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Peruviano perché parigino

· ​I romanzi di Mário Vargas Llosa nella Pléiade ·

Per sentirsi davvero a casa da qualche parte serve un periodo di distanza fisica e spirituale, fatta di tempo e di spazio. Non necessariamente l’esilio; anche solo un soggiorno all’estero in cui percepire se stessi come stranieri. Come, d’altra parte, è necessario allontanarsi di qualche passo da un quadro per apprezzarne meglio le forme e i colori.

È di questo apparente paradosso che parla Gilles Biassette riassumendo su «la Croix» del 24 marzo scorso la biografia artistica di Mário Vargas Llosa, tanto radicato nel rigoglio barocco della natura e dell’arte della sua America latina quanto affascinato dai “grandi, antichi Paesi” del vecchio mondo, profondamente peruviano e profondamente francofilo. Un’unione simbolica che è diventata realtà editoriale con la pubblicazione dei suoi romanzi nella «Bibliothèque de la Pléiade», edita da Gallimard, la più prestigiosa collana francese e tra le più note al mondo: Œuvres romanesques, due volumi rilegati in pelle tradotti dallo spagnolo da Albert Bensoussan, Anne-Marie Casès e Bernard Lesfargues, curati da Stéphane Michaud (2016, euro 130).

«A Parigi ho scritto i miei primi romanzi — spiega Llosa — ho scoperto l’America latina e ho cominciato a sentirmi latino americano, ho pubblicato i miei primi libri e ho imparato, grazie a Flaubert, un metodo di lavoro a me congeniale, che mi ha permesso di diventare quello che sono». La Francia, continua lo scrittore, è stata maestra di universalismo, un tratto distintivo della cultura occidentale, nato dopo il medioevo, che si rafforza trapiantando vecchie e gloriose radici in nuove realtà, anche molto lontane. «Appena arrivato a Parigi nell’agosto del 1959, ho comprato Madame Bovary nella libreria La Joie de Lire, di François Maspero, in rue Saint-Séverin, e questo romanzo, che ho letto in stato di trance, ha rivoluzionato la mia visione della letteratura».

Nel 1959 Vargas Llosa ha 23 anni e un grande desiderio di dare forma alla vocazione narrativa che sente urgere dentro di sé; ha bisogno di un maestro, di un padre putativo letterario capace di guidarlo alla ricerca di uno stile personale ed efficace. Lo trova in Flaubert. Leggendo la piccola grande storia di Emma, un’oscura “malmaritata” di provincia, mossa da grandi ma confusi ideali scopre che quello che viene chiamato realismo dai critici può non essere incompatibile con rigorosi canoni estetici e grandi progetti narrativi. Si può cantare qualcosa pari alla vita, per citare un celebre verso di Mario Luzi, senza cadere nella sciatteria o nella banalità della cronaca; si può sfidare a duello la realtà accettando la dismisura delle proprie ambizioni artistiche. Negli anni Sessanta, lo scrittore argentino Julio Cortázar paragonò l’energia narrativa del suo amico e collega a quella di un rinoceronte dello Zoo di Buenos Aires che sfondò le mura del suo recinto, mosso dal desiderio di immergersi nello stagno della gabbia vicina.

Un aneddoto ricordato con affetto dallo stesso Vargas Llosa, per niente infastidito dalla violenza di questa immagine, capace invece di evocare secondo l’autore de La ciudad y los perros il grande potere della scrittura: una forza in grado di saccheggiare il mondo, scorticarlo, scomporlo e ricomporlo in un’immagine coerente, sprigionata dalla fusione fra la parola e l’immaginazione. «Questa radicalità di metodo — si legge nell’introduzione al libro della Pléiade, che avvicina Vargas Llosa a Flaubert e a Faulkner — è la sorgente di un universo immaginario che ci trascina con la forza di inerzia tranquilla ma irresistibile di un grande mammifero». Cortázar aveva ragione. 

di Silvia Guidi

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21 settembre 2019

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