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​Pessimismo agonistico

Che la grande poesia abbia sempre il carattere e il segno della positività sino a invertire il significato profondo dei versi, mostrando così un implicito potere catartico, lo conferma l’autore pessimista per antonomasia, Giacomo Leopardi, in un celebre passo dello Zibaldone (è appena uscita una Nuova edizione tematica condotta sugli indici leopardiani, a cura di Fabiana Cacciapuoti, Milano, Feltrinelli, 2019, pagine LIV-1231, euro 25): «Hanno questo di proprio le opere di genio, che, quando anche rappresentino al vivo la nullità delle cose, (...) ad un’anima grande, che si trovi in uno stato di estremo abbattimento, disinganno, nullità, noia e scoraggiamento della vita o nelle più acerbe e mortifere disgrazie (sia che appartengano alle alte e forti passioni, sia a qualunque altra cosa), servono sempre di consolazione, raccendono l’entusiasmo; e non trattando né rappresentando altro che la morte, le rendono, almeno momentaneamente, quella vita che aveva perduta».

Del suo pessimismo individuale, storico e cosmico, del sensismo alla Condillac e del giardino di dolore conosciamo gli orli e le screziature. Meno si sa di donne-angelo considerate tali per la loro virginea purezza, di fanciulle nella burrasca, di brucianti attese oltre la «strage delle illusioni» (è il titolo di una raccolta di prose scelte dallo Zibaldone e dall’epistolario, a cura di Mario Andrea Rigoni, Adelphi, 1992). Basta scorrere l’indice degli argomenti di Idilli: Le fanciulle nella tempesta, A quella di cui parla questa canzone, Il canto della fanciulla. Il pensiero dominante di questi scritti en vers et en prose è il passaggio femminile che «raccende» non soltanto «l’entusiasmo», ma il senso stesso dell’esistere.

L’amara vacuità delle cose assedia il poeta, tuttavia la bellezza si presenta nella sua intangibile potenza, in un virgulto numinoso che va al di là delle apparenze sensibili e della logica del possesso. Si pensi a quest’altro brano, tratto ancora dallo Zibaldone: «Una giovane dai 16 ai 18 anni ha nel suo viso, ne’ suoi moti, nelle sue voci, salti ecc. un non so che di divino, che niente può agguagliare (...) Quel fiore purissimo, intatto, freschissimo di gioventù, quella speranza vergine, incolume che gli si legge nel viso e negli atti, o che voi nel guardarla concepite in lei e per lei; quell’aria d’innocenza, d’ignoranza completa del male, delle sventure, de’ patimenti; quel fiore insomma, quel primissimo fior della vita; tutte queste cose, anche senza innamorarvi, anche senza interessarvi, fanno in voi un’impressione così viva, così profonda, così ineffabile, che voi non vi saziate di guardar quel viso, ed io non conosco cosa che più di questa sia capace di elevarci l’anima».

«Fiore purissimo, intatto», «speranza vergine», «aria d’innocenza, d’ignoranza completa del male»: sono parole non lontane dalle litanie lauretane o dal Traité de la vraie dévotion à la Sainte Vierge di Luigi Maria Grignion de Montfort, parole (non solo queste) che, nei Canti almeno, richiederebbero un nuovo sforzo esegetico anche legato alla tradizione glossatoria, come esorta Luigi Blasucci, leopardista di ferro, con il suo Commentare Leopardi con tre applicazioni (Pisa, Edizioni della Normale, 2018, pagine 208, euro 10).

La prospettiva del conte Giacomo è del tutto laica, ma si serve di evidenti sintagmi mariologici per esprimere lo stato del soggetto nell’ineffabile luce della verità: una condizione perfetta, concezione immacolata. Se la mariologia del poeta recanatese – — scrisse poche righe di un inno cristiano, A Maria — ha la sua radice nell’empiricità delle fanciulle da lui conosciute e ammirate, l’apertura a una dimensione trascendente riguarda soprattutto il paesaggio: quello familiare delle colline marchigiane e del Monte Tabor, da cui nel 1819, esattamente duecento anni fa, nacque L’infinito, la lirica più famosa di Leopardi e meno rappresentativa del suo cosiddetto pensiero materialista.

Due libri usciti in contemporanea — di Davide Rondoni, E come il vento. L’infinito, lo strano bacio del poeta al mondo (Roma, Fazi, 2019, pagine 166, euro 15) e di Enrico Palandri, Verso l’infinito (Milano, Bompiani, 2019, pagine 112, euro 12) — si misurano con i temi e le suggestioni dell’idillio, cercando di rilevare le consonanze con la contemporaneità.

Il testo di Rondoni è una lunga digressione di viaggio, giocata tra squarci di «immensità» e meditazioni sulla letteratura per la vita. La poesia leopardiana diviene la bussola con cui orientarsi nel marasma quotidiano, oltre il quale si può intravedere una scintilla di «profondissima quiete» e di «eterno». All’importanza dell’ascoltare è invece dedicato il saggio di Palandri, sollecitante la contemplazione di una realtà muta, di «sovrumani silenzi» capaci di schiudere orizzonti filosofici inattesi.

