racconto inizia.

di Edoardo Zaccagnini

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13 dicembre 2019

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