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Don Lisander il moderno


· Nel giudizio di Carducci ·

«Gli apostoli, nell’estasi tranquilla dello Spirito, rivelano quelle verità che diverranno la meditazione, la consolazione e la luce dei più alti intelletti, gettano i fondamenti d’una civilizzazione che diventerà europea, che diventerà universale; e sono chiamati ubbriachi». Con queste parole, nel 1819, Alessandro Manzoni si rivolgeva ai suoi lettori nella prefazione alle Osservazioni sulla morale cattolica. Partendo proprio da questa affermazione il recente volume collettaneo curato da Francesca D’Alessandro, docente all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, Una civilizzazione che diventerà europea. L’umanesimo cristiano di Alessandro Manzoni (Roma-Milano, Storia e Letteratura, 2014, pagine 254, euro 38), si propone di mostrare l’infondatezza di quelle letture che vedono in Manzoni uno scrittore reazionario o un mero apologeta della tradizione cattolica. Secondo gli autori degli otto saggi che compongono la raccolta l’umanesimo cristiano del grande scrittore lombardo sarebbe profondamente moderno perché teso a conciliare fede e ragione, verità cristiana e razionalismo, nel tentativo di ricomporre quella frattura che si era aperta nella società europea con l’Illuminismo.

È la stessa Francesca D’Alessandro a sottolineare come in questa complessa operazione Manzoni faccia appello a san Paolo rivolgendosi tanto alle sue epistole, che costituiscono di fatto l’impianto teologico degli Inni sacri, quanto al discorso dell’Areopago tramandato dagli Atti degli Apostoli. La lettura che Manzoni compie delle opere paoline — frequentate, seppur occasionalmente, fin da bambino — è frutto di una lenta stratificazione, di un depositarsi meditato nella coscienza, che trova la sua compiuta espressione dopo il 1810. In particolare Manzoni sarebbe rimasto profondamente colpito dal discorso pronunciato da Paolo ad Atene, nel cuore della cultura pagana, traendone due significative conseguenze: sul piano politico, il riconoscimento della fratellanza universale quale principio fondamentale della regolazione dei rapporti tra i popoli («Egli creò da uno solo tutte le nazioni degli uomini, perché abitassero su tutta la faccia della terra. Per essi ha stabilito l’ordine dei tempi e i confini del loro spazio», Atti degli apostoli, 17, 26); sul piano religioso, l’idea della filiazione divina dell’uomo, di cui la poesia sarebbe rivelazione («In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo, come hanno detto anche alcuni dei vostri poeti: “Poiché di lui anche noi siamo stirpe”», Atti degli apostoli, 17, 28). All’interrogativo che lo tormenta all’indomani della conversione — la ragione è compatibile con la fede? — Manzoni sembra rispondere con il Paolo della Prima lettera ai Corinzi: «Pregherò con lo spirito, ma pregherò anche con l’intelligenza. Canterò con lo spirito, ma canterò anche con l’intelligenza» (1 Corinzi, 14, 15).
A conferma della modernità dell’opera di Manzoni potrebbe essere citato persino un suo critico severo come Giosuè Carducci. Enrico Elli ricorda che nel celebre articolo apparso nel 1873 sulla «Voce del popolo», A proposito di alcuni giudizi su Alessandro Manzoni, in occasione della morte dell’autore dei Promessi sposi, Carducci confessò di aver nutrito fin da giovane un «odio catilinario» verso le sue opere, sentimento che gli era derivato in parte dall’oppressiva educazione impartitagli dal padre, un manzoniano di ferro che non perdeva occasione per costringerlo a leggere le Osservazioni sulla morale cattolica; in parte dall’insegnamento degli Scolopi, i quali nutrivano una vera e propria venerazione per Manzoni e obbligavano i loro allievi a mandare a memoria gli Inni sacri. Tuttavia, in quello stesso articolo Carducci affermava chiaramente che la lirica manzoniana era «cosa tutta moderna, tutta recente» ed elogiava lo stile «semplice ed efficace, popolare ed elegante, profondo e facile, originale e non strano» raggiunto proprio in quelle poesie un tempo così disprezzate.

di Giovanni Cerro

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21 agosto 2019

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