La relazione che l’io lirico intrattiene con il paesaggio e con quello che si cela dietro a esso (per usare un’espressione di Zanzotto) è certamente di matrice spinoziana: un indiarsi panteistico che, però, rivela al suo interno il Sehnsucht romantico, ossia l’anelito e la nostalgia dell’assoluto, del totalmente altro. Il Leopardi maturo, già slegato dalle pulsioni dello Sturm und Drang, anticiperà le ansie degli autori novecenteschi con una sorta di negativismo ontologico o, come ha scritto Timpanaro, di «pessimismo agonistico», senza mai rinnegare il desidero del desiderio, l’eudemonismo aristotelico, la mancanza di una completezza interiore e l’indizio di un’armonia mancata.

Che Leopardi sia stato veramente filosofo — un filosofo della poesia — è questione ormai risolta grazie ai fondamentali contributi di Luporini e Bini. Di là dalle perplessità crociane, la definizione dal sapore heideggeriano di Antonio Prete, quella del «pensiero poetante», colpisce ancora nel segno, ma non manca chi scorge nell’asistematicità delle riflessioni l’incoerenza tipica della crisi collettiva dei valori.

In Il no disperato (Macerata, Liberilibri, 2018, pagine 144, euro 13) Mario Elisei sostiene che «demolire il ragionamento filosofico di Leopardi non è impresa ardua. Il suo pensiero non è lineare e non conduce a nessuna ipotesi praticabile». Il difficile drenaggio del recanatese è dovuto alle antinomie, ben rilevate da Ignacio Carbajosa nella postfazione e insite nella visione complessiva del poeta (non meno che in quella di Montale) le quali, come osservò acutamente De Sanctis, producono l’effetto opposto nel lettore: da «scettico» ti rendono «credente».

Vero è che Adriano Tilgher trovò grandi affinità tra Leopardi e Pascal, due moralisti “frammentari” di eguale spessore gnomico, come si può leggere nella riedizione, a cura di Raoul Bruni, di La filosofia di Leopardi (Milano, Aragno, 2018, pagine 208, euro 15), saggio scritto nel 1940 ma accantonato per lungo tempo a causa di ragioni ideologiche — l’opposizione delle correnti marxiste e idealiste — nonostante l’autore sia stato riconosciuto quale precorritore della riscoperta filosofica del poeta marchigiano.

Riedito è anche Su Leopardi di Giuseppe Rensi (sempre a cura di Raoul Bruni, Milano, Aragno, 2018, pagine 116, euro 13), incentrato sulla prossimità di metafisica e lirica, di «scetticismo estetico» e teoria del vero, ancora prima del libro di Tilgher e con maggiore lungimiranza. «Rensi è anche il primo dei molti filosofi novecenteschi — sottolinea il curatore nell’introduzione — che leggeranno e interpreteranno più attentamente Leopardi cogliendone appieno la portata speculativa: il primo (e non certo il meno importante) rappresentante di una feconda corrente di leopardismo filosofico che arriva fino a oggi».

D’altra parte, prosegue Bruni, «l’interpretazione leopardiana di Rensi nel suo complesso denuncia i limiti di tutte le interpretazioni “forti” che hanno avuto come oggetto Leopardi, il quale, più di ogni altro autore, tende a sottrarsi alle etichettature, comprese quelle di “scettico” e “irrazionalista”, all’ombra delle quali Rensi pone il poeta».

Aperto al brivido della bellezza secondo insperati prospetti cristiani, eppure negatore inflessibile, tormentato dalla spondilite anchilosante e da una grave forma di oftalmia (malattia agli occhi che gli impediva di leggere), eppure bramoso quant’altri mai di una beatitudine terrena, alla severa chiamata “Leopardi” non risponde soltanto il poeta di ogni illusione rimossa nell’attimo in cui è servita, ma soprattutto il sentimento che si dà in letteratura allo spartiacque, al crinale di due vie opposte e trasversali: la complessità di ogni chiaro assenso nel magma della sofferenza e la strenua volontà, se non la promessa, di essere felici per sempre.

Emblema lui stesso del fiore della resistenza, umile «lenta ginestra» che piega il «capo innocente» al «fascio mortal», «all’apparir del vero» il recanatese ci restituisce un’immagine della poesia che non nasconde il primato della fioritura (dall’autore austriaco Alfred Kolleritsch) quando montalianamente «tutto pare incarbonirsi», nel momento cioè della massima disperazione dentro l’ultimo filo di speranza, la più dura a essere intaccata, istanti di un calvario miracolosamente riacceso e già rivolto alla resurrezione.

di Alberto Fraccacreta

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25 agosto 2019

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